Bell’epokèr

Un viaggio grottesco alla scoperta di una Bari visibile, ma nascosta, di una Bari nobile ed agiata, ma ancora legata a schemi contadini, una Bari che voleva affacciarsi al mondo, ma doveva ancora scoprire sè stessa, con le proprie imperfezioni e le proprie negatività. Questo è “Bell’epokèr”, film molto “particolare” di un regista altrettanto “particolare”, Nico Cirasola, uno di quei registi che hanno bisogno di un manuale di istruzioni per l’uso per essere pienamente giudicato.
Il film ruota intorno al Politeama Petruzzelli, per anni il simbolo della città, o meglio, della Bari-bene, distrutto in un incendio nel 1991 e riaperto al pubblico solo nel 2009, dopo 18 anni di vicissitudini legali. La  storia del teatro, che diventa anche la storia della città capitale del Mezzogiorno, legata al Petruzzelli da un vincolo fortissimo.
La pellicola inizia alla fine dell’ottocento. Bari è una piccola città che sogna di diventare “capitale” (nel film non si specifica mai di cosa) e il simbolo della “nascita” di una grande città è la costruzione di un grande teatro, il cui nome non viene mai specificato, con cui i cittadini potranno nascere anche culturalmente. Effettivamente Bari è stata una delle città che più si è ingradita e sviluppata dall’unità d’Italia ad oggi e un rilancio economico ci fu. Purtroppo tutto ciò non porta ad uno sviluppo culturale e così il film mostra i notabili di una città moderna e ricca che si comportano ancora come i signorotti dei piccoli borghi, legati alla mentalità della precedente generazione. Quindi troviamo personaggi sterotipati e grotteschi, interpretati da attori locali, artisti famosi a Bari ma già meno noti a Taranto. Il nobile che ha perso tutte le sue ricchezze al poker, il bancario che truffa i muratori che mettono in banca i propri risparmi, l’usuraio, l’avvocato e il vecchio “femminaro” trascorrono una vita dispendiosa da buontemponi, giocando a carte e circondati da “dame di compagnia” nel circolo cittadino e andando a teatro non per un amore verso la cultura, ma perché è il simbolo di uno status, dell’appartenenza al ceto sociale dominante in città.
Salto temporale di ottant’anni: gli attori sono sempre gli stessi, non è un caso. Sono cambiate le tecnologie, sono variati gli spettacoli al politeama, i signori si vestono in giacca e cravatta e le signore in Dolce&Gabbana, ma è un’illusione: è cambiato tutto, ma i personaggi sono sempre uguali. Unica variazone: i muratori truffati nell’ottocento hanno costruito la città nuova e ne sono diventati i padroni (la famiglia Matarrese?). Si aggiunge la storia di un direttore altezzoso, che ha fatto esibire “i più famosi artisti del mondo” nel teatro, schiavo delle sue ambizioni e destinato ad essere la rovina stessa del politeama. L’incendio è mostrato con immagini dei tg dell’epoca, ma si conclude con una speranza (poi avveratasi nel 2008 con la riapertura del teatro): tutti gli interpreti esclamano “The show must go on” in diverse lingue compreso il dialetto, è la speranza di una rinascita.
Il film ha toni surreali e grotteschi: basti pensare che il narratore è lo stesso per tutti i novant’anni: il figlio del custode, dapprima bambino e poi anziano, a sottolineare la valenza simbolica della pellicola, che descrivendo il teatro vuole mostrare alcune negatività baresi, come l’attaccamento al denaro o lo scarso interesse per la cultura. Forse pecca di eccessiva severità, ma il risultato è buono e le scarsezze tecniche dovute al budget risicato e la recitazione a volte troppo rigida vengono mascherate da una ottima sceneggiatura, essenziale e convincente, e dalla bravura del regista, che riesce a far riflettere lo spettatore sensibile, barese e non.
Voto 6,5/10

Giovanni Miccolis

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