“Dentro una bottiglia” o in una associazione?

Intervista a cura di Anna Paola Capriulo e Antonio Garofalo.

È un sabato pomeriggio di pieno inverno e una particolare atmosfera riempie la sala, al primo piano dell’oratorio di San Rocco. È qui che incontriamo Giovanni Carrassi presidente dell’A.I.C.A.T. (Associazione Regionale dei Club degli Alcolisti in Trattamento), il quale attraverso incontri itineranti che chiama “laboratori di vita” spiega a tutti come si possono prevenire le “polidipendenze” (uso di droga e di alcool) e curare la sofferenza psichica che ne deriva.

Ogni associazione però è un guscio vuoto, se non conosci chi l’ha costituita e per quale motivo l’ha fatto. Per conoscere Giovanni, devi partire da quello che dice di sé: “Per ben trentaquattro anni sono stato dentro una bottiglia e poi ne sono uscito” e da quello che dice della sua associazione: “È come una piramide rovesciata, sotto il presidente e all’apice, le famiglie”.

Chi sei e perché hai sentito l’esigenza di far parte di questa associazione?

Mi chiamo Gianni Carrassi e per molti anni sono stato dipendente dall’alcool. Per tutti questi anni la mia vita e quella della mia famiglia sono state condizionate dall’alcool; le mie scelte non sono state scelte fatte in maniera sobria ma sempre dettate dall’alcool. In quegli anni la mia famiglia si chiudeva sempre più in se stessa e siamo arrivati all’isolamento quasi totale perché quando interviene l’alcool, anche gli amici ti abbandonano.

Ad un certo punto mia moglie si è rivolta all’ A.I.C.A.T.  Per due anni lei ha frequentato questa associazione ricevendo da loro un supporto per andare avanti, ma giacché io non volevo frequentarla sono venuti a trovarmi a casa i membri dell’associazione, e lentamente hanno cominciato a vincere le mie resistenze. Alla fine sono entrato in associazione, e grazie all’impegno che ci ho messo e all’aiuto che ho ricevuto, sono riuscito a venire fuori da questo problema. Ora faccio ancora parte dell’associazione oggi dopo tredici anni che ho smesso di bere perché il bere è uno stile di vita, quindi ho dovuto cambiare il mio stile di vita cominciando un percorso nuovo di cambiamento, che noi chiamiamo di crescita, l’ho fatto insieme a mia moglie e questo ha unito molto il nostro matrimonio.

I tuoi incontri mettono sullo stesso piano il relatore e chi lo ascolta. Forse è una strategia per far comprendere a tutti che la tua è una vocazione per “salvare” tante altre vite dai dolori dell’alcool?

Io non ho la capacità di salvare qualcuno, posso soltanto far sì che la gente che ha la pazienza di ascoltarmi riesca poi da sola a riflettere e fare le proprie scelte, perché noi non possiamo scegliere per gli altri, però se mettiamo a disposizione degli altri quello che è il nostro vissuto possiamo augurarci che gli altri ne traggano beneficio.

Io mi pongo sullo stesso piano di chi ascolta: noi non facciamo da professori ma chiacchieriamo con la gente. A nessuno piace parlare del proprio vizio di bere o dei propri comportamenti, ed è per questo che è impensabile comportarsi come un “professore”. Il buon senso ci porta a equipararci a chi ascolta, cercando di ragionare insieme, nella speranza di ottenere qualche risultato. È soltanto in questo modo che si riesce a far venir fuori le problematiche di chi è seduto in cerchio con noi. Il cerchio indica che siamo tutti sullo stesso piano.

Non c’è motivo per cui la gente inizia a bere o smette di farlo, ma una concausa di motivi. Si comincia a bere perché è un uso comune, perché così fanno tutti; l’alcool fa parte della nostra natura, il vino non manca mai sulle nostre tavole. Dobbiamo piuttosto chiederci il perché non si faccia in modo che la gente sappia che il vino è un alcolico, la birra è un alcolico e l’alcol nuoce alla salute.

Un amico della nostra associazione ha stampato un volume molto simpatico chiamato “Vino e bufale” che fa una caricatura di tutti quelli che ritengono che il vino non sia alcool.

Nei nostri incontri si cerca di informare la gente, facendo conoscere cos’è l’alcool, e a cosa porta l’alcolismo; chiaramente ognuno è poi libero di scegliere per la propria vita.

La nostra associazione prevede un Presidente nazionale, tre vicepresidenti, un consiglio direttivo, poi seguono le famiglie. L’associazione è formata da club; il club è un insieme di famiglie, una comunità multi-familiare, a Bari ci sono una ventina di club, e sono formati da famiglie.

I club sono autonomi, e la vera forza delle associazioni sono le famiglie, quindi è una piramide rovesciata, alla testa non c’è il Presidente, ci sono le famiglie. Il Presidente è al servizio delle famiglie, più si sale come carica più si è al servizio degli altri. Io, oltre ad essere vicepresidente nazionale, sono un servitore insegnante, ossia chi coordina un club, servitore perché al servizio delle famiglie, insegnante perché ho studiato, mi sono preparato partecipando a corsi, ma ciò non è indice di superiorità, è una figura alla pari degli altri che deve semplicemente garantire la corretta applicazione della metodologia.

Se non fosse entrata l’associazione nella sua vita, come sarebbe andata?

Questa è una domanda alla quale non è facile dare una risposta perché possiamo fare solo delle supposizioni. Vediamola così: l’alcolista ha una piccola parte del suo cervello che rimane lucida quindi è cosciente di avere una dipendenza, sa che non è più lui a decidere ma la bottiglia. Allora cerca di venirne fuori ma il più delle volte non ce la fa. Questo non farcela lo pone in condizioni di sfiducia in se stesso, si arriva al momento in cui si auto convince che non ce la potrà mai fare e si rassegna a lasciarsi andare, anche a morire. In tutto questo meccanismo intervengono fattori esterni come la famiglia o delle associazioni. Io mi trovavo in una fase in cui sapevo di essere diventato dipendente dall’alcool, sapevo benissimo di andare incontro a rischi elevati. Mi rendevo conto che stavo perdendo fiducia in me stesso ed ero arrivato al punto di pensare di farla finita. È stato in quel preciso momento che sono intervenute le famiglie dell’associazione. Non so come sarebbe andata se non li avessi conosciuti. Forse sarei riuscito a smettere di bere ma non so se sarei riuscito ad allontanare l’alcool dalla mia vita per tredici anni. Dire ”non berrò mai più nella mia vita” fa paura a me e a chiunque, come chi vuole smettere di fumare; io dico che sono tredici anni che non bevo, domani sarà un giorno in più e siccome sto bene così spero di continuare a non bere. Tutto qui!

Il vino veniva dato agli avversari prima di una battaglia, oggi per quale motivo ci si avvicina all’alcool, secondo te?

Il vino è presente a tavola, un giovane vede la madre, il padre o il fratello più grande bere, ed è normale. È strano chi non beve.

Un bambino sa che la droga fa male, un adulto non sa che l’alcool fa male, ritiene che il rischio sia nullo. C’è un progetto fatto dalla Prefettura di Bari chiamato “Rischio” che ha confermato questi concetti. Persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito l’alcool come una sostanza tossica, al pari dell’eroina. Ad un vostro amico che si droga, gli direste “drogati ma drogati meno”? Io penso di no. Senza demonizzare l’alcool è bene essere informati sugli effetti dell’alcool dopodiché si è liberi di scegliere. Ma bisogna sapere.

Prima hai detto che quando si è ubriachi una parte del cervello rimane lucida ed è questa che ti dà la più grande sofferenza. Può essere questo il primo spiraglio per riprendere una vita normale da dove la si è lasciata e riacquistare i rapporti con la famiglia, gli amici ed i colleghi?

L’alcool all’inizio ti dà una mano, ti senti invincibile, ti sembra di superare limiti ed inibizioni, ti aiuta a socializzare, ma dopo ti chiede un conto molto salato. L’alcool dà sofferenza perchè anche da ubriaco ti rendi conto delle sciocchezze che stai facendo, del modo in cui la gente ti guarda.

Perdi dignità e stima in te stesso e questo porta all’abbrutimento. Perdi il lavoro, gli amici, gli affetti, si finisce sui cartoni.

Con l’associazione è più semplice smettere, ma senza si può riuscire comunque?

Forse si può smettere con l’aiuto dei propri cari. Ma la dipendenza non è come una malattia che si cura dal medico, i medici esperti nella cura delle dipendenze, sono pochi. Se decidiamo di cambiare stile di vita allora si riesce a smettere di bere. Il mantenimento dello stato di sobrietà è facilitato dalla frequentazione dell’associazione perché ci si sente arricchiti sul piano umano e si arriva a cambiare con più determinazione il proprio stile di vita, cambia il modo in cui si affrontano le situazioni della vita che prima portavano a bere.

Statisticamente sono di più le famiglie di un alcolista ad avvicinarsi all’associazione o più gli alcolisti stessi?

Normalmente si avvicina la famiglia. Nel momento in cui l’alcolista varca la soglia dell’associazione, metà del lavoro è fatto perchè l’alcolista accetta il fatto di avere una dipendenza.

Se potessi entrare nella mente di un ragazzo che sta bevendo, cosa gli diresti?

Gli direi innanzitutto di lasciar perdere. L’alcolista vive con un compagno, l’alcool che lo aiuta in qualsiasi cosa, un colloquio, un’interrogazione, pensare che questa persona possa abbandonare tale supporto non è semplice.  Noi dobbiamo far capire all’alcolista che intorno a lui ci sono tante mani tese e sono le mani di tutti quelli che vogliono aiutarlo. L’alcolista deve capire che non è solo. Siamo abituati a vivere come se fossimo in una giungla, proviamo invece a sorridere alla gente, a salutarci l’un l’altro. La gente ha bisogno di comunicare, aiutiamoci fra noi a rompere il muro che ci separa e ci fa sentire soli se ci riusciamo avremo fatto un passo avanti per sconfiggere l’alcool e la droga. Perché si beve? Perché abbiamo paura di restare soli, perché abbiamo paura di affrontare il mondo. Il mondo non possiamo cambiarlo, ma possiamo cambiare noi e con il nostro cambiamento influenzare i nostri amici, la famiglia, le nostre comunità; così si cambia il mondo. I giovani vivono nell’incertezza ma trovano coraggio e sicurezza se stanno in gruppo, quindi quando si parla con loro bisogna “provocarli”, “sfidarli”, chiedergli se sarebbero capaci di comportarsi diversamente dagli altri, se sarebbero capaci di rinunciare a bere o fumare anche se tutti gli altri componenti del gruppo continuassero a farlo. Su 100 ragazzi basta che uno assuma un determinato comportamento (positivo o negativo che sia) e diventa un processo a catena.

Un’ultima domanda: uno sguardo al tuo passato, come lo definiresti?

Ricco e terribile. Non posso tornare indietro e cancellare tutte le sciocchezze che ho fatto, né posso compiangermi. Però posso trovare il positivo nel negativo. Il negativo sono trentaquattro anni nell’alcool, il positivo è che questa esperienza devastante mi ha cambiato. Il mio passato è terribile ma è ricco perché mi ha reso adesso una persona migliore.

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