25 aprile 1945 e Costituzione: il presente di due valori

Articolo di Antonio Garofalo – intervista al dott.Pasquale Martino
fotografie tratte dal web

Siamo fuori tempo? Tale interrogativo potrebbe declinarsi in altro modo: per parlare del passato di un Paese lo si può fare in ogni momento? Per me è sì, basta averne conoscenza o esserne stati testimoni.

E’ il caso del “25 aprile” che porta con sé l’eco della libertà che non si sopisce mai… E’ stato così anche quest’anno per esempio durante la manifestazione nazionale dei sindacati svoltasi a Bologna. Infatti, dal palco del Primo maggio, si è ricordato che è anche grazie alla “liberazione”, se oggi in Italia si festeggia il lavoro.

E’ così ormai, anche quando si parla d’immigrazione, di scuola. Infatti, si è preso spunto dal 25 aprile, per ri-promuovere la storia come studio fondamentale nelle scuole, evitando che venga “decisamente cancellata”, a danno dei giovani o della memoria di un popolo. Studiosi e persone autorevoli, hanno lanciato un singolare appello a tal proposito. (Vedremo cosa il governo sarà in grado di contrapporre a tale evidente attualità).

Ritornando alla data in parola, sarà proprio la sua attualità a non renderla immune da polemiche, divisioni o dal perenne prenderla di mira, a volte anche e solo come data, altre come elementare valore permanente nazionale. Siamo stati vincitori e non vinti, grazie al contributo di tanti partigiani, anche baresi, non bisogna dimenticarlo.

Ancora, quanto il 25 aprile può rimanere resistente e compatto agli attacchi? La risposta è fino a quando saremo uniti ovvero fino a quanso ci sarà qualcuno a difenderlo, accanto a quell’unica “forza” che al momento non cede: l’antifascismo.

Ne abbiamo avuta la dimostrazione proprio a Bari con la lectio magistralis del prof. Luciano Canfora, dal titolo: “Mai più fascismi”. Manifestazione riuscitissima.

Già, ma fino a quando?

Proprio da tale questione mi sembra giusto parlare con un referente (cittadino) più che rappresentativo per cultura politica, intellettuale, di partecipazione civica e storica: il prof. Pasquale Martino.

Già Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Bari (2004-2009), è professore di lettere e autore di pubblicazioni di storia, letteratura latina, traduzioni di classici greci e latini. Attualmente è membro della Segreteria Provinciale dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Bari.

Attraverso le sue parole vorremmo lasciare, soprattutto ai giovani, un documento leggibile e intellegibile, su quell’unica linea che tiene uniti 25 aprile 1945 e Costituzione: la libertà.

Come scuola di formazione alla cittadinanza attiva “Libertiamoci” avremmo voluto portare nelle scuole la sua testimonianza, insieme a quella di altri autorevoli voci che si sono espresse sul tema, avremmo voluto parlare direttamente ai ragazzi, ai giovani, ma purtroppo non è stato possibile. Il progetto potrebbe avverarsi però in un prossimo futuro, chissà. Sicuramente ci impegneremo per realizzarlo.

INTERVISTA AL DOTT. PASQUALE MARTINO

Perché il 25 aprile 1945 è in perenne discussione, nonostante abbia come “garante” la Costituzione?

Non sempre è stato così. L’avversione per il 25 aprile è stata tramandata in modo sotterraneo dai nostalgici del fascismo, dichiarati e non, ma ha acquisito forza quando, più di venti anni fa, una parte del mondo politico ha ritenuto superata la discriminante antifascista e ha addirittura inserito i neofascisti nel governo del Paese, prima ancora che quelli cambiassero nome. Ma l’antipatia per la festa della Liberazione sebbene rinfocolata costantemente non si è propagata più di tanto: quest’anno l’unico personaggio politico di rilievo che ha disertato le celebrazioni è stato Salvini, alla caccia di un certo elettorato.

Che significa oggi la parola libertà?

Libertà di esprimere il proprio pensiero, di coltivarlo attraverso la formazione culturale, di partecipare alla vita sociale e politica con spirito indipendente. Tuttavia bisogna anche essere liberi dal bisogno, dal condizionamento sociale e dalle discriminazioni di classe, di genere e via dicendo. La libertà – amava ricordare Sandro Pertini – non esiste senza giustizia sociale.

E perché al fascismo fu permesso di violarla?

L’ascesa del fascismo al potere fu consentita dalla debolezza e crisi dello Stato liberale, che aveva basi democratiche molto limitate, e dal cinico opportunismo del re che era a capo dello Stato e che assai poco si intendeva di libertà. Insomma le difese della libertà erano fragili. Fu decisivo l’appoggio del potere economico, che usò gli squadristi contro i lavoratori. Contarono molto la divisione delle forze antifasciste e la sottovalutazione della pericolosità del fascismo, nei primi anni, quando era possibile in varie circostanze fermarne l’avanzata.

“Il testamento dei centomila morti” (come diceva Calamandrei) è nato dal confronto di culture politiche diverse e contrapposte. Senza l’unità e il dialogo, fondamentali, avremmo mai avuto la Costituzione? Oggi tali due elementi sono (ancora) possibili?

La Costituzione è il frutto di un confronto dialettico e di un percorso di elaborazione di altissimo livello, animato da una tensione ideale possiamo dire inedita, che proprio la lotta di liberazione aveva generato. Si voleva chiudere non solo la pagina devastante della guerra (e della sconfitta), ma anche il lungo capitolo del regime mussoliniano che aveva significato il conformismo eretto a sistema e il servilismo a ogni livello della società. Proprio per girare pagina, era intervenuta la solida unità del CLN nella Resistenza, pur nella dialettica talora aspra fra i partiti. Questa vicenda si trasfuse nel processo costituente, in cui trovarono spazio e sbocco, variamente, le diverse culture politiche dell’antifascismo. Oggi le forze politiche che si richiamano alla democrazia costituzionale dovrebbero riconoscere la comunanza e la priorità intangibile dei valori repubblicani, impegnandosi a rispettarli, al di sopra delle differenze politiche che sono inevitabili e necessarie nel sistema democratico.

Cosa significa oggi quella “data di liberazione” e cosa significa per il futuro di questo Paese?

Il 25 aprile è e resterà la festa che ci ricorda il vero significato storico della Liberazione: il moto di un popolo che insorge nella lotta dei suoi figli migliori, che si riscatta dalla sconfitta che il fascismo aveva inflitto all’Italia, che rifonda ex novo la propria democrazia. Senza il 25 aprile non ci sarebbe stato il 2 giugno, la nascita della Repubblica. Sono due date e due feste indissolubilmente collegate e tali resteranno nonostante i filo-fascisti non rassegnati. Almeno finché l’Italia sarà una Repubblica e una democrazia e finché gli italiani sapranno vigilare su tali presupposti.

Tra un po’ voteremo per l’Europa. Si può dire che la memoria e il ricordo delle tragedie e degli errori del passato – regime fascista e nazista – e degli sforzi fatti per superarli, attraverso la Resistenza e insieme agli Alleati europei, americani, russi, sono invece una base fondamentale e indispensabile?

La Costruzione dell’unità europea è avvenuta con molti errori: primo fra tutti, la torsione economica e finanziaria che ha umiliato i diritti sociali e lo stesso esercizio della democrazia, favorendo la rinascita di nazionalisti di stampo populista e il corollario disgustoso di gruppi neonazisti che esaltano il suprematismo bianco, l’antisemitismo e l’islamofobia. Occorre ricordare che gli ideali della Resistenza europea non riguardavano soltanto un’astratta libertà, ma piuttosto il rispetto e lo sviluppo dei diritti sociali e politici, calpestati dal nazifascismo. Si sognava una società migliore, senza discriminazioni, di uguali opportunità per tutti. L’Europa doveva essere un esempio di libertà e uguaglianza, di fratellanza fra popoli, doveva mettere a disposizione le sue risorse e la sua ricchezza, senza chiudersi nei confini come oggi si vuole e purtroppo si sta facendo.

Voteremo anche per il governo della nostra città: cosa consigliate o proponente al futuro sindaco per tenere ben vivi e saldi i valori dell’antifascismo rispetto alle discriminazioni, all’accoglienza, alla solidarietà, alla partecipazione e alla democrazia?

C’è da augurarsi che la prossima amministrazione comunale confermi il percorso virtuoso di memoria storica iniziato e consolidato ormai da parecchi anni; percorso che è valso alla città di Bari la medaglia d’oro al valor civile per gli atti del 1943, compiuti durante la lotta al nazifascismo. Il recupero della storia antifascista dei luoghi della città deve diventare sempre più un patrimonio della memoria pubblica, delle scuole e dell’Università. È importante il contributo che danno le associazioni e le forze civiche organizzate, fra cui l’Anpi e il Coordinamento antifascista, ma resta fondamentale il ruolo della principale istituzione democratica di cui la città dispone: il Comune. L’antifascismo, inoltre, non solo è memoria, ma impegno di solidarietà contro le discriminazioni, è soprattutto e decisamente antirazzismo. E in questo senso ci aspettiamo un segnale forte dal voto democratico di Bari.

Appello ai candidati sindaci al Comune di Bari

IN OCCASIONE DEL QUESTION TIME
Bari, 15 MAGGIO 2019

ASSOCIAZIONI PARTECIPANTI:
ANCHE NOI CITTADINANZA ATTIVA
ASSOCIAZIONE GIUSEPPE LAZZATI
ARCA CENTRO DI INIZIATIVA DEMOCRATICA
ASSOCIAZIONE PERIPLO
SCUOLA DI FORMAZIONE ALLA CITTADINANZA ATTIVA – LIBERTIAMOCI

Carissimi candidati sono tanti i cittadini e le associazioni che investono senza chiedere niente in cambio, non per calcolo utilitaristico o per imposizione di un’autorità, ma per libera e spontanea espressione della profonda socialità che caratterizza la persona stessa” ovvero con la sola finalità di investire sull’unico e primordiale bene che interessa tutti noi: il senso di appartenenza a una comunità.

E’ questo che vi chiediamo all’indomani del voto, a prescindere dal ruolo che occuperete, è questo che in tanti chiedono alla politica, iniziando proprio dai giovani: mettere davanti a tutto l’interesse comune più che il proprio o del proprio partito.

E’ evidente quindi il valore delle associazioni quali cittadini consapevoli e in-formazione, per la cura, il benessere e il miglioramento della propria città. E’ ancora utile ribadirvi che esse sono la relazione tra la coscienza sociale e culturale della comunità, con le istituzioni. E’ chiaro in mezzo a tante difficoltà.

E’ sicuramente solo con le associazioni che potete ricostituire quel senso di amore di tanti cittadini per la città e solo con questo rapporto quotidiano e concreto che possiamo sicuramente migliorare Bari.

Considerate che dopo oggi non vi perderemo di vista, non ci dimenticheremo di voi; ma anche voi fate altrettanto.

Il giorno 26 maggio p.v. i cittadini voteranno per chi governerà la loro città, è stato corretto quindi creare un momento di confronto pubblico e di “risposta”. Vi dico grazie per essere qui stasera. Domande, istanze, aspettative, potranno ricevere “un impegno”, una “presa di coscienza”, delle “responsabilità”, per realizzare una città più vivibile, vale a dire a misura di esigenze legittime, concrete, reali.

Solo parole? No, perché la “verità dei fatti” oggi nasce dal primo, unico e vero “atto di coerenza” che è la comunicazione, ossia mettere in comune un programma , un’idea e confrontarsi con la collettività di riferimento alla luce del “senso o del dissenso”. Ciò è regola democratica, non dimentichiamolo.

Chi non c’è tra voi candidati non perde solo un’opportunità, ma viene meno al rispetto di tale principio oltreché all’impegno di cittadini attivi che sono qui al servizio del benessere comune, non certo del proprio.

Una proposta: istituire una casa delle associazioni in questa città, un luogo dove favorire, il confronto, far nascere idee e progetti per realizzarli. Tale proposta scaturisce dal fatto che molte associazioni, si ritrovano senza una sede, un adeguato spazio di incontro ovvero dove poter concretizzare eventi di rilievo cittadino, come questo per esempio.

A tutti interessa , cari candidati, a prescindere da come le cose andranno all’indomani del 26 prossimo, che a vincere sia con voi, innanzitutto la città.

Elezioni europee ed elezioni comunali 2019

“Da secoli e ancora oggi l’uomo cerca il fondamento della pace. Nell’epoca contemporanea si è di volta in volta creduto che quel fondamento potesse essere il regime vigente entro gli Stati piuttosto che il regime dei rapporti tra gli Stati. Si è di volta in volta creduto che quando entro gli Stati fosse realizzato un ideale di religione, o di nazione, o di classe, o di democrazia, la pace si sarebbe instaurata tra gli Stati. Il Manifesto apre gli occhi su questa illusione e indica la via d’uscita federalista”.

E’ questo un preambolo al Manifesto di Ventotene, documento politico scritto nel lontano 1941, da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, che getta le basi su quello che sarà la prima idea d’Europa.

La Scuola di formazione alla Cittadinanza Attiva – Libertiamoci sarà impegnata, nel prossimo mese di maggio, a dare il proprio apporto, in momenti separati, su due eventi politici in preparazione delle imminenti elezioni: europee e comunali.

Il primo incontro dal titolo “L’Europa ha ancora diritto ad un futuro?” si svolgerà venerdì 3 maggio 2019 AUDITORIUM PARROCCHIA S. MARCELLO.

Un momento in-formativo sul bene Europa: istituzione solo intesa come “unione economica”, ma anche politica e istituzionale, non ancora in grado di realizzare “unità e prosperità sociale diffusa”, lontana dalla condizione di essere un’idea concreta di “Stato sovranazionale”.

Ma il giorno 26 maggio 2019, in contemporanea, oltre che per le europee, a Bari, si voterà anche per l’elezione del sindaco. Un momento fondamentale non solo per la democrazia ma soprattutto per ogni singolo cittadino che è chiamato a esprimersi, con la propria scelta, su quale sarà il futuro politico, culturale, sociale, economico di questa nostra città.

A tale proposito è essenziale non stare a guardare, non criticare e basta, ma dare un senso alla propria libertà, all’impegno, alla partecipazione di ogni cittadino responsabile nei confronti della propria comunità, riappropriandosi e coltivando in tutti i modi quella vitalità civica, in grado di creare, recuperare e ricostruire, sempre anche nelle difficoltà, dei nostri tempi.

E’ con tale spirito e ispirandosi a tali princìpi che la Scuola di formazione alla cittadinanza attiva “Libertiamoci” promuove insieme ad altre associazioni: “Giuseppe Lazzati”; “Anchenoi”; “Periplo”; “Centro di Iniziativa Democratica ARCA”, il Question Time tra i candidati sindaci al Comune di Bari.
Evento che avrà luogo nel Laboratorio Urbano “Officina degli Esordi”, via Francesco Crispi 5, il giorno 15 maggio 2019: ore 17.45.

Siamo tutti indistintamente chiamati a “esserci”, a coinvolgere i più giovani, soprattutto coloro che per la prima volta andranno a votare.

Scopo principale dell’iniziativa è realizzare un confronto aperto ai cittadini, tra i candidati sindaci, in par condicio, sulla base di quattro domande,  formulate dalle associazioni di cui sopra.

Gli interrogativi verteranno su: welfare, accoglienza e integrazione, urbanistica, partecipazione.

Temi importanti e sicuramente di “svolta” per creare un città a misura di persona e realizzare una città più vivibile; vicina a esigenze legittime, concrete e reali, ossia di interesse unico e comune.

L’invito semplicissimo è: non mancare!

Dobbiamo salvare le nostre aree selvagge. Non possiamo sopravvivere senza esse.

Articolo originale web link: https://www.weforum.org/agenda/2019/01/why-should-you-care-about-wild-places/

Traduzione di Teresa Scolamacchia
foto tratta dall’articolo originale

Le zone selvagge e le creature che le popolano, ci arricchiscono in modi che possono essere sorprenderti!

Stiamo spazzando via le altre forme di vita sulla Terra mille volte più velocemente rispetto al tasso di estinzione naturale e stiamo rimpiazzando tale biodiversità con la produzione di cibo ed altre attività umane.

Metà della superficie terrestre abitabile è stata trasformata per nutrirci. Sono scomparse le foreste e i pascoli iniziali che solevano arricchire quei suoli. Prendendo in considerazione tutti i mammiferi terrestri, al giorno d’oggi, solo il 4% è selvatico; il resto è dato da bestiame ed esseri  umani. Nel secolo scorso abbiamo impoverito anche la vita negli oceani, il 90% di grandi pesci compresi squali, tonni e merluzzi sono scomparsi.

Se continuiamo così, fra un po’, gli unici grandi animali rimasti sul pianeta saremo noi, i nostri animali domestici e il nostro cibo; e le grandi comunità vegetali non saranno più foreste, zone umide o praterie, bensì monocolture simili al Midwest Americano. Alcuni sognano di trasformare “Marte nella Terra”; invece stiamo “riducendo la Terra come Marte”.

É una buona idea mercificare il pianeta e sostituire i luoghi selvaggi con quelli domestici? Possiamo vivere senza spazi selvaggi? Perché dovrebbe interessarci?

L’ossigeno che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo, dipendono tutti da altre forme di vita. Senza il resto delle specie sul pianeta, non ci potrebbe essere ricchezza, né economia e tantomeno noi stessi.

Non solo abbiamo dato per scontato tutte queste specie e i beni e i servizi che da loro otteniamo, ma abbiamo distrutto i loro habitat e le loro famiglie ad un costo altissimo per loro e per noi.

Scienziati come E.O. Wilson, ci hanno detto che abbiamo bisogno di mantenere la metà del pianeta in uno stato naturale, con ecosistemi che funzionano e continuano a garantire la nostra sopravvivenza. Per esempio, non possiamo raggiungere il target previsto dagli accordi di Parigi (non superare i 2°C di aumento della temperatura atmosferica rispetto ai livelli pre-industriali) senza ecosistemi intatti –le nostre foreste, le praterie, gli habitat degli oceani– che assorbono la maggior quantità del surplus di inquinamento da carbonio che immettiamo in atmosfera.

Più aree protette con una biodiversità fiorente non solo vanno mano a mano con la mitigazione del cambio climatico, ma sono anche richieste per correggere le nostre scelte devastanti. La natura è il nostro più grande amico e alleato, non il nostro nemico.

C’è un consenso crescente fra scienziati e gruppi di conservazione, sulla necessità di proteggere il 30% del pianeta in una maniera più formale e misurabile per il 2030, prima di perderla. Alcuni paesi capofila hanno già fatto la loro parte, come il Bhutan (70% del paese è foresta), il Cile (quasi la metà delle sue acque marine sono protette), Palau (80% delle sue aree marine sono protette) e il Regno Unito (quasi metà delle sue aree marine sono protette).

Questi leader, nei loro studi e sul campo, sanno che l’ecologia alimenta l’economia e costerà molto di più cercare di produrre ciò che la natura ci dà gratis. Nel frattempo, tecnologie all’avanguardia, incluse rilevazioni da satellite, ci stanno permettendo di monitorare le attività sulla Terra come mai prima d’ora.

La domanda che sorge spesso è come possiamo preservare maggiormente le foreste e gli oceani, con una popolazione umana in crescita? Abbiamo bisogno di sfamare 10 miliardi di persone! Tuttavia gli studi mostrano che la nostra agricoltura può già nutrire 10 miliardi di persone.

Il problema è che sprechiamo un terzo della produzione nella catena di distribuzione, dal campo alla tavola. Potremmo nutrire l’intera popolazione umana modificando la dieta (mangiando meno carne rossa e più vegetali), riformando i sussidi della pesca e l’allevamento e prevedendo una più intelligente agricoltura rigenerativa, con meno sprechi, che aiutino a rigenerare il suolo invece di buttarlo via ogni volta che piove.

Le nostre compagnie – la National Geographic Society e Dynamic Planet – si sono unite con la Wyss Campaign for Nature ed altri partner chiave nel mondo, che includono il Young Global Leaders del World Economic Forum, dando vita ad una campagna di due anni per aiutare a raggiungere il 30% della protezione delle aree naturali entro il 2030, come target principale della Convention on Biological Diversity delle Nazioni Unite.

Gli ecosistemi in buona salute –in aree protette o gestite in maniera tradizionale da comunità locali e popolazioni indigene– sono la chiave anche per la nostra economia. Ad esempio, i disastri naturali causati dal degrado di ecosistemi e cambio climatico sono già costati al mondo più di $300 miliardi all’anno e tale numero è destinato a crescere. In una conferenza, qualche anno fa, abbiamo ascoltato un manager di una famosa compagnia di assicurazioni dire che un aumento di 2°C non può essere oggetto di assicurazione e che un aumento di 3°C non è oggetto di investimento.

Ma c’è di più nella natura che il suo valore strumentale.

Pur essendo come metà della popolazione mondiale che vive in città, se sei stato vicino all’oceano, in una foresta o in prossimità di un lago, conosci la sensazione di essere intrinsecamente connesso al resto della vita sul nostro pianeta. Ci ristora, ci calma, ci diverte e ci ispira. Quanto è meraviglioso che esistano milioni di altre forme di vita che aspettano solo di essere scoperte? Non necessariamente ci ringrazieranno per mantenerle lì e lasciarle fare il loro lavoro, ma noi potremmo decisamente ringraziarle perché non potremmo essere qui senza loro.

L’articolo originale è parte del:  World Economic Forum Annual Meeting

IL VERUM, IL PULCHRUM, IL BONUM nelle parole di Maria Fernanda Sacco

Articolo e foto di Donatella Albergo
fotografie storiche tratte dal web

APPASSIONATO E TRAVOLGENTE L’APPELLO DELLA NIPOTE DI NICOLA SACCO, PER L’ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE NEL MONDO

Ieri, 29 novembre, si è tenuta nella’Aula Magna dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” una conferenza su “Le ragioni della lotta per l’abolizione della pena di morte nel mondo”, voluta, oltre che dall’Università, anche dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, da Amnesty International, dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’Associazione “Sacco e Vanzetti”. Presenti fra numerosi, illustri ospiti del mondo accademico, giuridico e associazionistico, il Magnifico Rettore, prof. Antonio Felice Uricchio, che ha fatto gli onori di casa, S.E. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, il prof. George Kain, docente presso l’università del Connecticut e naturalmente lei, Maria Fernanda Sacco, la giovane 85enne nipote del pugliese Nicola (Ferdinando) Sacco che ha travolto l’uditorio con racconti e ricordi. Indimenticabili le sue parole.

Tavolo ricco e illustre, per presentare le argomentazioni del no alla barbarie della pena di morte, per sostenere le ragioni dell’etica e del diritto che sono alla base delle tesi abolizioniste, per lottare perché, in quei paesi cosiddetti “democratici” dove ancora è vigente, venga abolita la pena capitale.

Ai giovani si è rivolta subito la sig.ra Sacco con un saluto tanto appassionato da suscitare non solo l’applauso immediato, ma anche una calorosa empatia con tutti i presenti. Il suo cuore di insegnante batte ancora per gli studenti, perché si è insegnanti per la vita. “La vita è sacra e non può essere distrutta, tanto meno per odio e razzismo” sono state le parole di apertura, il suo manifesto, prima di confidarci i suoi ricordi con una storia intima, una storia di famiglia, da intrecciare con quella che abbiamo letto sui libri.

Nel 1908 partirono per il Massachusetts gli zii Sabino e Ferdinando (il vero nome, poi cambiato in Nicola) da Torremaggiore (Fg) per aiutare l’attività di famiglia. I Sacco erano piccoli esportatori di olio nelle città e regioni vicine al foggiano e alla famiglia serviva un mezzo di trasporto. Ferdinando aveva solo diciassette anni. Sabino tornò dopo pochi anni, Ferdinando si fermò perché aveva trovato un buon lavoro presso un calzaturificio ed entrò nei circoli degli anarchici pacifisti dove conobbe Bartolomeo Vanzetti.

Al momento dell’intervento americano nel primo conflitto mondiale, si rifugiarono in Messico per non essere arruolati e al ritorno in Massachusetts, Ferdinando cambiò nome in Nicola, come oggi tutto il mondo lo conosce. Nell’aprile del 1920, Sacco e Vanzetti furono accusati di essere gli autori di una rapina ad una fabbrica di calzature in cui rimasero vittime un cassiere e una guardia armata. Condannati alla sedia elettrica senza appello, nonostante, come ha ricordato la sig.ra Sacco, un pregiudicato, Celestino Madeiros, si fosse accusato di aver partecipato alla rapina assieme ad altri complici, scagionando completamente i due italiani. Di certo, Sacco e Vanzetti pagarono per le loro idee anarchiche, idealiste e pacifiste e per il fatto di far parte di una minoranza etnica disprezzata ed osteggiata come quella italiana. Dopo sette anni di “carcere duro”, la sentenza fu eseguita mediante sedia elettrica, ha detto Fernanda Sacco con la voce che ancora tremava dopo più di quarant’anni. C’è stato bisogno di un lungo respiro prima di proseguire la sua storia. “Il nonno inutilmente inviò un telegramma (ancora conservato) a Mussolini perché intercedesse in favore dei due innocenti”. Non ci fu risposta.

Solo nel 1977 il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, riabilitò le figure di Sacco e Vanzetti e nel documento con cui proclamava il 23 agosto di ogni anno il S.&V. Memorial Day, scriveva che “il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi e contro l’intolleranza verso le idee non ortodosse, con l’impegno di difendere sempre i diritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”. Ammonimento oggi quanto mai attuale, ma ignorato.

Per concludere, la sig.ra Sacco ci ha regalato ancora qualche chicca, raccontandoci del suo viaggio a Boston per conoscere i luoghi del martirio dello zio Ferdinando: la prigione, l’aula dove fu emessa la sentenza e Boston. “Fui accolta ed ospitata gratis dal sindaco per quattordici giorni in un grande albergo!” ha raccontato ancora con semplicità e freschezza. Infine, ricordando con orgoglio e commozione, la particolare benedizione chiesta ed ottenuta da papa Francesco, la sig.ra Sacco ha concluso il suo intervento in un mare di applausi del pubblico incantato.

Le ceneri di Nicola Sacco sono state traslate dall’America e tuttora riposano nel Cimitero di Torremaggiore, all’ inizio del viale centrale. 

Educhiamoci alla vita dicendo “No alla pena di morte”

Il 29 novembre u.s. si è svolta, nell’Aula Magna Aldo Cossu dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, la conferenza dal titolo: “Le Ragioni della lotta per l’abolizione della pena di morte nel mondo”.
Fra i relatori il Prof. Giuseppe Gabrielli dell’Università Federico II di Napoli che ci ha gentilmente inviato quest’articolo e di cui pubblichiamo il testo integrale.

articolo di Giuseppe Gabrielli, Comunità di Sant’Egidio

In occasione della Giornata internazionale Cities for Life, “Città per la Vita, Città contro la pena di morte”, la più grande mobilitazione contemporanea planetaria per indicare una forma più alta e civile di giustizia contro pena capitale, l’Associazione Sacco e Vanzetti e la Comunità di Sant’Egidio hanno organizzato lo scorso 29 Novembre a Bari nell’Aula Magna Aldo Cossu dell’Università degli studi di Bari A. Moro la conferenza dal titolo: “Le Ragioni della lotta per l’abolizione della pena di morte del mondo”. Nell’occasione, circa 200 tra studenti universitari di Scienze Politiche e di Giurisprudenza e studenti delle scuole superiori hanno ascoltato gli interventi che si sono succeduti nell’arco della mattinata.

La conferenza, presieduta da Matteo Marolla, presidente dell’Associazione Sacco e Vanzetti, ha visto il saluto del Magnifico Rettore prof. Antonio Felice Uricchio e di Sua Eccellenza Monsignor Francesco Cacucci e la partecipazione di illustri ospiti tra cui la sig.ra Maria Fernanda Sacco, Presidente Onoraria dell’Associazione Sacco e Vanzetti, e il prof. George Kain, docente Diritto penale alla Western Connecticut State University, nonché commissario di polizia a Ridgefield, sulla costa orientale degli Usa.

Maria Fernanda Sacco, ottantasette anni, ultima nipote vivente di Nicola, ha raccontato durante il suo appassionato e toccante intervento: «Io sono nata cinque anni dopo la sua morte. Ho sempre convissuto con la memoria di questa tragedia ricordata sempre da tutta la nostra numerosa famiglia». Sacco, pugliese ed operaio in una fabbrica di scarpe, e Vanzetti, venditore ambulante di pesce, furono condannati a morte per omicidio il 23 agosto del 1927 nella prigione di Charlestown sulla base di pregiudizi politici e razziali alla fine di un processo farsa in cui non fu esercitato il diritto della difesa. Solo dopo cinquant’anni dalla loro morte, Michael Dukakis, governatore dello Stato del Massachusetts, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti. Sono tanti gli impegni messi insieme dalla tenacia della Sig.ra Fernanda Sacco che lavora ogni giorno della sua vita per sensibilizzare in particolare le giovani generazioni affinché si realizzi presto «l’abolizione della pena di morte in tutti i Paesi del Mondo e l’affermazione della dignità di ogni essere umano».

George Kain è da tanti anni testimonial della battaglia negli Stati Uniti d’America per l’abolizione della pena di morte. Dopo essere inizialmente favorevole alla condanna a morte, George ha iniziato un lungo cammino di riflessione intellettuale che lo ha portato a cambiare idea. Ha detto: « Negli anni ho approfondito la questione e ho incontrato molte persone che hanno segnato questo mio percorso di cambiamento. Tra tutti ha ricordato Thurgood Marshall, il giudice della Corte suprema degli Stati Uniti, dicendo: «Non ho mai dimenticato le sue parole: “Se la gente conoscesse la verità sulla pena di morte, smetterebbe di sostenerla”». Netta la motivazione: «Dopo che si è uccisa una persona non si può più tornare indietro. Sono 164 le persone giustiziate negli Usa e che in seguito si sono rivelate innocenti, e conosciamo molte altre situazioni – ha aggiunto Kain – nelle quali dei detenuti rischiano di pagare un prezzo elevatissimo per un crimine che non hanno commesso».

Tanti gli interventi che hanno voluto accompagnare nel corso della mattinata le due testimonianze: la prof.ssa Maria Luisa Lo Giacco, docente di Diritto Canonico ed Ecclesiastico ed esponente della Comunità di Sant’Egidio; il prof. Antonio Incampo, docente di Filosofia del Diritto; il dott. Antonio Laronga, procuratore aggiunto del Tribunale di Foggia; il dott. Dino Alberto Mangialardi, responsabile del gruppo Amnesty International di Bari.

Si tratta di un movimento di difesa della vita che ogni anno si accresce coinvolgendo migliaia di persone di tutte le età e a ogni latitudine. Questo movimento arriva fino alla più alta istanza politica del mondo che è l’Assemblea delle Nazioni Unite, con la proposta di moratoria universale sulle esecuzioni iniziata nel 2007, in cui l’Italia gioca un ruolo decisivo, e che ha visto nell’ultima votazione del 14 novembre 2018 il voto così ripartito: 123 a favore della moratoria, 36 contrari, 30 astenuti. Un voto molto incoraggiante che in dieci anni ha visto ridursi il fronte dei contrari passando da 52 a 36 Paesi, 16 paesi hanno cambiato opinione. Accanto a questo vanno aggiunte le tante notizie positive giunte in questi anni da paesi retenzionisti passati all’abolizione de jure o de facto.

IMMIGRAZIONE E ACCOGLIENZA: DUE CONCETTI ANCORA CONCILIABILI? UNO SGUARDO AL NOSTRO PAESE SUL TEMA

Articolo e foto di Donatella Albergo

È l’interrogativo che si è posto l’Associazione per la cittadinanza attiva, “Libertiamoci”, con questo primo convegno per l’anno 2018/19. Relatori: suor Marialuisa Matarazzo, missionaria in Congo per 18 anni ed esperta dei problemi africani; il prof. Nicola Colaianni, docente presso l’Università “Aldo Moro” di Bari e Al Bourini Karim, mediatore culturale di esperienza più che decennale. A sorpresa, è riuscita a raggiungerci la dott.ssa Dabbicco, presidente di commissione per il riconoscimento della protezione internazionale. All’incontro, dal titolo “Immigrazione e accoglienza: propositi, interrogativi e soluzioni”, hanno dato il loro contributo i giovani dell’USC, (Unione Sanguis Christi): Danilo, Angela, Nicola, Mario, Lucrezia, Cristina, Giuseppe, guidati da Marilina. Ha presentato e coordinato l’incontro l’avvocato Antonio Garofalo, presidente di Libertiamoci. La sua parola-chiave è stata “rispetto”, “rispetto reciproco”, fondamento di ogni civile e pacifica convivenza.

La voce di Lucrezia ha letto “Non è tuo figlio”, sconvolgenti versi di Sergio Guttilla, capo scout Agesci, dedicati ai cento morti in mare, in attesa di una nave che li salvasse, il 29 giugno 2018. Subito silenzio in sala, brividi sulla pelle, domande senza risposte, un’ondata di quella rabbia che nasce dall’impotenza.

Una clip di Checco Zalone, con bonaria ironia sulle religioni, ha portato il sorriso e aperto il video dei ragazzi che hanno posto l’accento sui diritti violati dei minori migranti e presentato sondaggi di opinione su un campione di cento persone, intervistate per la strada, in mercati, all’università. Buona la scelta i brani proposti, tra cui: la preghiera laica di Erri De Luca, “Mare nostro che non sei nei cieli” e la lettera di don Tonino Bello “Al fratello marocchino”.

Il mediatore culturale, sig. Karim, ha voluto porre l’accento sull’aspetto economico della presenza di immigrati nel nostro paese, rispondendo alla diffusa percezione che essi “tolgono il lavoro agli italiani”. Il sig. Karim ha ricordato invece il contributo che gli immigrati danno nelle imprese, soprattutto del nord est, nelle famiglie con le badanti, in agricoltura. Essi dunque costituiscono una forza lavoro che compensa la mancanza di manodopera italiana, soprattutto in alcuni settori. Il sig. Karim ha inoltre sfatato il mito dei 35 euro che andrebbero ai migranti: nelle loro tasche arrivano solo da 1,50 ai 2,50 euro. Il resto va ai gestori dell’accoglienza per le spese del loro operato. Però purtroppo c’è a chi fa comodo sostenere la favola dei 35 euro, e a chi fa comodo crederlo.

Suor Marialuisa Matarazzo ha portato la sua ventennale esperienza di missionaria in Africa, soprattutto in Congo. Ha parlato delle straordinarie potenzialità di quei paesi, ricchi di risorse e materie prime, ma depredati dalle multinazionali e dalla corruzione dei governi, spesso fantocci delle potenze occidentali. Deforestazione, monoculture, controllo e monopolio delle materie prime, contrabbando di diamanti, oro, avorio, vendita di armi (Italia compresa), sfruttamento di minori, sono la vergogna delle potenze occidentali che, dopo aver depredato quei paesi con il colonialismo militare e politico, sono oggi passate al più sottile e malefico colonialismo economico. E, dopo aver creato le condizioni di povertà e guerra, respingono quella gente per mare e per terra come animali infetti, quasi per evitare la contaminazione del nostro benessere e della nostra tranquillità.

Suor Marialuisa ha parlato del coltan, la sabbia nera, leggermente radioattiva, da cui nascono pc e smartphone. Oggi è più prezioso dell’oro, ma il suo sfruttamento è l’inferno e la dannazione per quelle popolazioni, soprattutto bambini.

E poi ci sono le guerre, così redditizie per l’occidente che è conveniente anche crearle: sono lontane da casa propria, fanno salire il pil, crescere l’occupazione e l’economia, assicurare il successo politico ed elettorale. Perché il primo fattore di gradimento elettorale è la crescita e il benessere economico. Segue la sicurezza. Perciò convincere e poi combattere l’equazione migrante = criminalità e impoverimento, è fare campagna elettorale vincente.

Appassionato l’intervento a sorpresa della dott.ssa Dabbicco che si è soffermata sull’abolizione dei “motivi umanitari” del decreto Salvini su sicurezza e immigrazione, due termini che messi insieme sono già una dichiarazione di intenti… La dott.ssa è stata profetica: aveva già previsto vicende un po’ complicate per questo decreto, soprattutto di natura costituzionale e infatti è di oggi la notizia che il CSM ha bocciato il decreto per incostituzionalità: “Su migranti e richiedenti asilo norme costituzionali non rispettate”.

Dabbicco ha sottolineato che “bisogna tornare a riflettere sui valori della Costituzione per vincere l’intolleranza e la sopraffazione che noi imponiamo ai migranti. Dobbiamo restituire loro le libertà democratiche e i diritti fondamentali” che dall’Illuminismo in poi vanno riconosciuti a tutti gli uomini e che gli stati cosiddetti democratici (naturalmente Italia compresa) hanno ratificato.

Ha concluso l’incontro il prof. Colaianni che con professionalità e passione ha sempre risposto ai nostri inviti e ha arricchito il tavolo dei relatori. Anche il professore ha fatto il richiamo forte alla Costituzione, all’art. 10, soprattutto comma 3. “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Il professore ha richiamato l’attenzione sulla revoca della cittadinanza italiana presente nel decreto Salvini, come fece il fascismo per gli ebrei stranieri. L’allarme è costituito dall’idea che “la cittadinanza sia considerata una concessione sempre revocabile e non un riconoscimento” , ha detto Colaianni. “Stiamo riducendo l’accoglienza e rinunciamo all’integrazione. Ingresso e soggiorno sono oggi impediti. Ma è questo che voleva la nostra Costituzione? E oggi i due terzi degli italiani la pensano come Salvini…”

Il professore ha posto l’accento sula parola “diritto” contenuto nel comma 3, parola “che è in via di estinzione per le politiche degli ultimi anni, politiche di respingimento” purtroppo oggi percepite come un valore da molti cittadini, non solo italiani. L’uomo politico che sa respingere, chiudere porti e frontiere, alzare muri e srotolare filo spinato, mandare l’esercito contro chi è in viaggio, anzi in fuga, piace.

Altro allarme che il relatore ha voluto sottolineare è l’introduzione del “reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, anche nei confronti di chi accoglie gli irregolari. Una pericolosa introduzione che rischia di mettere sullo stesso piano trafficanti e solidarietà.

Infine, un ricordo al sindaco di Riace, Mimmo Lucano che, pur nella sua amministrazione “pasticciata” ha rappresentato un modello di integrazione che tutto il mondo ha ammirato. La sua condanna è stato il più clamoroso esempio di uno stato che respinge e che utilizza il reato di favoreggiamento anche nei confronti di chi integra i migranti. Lo stesso sta accadendo in Francia con il “délit de solidarité”, reato introdotto per chi aiuta gli stranieri irregolari. Eppure era stata proprio la Francia che, ispirandosi alla Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, aveva proclamato la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino nel 1789, che all’art. 1 recita: “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”. Oggi il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina e il délit de solidarité sono la negazione del valore di Fraternité che, insieme alla Liberté e Legalité, con tanta enfasi ci avevano insegnato a scuola e con tanta passione avevamo imparato. Ma non sempre il tempo è progresso.

L’incontro è stato ricco e apprezzato, con tante domande ancora da fare, con tante risposte ancora sospese. Ma il tempo, come si dice, “è volato”. Intanto, il punto fermo rimane la Costituzione. Conosciamola, rispettiamola, amiamola e difendiamola. Noi saremo vigili.

 

L’inquinamento da plastica è cresciuto di cento volte nel Sud Atlantico

“Questo è un grande campanello d’allarme”

Di Marlene Cimons (articolo originale in inglese) Data pubblicazione : 17/10/2018

Nexus Media News, Contributor Stories of Humans, Science and Society

Tradotto per Libertiamoci da Teresa Scolamacchia

Pexsels

 

Trent’anni fa, le acque oceaniche che circondavano le isole Britanniche nel Sud Atlantico erano quasi immacolate. Ma i rifiuti plastici sono cresciuti di cento volte da allora, e di dieci volte rispetto allo scorso decennio. Queste isole – che costituiscono parte dei territori britannici oltremare e che includono Riserve Marine Protette già stabilite o in attesa di essere dichiarate tali –  sono fra le più remote nel pianeta. Nonostante ciò, non sono più immuni dal tipo di inquinamento tipico della costa industrializzata del Nord Atlantico, cosa che preannuncia gravi conseguenze, come rivela un nuovo studio.

“La plastica negli oceani non è unicamente sgradevole e minacciosa per la vita marina. Sta entrando nella catena alimentare marina, dalla quale molti umani sul pianeta dipendono,” dice David Barnes, un ecologo marino del British Antarctic Survey (BAS) che ha studiato la regione. “ Quanto più a lungo e tardi tralasceremo il problema delle plastiche, tanto più difficile e dispendioso sarà trattarlo. Dobbiamo far qualcosa velocemente, perché le plastiche in mare possono diffondere alcuni composti chimici abbastanza tossici, riducendo la capacità dell’ambiente di alimentarci, e diventando parte del cibo che vogliamo mangiare. È chiaro che non ignoreremmo mai la presenza di veleni sui vegetali che utilizziamo per nutrire gli animali dei nostri allevamenti, ma é quello che sta succedendo nei nostri mari.”

I territori Britannici oltremare, mostrati nella cartina, includono varie isole nel Sud Atlantico (da Wikipedia/Rob984).

 

La plastica é di molti tipi e proviene da molte fonti, incluso detriti trasportati da discariche, spazzatura lasciata da ignari frequentatori di spiagge, rifiuti di pescherecci o di navi da trasporto ed altre cianfrusaglie trasportate da tempeste severe e incidenti. Secondo Barnes, “Milioni di microplastiche possono formarsi dal degradarsi di un solo grande pezzo, come una busta di plastica”.

Il cambio climatico sta aggravando il problema, spiega Barnes. Gli animali e le piante, già provati dagli effetti delle plastiche, stanno diventando più vulnerabili ad altri fattori stressanti, come le acque più calde. Inoltre, alcune creature marine possono essere trasportate da pezzi di plastica e così flottare lontano da posti temperati verso posti più freddi, stabilendosi in questi ultimi ai quali non appartengono. “Le plastiche sono una casa flottante potenziale, così che animali di un luogo possono colonizzarle ed essere trasportati in un altro luogo dove diventano specie invasive stabilendosi, riproducendosi e diffondendosi” dice Barnes.

Inoltre la degradazione di tali plastiche produce gas effetto serra come metano ed etilene quando esposte alla luce solare, peggiorando il cambio climatico. “Il cambio climatico è legato alla plastica come minaccia alla biodiversità  — cioè alla vita sulla terra — in vari modi,” dice Barnes, primo autore dello studio apparso sulla rivista Current Biology.

Jamestown, St. Helena, vista dalla barca di ricerca di Barnes (foto D. Barnes).

 

I rifiuti plastici in acque oceaniche possono essere causa di numerosi pericoli per la vita marina, fra cui aggrovigliamento, avvelenamento e morte dovuta a ingestione. “L’ingestione di plastica che conduce a deficienze nutrizionali o inedia  – per esempio blocco dello stomaco – è parte del problema,” dice Barnes. “questo può essere peggiorato dal fatto che i rifiuti plastici in mare possono assorbire in maniera persistente inquinanti di natura organica –  veleni –  e concentrarli. La macroplastica può aggrovigliare, soffocare o affogare animali come tartarughe, balene e squali.”

Andy Schofield, un biologo presso la Royal Society for the Protection of Birds, e uno dei ricercatori del progetto, è d’accordo: “Queste isole e gli oceani attorno ad esse sono sentinelle della salute del nostro pianeta,” dice. “Spezza il cuore guardare albatri mangiare plastica migliaia di miglia lontano da tutto. È un grande campanello d’allarme. Il non agire mette in pericolo non solo uccelli minacciati di estinzione e gli squali balena, ma anche gli ecosistemi sui quali molti isolani si basano per l’approvvigionamento di cibo e la loro salute.”

S. Morley: Squali balena come questo sono in pericolo di estinzione dovuto all’inquinamento da plastica.

 

Lo studio é stato condotto durante quattro crociere effettuate dalla nave da ricerca BAS -RRS James Clark Ross tra il 2013 ed il 2018. Un gruppo di scienziati provenienti da dieci organizzazioni hanno campionato le acque ed il fondo del mare, mantenuto sotto controllo spiagge ed esaminato più di 2000 animali appartenenti a 26 specie diverse. Il lavoro fa parte di un programma il cui obiettivo è quello di aiutare piccole isole-nazioni nell’Atlantico a proteggere le proprie coste.

Secondo gli scienziati, la quantità di plastica che ha raggiunto queste regioni è cresciuta a tutti i livelli, dalla costa al fondo del mare. Più del 90 per cento dei detriti spiaggiati è costituito da plastica, e il volume di questi detriti è il più alto registrato nell’ultimo decennio.

Plastiche sulla costa di St. Helena (foto D. Barnes).

 

La maggiore concentrazione di plastica è sulle spiagge. “Nel 2018 abbiamo registrato più di 300 oggetti per metro di costa sulle Falkland orientali e l’isola di Santa Helena. Questa quantità supera di dieci volte quella registrata un decennio fa.” dice Barnes. “Capire la portata del problema è il primo passo che permette di aiutare il commercio, l’industria e la società per affrontare il problema.”

Inoltre, la posizione “ultraperiferica” (di queste zone) da fonti di plastica, costituisce una istantanea sullo “stato degli oceani’,” dice Barnes, spiegando che quello dei rifiuti di natura plastica è un problema globale che richiede sforzi concreti e di diverso tipo per risolverlo.

Vista di una delle spiagge dell’isola di St Helena dopo essere stata pulita (foto D. Barnes).

 

“Ci sono azioni che possono essere fatte a livello governativo, per esempio tassare i prodotti di plastica di uso singolo, o bandirne alcuni ed incentivare meglio il riuso e/o riciclaggio di altri,” dice ancora Barnes. “Ci sono molte cose che possiamo fare come individui, non solo mettere pressione affinché le cose cambino, ma essere anche più selettivi nel comprare prodotti con un packaging ridotto, pensare di più a come riciclare e raggiungere uno stoccaggio corretto.”

Barnes sottolinea che molte parti del mondo non hanno le risorse per raccogliere e smaltire la plastica. Quindi “le nazioni sviluppate dovrebbero aiutare di più in questo, ed è nel nostro interesse farlo”. “Esistono molte strategie per cercare di scovare, raccogliere e contrastare la plastica in mare, ma come mostra il nostro studio, il problema sta crescendo in misura più veloce che in altri tempi- e dobbiamo veramente trattare il problema in maniera più seria rispetto a quanto fatto finora.”

Marlene Cimons scrive per Nexus Media, una newsletter sindacale/ consorziata che tratta clima, energia, politica, arte e cultura.

Per saperne di più:

Environment Nature And Environment Plastic Pollution Conservation And Recycling James Clark Ross

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IN CENTOMILA ALLA MARCIA PER LA PACE PERUGIA-ASSISI 2018, MA NESSUN RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO

Articolo e fotografie di Donatella Albergo

Centomila partecipanti da ogni parte d’Italia, anche sotto gli scrosci di pioggia alla partenza. Un serpentone arcobaleno lungo 15 km, dozzine di associazioni cattoliche e laiche, sindacati di lavoratori, scuole di ogni ordine e grado, sindaci di tanti comuni italiani, 286 gonfaloni, accorato messaggio del Presidente della Repubblica, ma nessun rappresentante del governo o della maggioranza a ricordare gli articoli 10 e 11 della nostra Carta Costituzionale che riguardano il diritto d’asilo (art.10) e la ricerca della pace, anche favorendo “le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” (art. 11).

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” Recita il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, firmata a Parigi il 10 dicembre 1948 e promossa dalle Nazioni Unite perché avesse applicazione in tutti gli stati membri.

E perciò, una marcia per la pace e la dignità di ogni uomo, voluta per non fare carta straccia dei principi etico-sociali della Bill of Rights e dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, della Dichiarazione Universale di Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, dei “Quattordici punti” del presidente Wilson nel 1918, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, del Patto Internazionale sui diritti Civili e Politici adottati all’unanimità dall’ONU nel 1966, della Costituzione Europea del 2004, della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, entrata in vigore con il trattato di Lisbona l’1 dicembre 2009.

Dunque, oggi più che mai, adoperiamoci perché non siano cancellate le lunghe e faticose conquiste dei diritti umani universali, perché nel mondo ci sono risorse per tutti, se accuratamente usate e più equamente distribuite.

Don Luigi Ciotti di “Libera”, il padre comboniano Alex Zanotelli ed altri sacerdoti hanno concelebrato messa alle 7 del mattino in una basilica colorata di striscioni e bandiere di pace deposte ai piedi dell’altare. C’è chi ha lasciato le sue scarpe e il suo cammino, chi la sua sciarpetta, chi poche righe su un foglio improvvisato, sorpreso dalla richiesta così singolare di padre Alex a deporre qualcosa. Sul transetto, un grande striscione con la scritta “sangue nostrum” faceva rabbrividire. Nell’omelia di padre Alex, oltre all’accorato appello alla pace, c’erano la preghiera e l’esortazione a difendere e a rispettare la terra e le sue risorse, a cominciare dall’acqua. Bene di tutti, bene prezioso, come la pace che abbiamo il dovere di costruire e difendere. Ed acqua era distribuita lungo i 24 km del percorso, ma acqua in autobotti con numerosi rubinetti, da cui si poteva attingere senza consegnare centinaia di migliaia di bottigliette di plastica. Il pianeta ringrazia.

Abbiamo visto padre Zanotelli marciare a lungo con noi, dietro striscioni, offrendosi sorridente e infaticabile, a selfie e interviste, a telecamere e parole bisbigliate all’orecchio… Marciavano rappresentanti di Libera ed Amnesty International, Cgil Cisl e Uil, Banca Popolare Etica, Fnsi, Francescani del Sacro Convento di Assisi, il Coordinamento degli enti locali per la pace. In testa al corteo, una grande bussola, con i punti cardinali di Libertà, Dignità, Uguaglianza, Diritti, poi uno striscione arcobaleno lungo decine di metri e una grande bandiera dell’Unione Europea. Lungo l’armoniosa campagna umbra, addolcita e lucidata dai colori e dalla pioggia dell’autunno, marciava gente comune, giovani, ma anche meno giovani con i capelli bianchi, genitori e insegnanti delle elementari, perché il seme sia gettato presto e dia buon frutto. Genitori e maestri che insegnano con l’esempio e non solo con le parole. Poi, all’arrivo, un sole caldo e un cielo pulito hanno illuminato Assisi e la Basilica. Mantelle e ombrelli ormai asciutti sono stati riposti nello zaino, la fatica cancellata, rimaneva solo l’orgoglio di esserci e di aver fatto la cosa giusta.

In apertura, è stato letto il messaggio del Presidente che ha esortato a “non retrocedere per nessuna ragione sui diritti della persona” e ad essere “testimoni di speranza”. Ci auguriamo, per difendere la nostra dignità e umanità, prima che quella degli altri più sfortunati di noi, che il Presidente vegli, come suo preciso compito istituzionale, sul rispetto dei sacrosanti principi da lui stesso ricordati.

Il manifesto finale della giornata è stato un invito all’accoglienza e a “non lasciare nessuno solo”. “Diciamo basta all’individualismo e alla competizione che ci impediscono di rispondere ai bisogni fondamentali delle persone – hanno sottolineato i promotori – Prendiamoci cura di tutti, senza distinzioni, a cominciare dai più vulnerabili”. E ancora: “Rimettiamo al centro della nostra comunità, della nostra società le persone, tutte le persone, la loro dignità e i loro diritti umani fondamentali. Costruiamo un argine alla violenza diffusa, al razzismo, alle discriminazioni, al bullismo, alle parole dell’odio…”

Abbiamo il dovere, morale e costituzionale, di accogliere e integrare chi scappa dalle guerre e dalla fame perché si muore (e peggio) anche di fame. E di bombe, di quelle bombe che noi stessi vendiamo per l’arricchimento di pochi e la morte e la sofferenza di milioni di esseri umani senza voce e senza scampo. A questa gente si vorrebbero chiudere porti e aeroporti, alzare muri e srotolare filo spinato, rispedire in lager e condannarli a morte una seconda volta, dimenticando che insieme avremo condannato a morte la nostra dignità e umanità. Non possiamo privare anche della speranza chi non ha nulla e che per puro caso è nato dall’altra parte del Mediterraneo o dalla parte sbagliata del mondo. Non perdiamo la nostra umanità e dignità prima ancora delle loro, anzi lottiamo perché non ce le rubino.

Per questo domenica eravamo ad Assisi, la terra di Francesco, la terra di santità e di pace.

 

 

 

 

 

 

 

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