Quartiere Libertà e devianza minorile: riflessioni con il Dott. Plotino, magistrato del Tribunale dei Minori di Bari.

Per cominciare, ci può parlare dell’entità del fenomeno “devianza minorile” nel quartiere Libertà?

Sicuramente la devianza minorile rappresenta un problema nel quartiere Libertà; è un fenomeno decisamente diffuso, soprattutto se si considera che gli episodi di delinquenza vengono denunciati solo in parte, e quindi a questi bisogna aggiungere gli episodi che non vengono denunciati e che non vengono citati dai mezzi di comunicazione.

Ultimamente siamo a conoscenza di una recrudescenza dei furti in appartamento che vedono coinvolto anche un piccolo gruppo di minorenni, utilizzati come “palo”. Si stanno verificando anche diversi scippi e sappiamo di minori assoldati in organizzazioni di tipo mafioso. In quest’ultimo caso però i minori coinvolti sono un po’ più grandi, hanno intorno ai 16-17 anni e hanno già a che fare con il mondo degli adulti.

L’aspetto un po’ più allarmante è quello delle rapine ad opera di minorenni: a questo proposito voglio mettere in evidenza un altro aspetto e cioè che spesso i minorenni sono più violenti dei maggiorenni. Si controllano poco, sono molto nervosi e spesso assumono sostanze stupefacenti eccitanti come la cocaina. Si spiega così la brutalità e l’arroganza con cui si comportano in alcune circostanze. Le rapine sono generalmente definite “a mano armata”: talvolta le armi sono dei giocattoli, altre volte invece si tratta di armi vere.

Ad ogni modo il quartiere Libertà è un quartiere con una certa incidenza mafiosa, e questo inevitabilmente comporta delle conseguenze; molti ragazzi, anche se non necessariamente arrivano a delinquere ai livelli degli adulti, assumono atteggiamenti da bulli, provocatori, compiono soprusi fini a se stessi, solo per affermare il loro potere da “mafiosetti”.

Quanto la situazione delle famiglie è importante nel determinare comportamenti di tipo delinquenziale? C’è correlazione tra il livello sociale “basso” e la tendenza a delinquere?

Non possiamo dire che “più si è poveri più si tende a delinquere”, ma sicuramente c’è una correlazione con le situazioni che i ragazzi vivono nelle famiglie d’origine.

Chi ha meno, ambisce a qualcosa che ritiene di non poter avere; considerando che spesso i ragazzi di oggi vogliono “tutto e subito”, si capisce come spesso il furto, la rapina, serva per ottenere cose che in realtà sono superflue. Nessuno vuole più sacrificarsi lavorando, un tempo chi aveva pochi soldi lavorava come garzone, oppure lavorava nei campi. Adesso le campagne sono piene di stranieri perché non c’è più un italiano disposto a fare lavori faticosi; piuttosto spacciano la droga!

I ragazzi seguono modelli negativi che trasmettono l’idea che ciò che conta è avere un paio di scarpe di marca da 200 euro. Questi ragazzi non muoiono di fame o non hanno di che vestirsi, semplicemente vogliono il capo d’abbigliamento, l’accessorio firmato o il cellulare di ultima generazione. E per ottenere tutto questo arrivano a delinquere.

Naturalmente ciò non esclude che anche i ragazzi provenienti da famiglie benestanti possano delinquere. Forse lo fanno per altri motivi, cioè per fare i “bulli” in modo fine a se stesso o per avere ancora più soldi: per esempio lo spaccio di stupefacenti garantisce un’alta disponibilità di denaro.

Purtroppo i ragazzi provenienti da famiglie modeste, che non hanno studiato e che non hanno saputo educare i figli dando loro dei modelli di riferimento validi (spesso i genitori stessi sono stati in galera), non hanno molte prospettive. Dovrebbe essere la scuola a tirar fuori i ragazzi da queste situazioni, solo che la scuola non sempre ce la fa perché i professori hanno meno autorevolezza e non trovano sempre l’appoggio e la collaborazione delle famiglie. Siamo arrivati a livelli assurdi perché talvolta i professori vengono querelati dai genitori degli alunni se prendono provvedimenti considerati troppo severi. E i ragazzi approfittano di questa situazione diventando sempre più arroganti.

A tutela dei minori il Tribunale cerca di attuare delle azioni di recupero e reinserimento, talvolta, però questi giovani non hanno idee per il futuro, non hanno prospettive, e questo rende molto più difficile il recupero da parte degli assistenti sociali. Inoltre i giovani sono facili prede degli adulti perché vedono la possibilità di ottenere soldi in modo semplice diventando per esempio corrieri nello spaccio della droga. Inoltre spesso i ragazzi assumono atteggiamenti aggressivi, da “bulli” per nascondere lacune e insicurezze ed è difficile rapportarsi con questi ragazzi perché provengono da situazioni di subcultura.

Come reagisce la famiglia quando si rende conto che il figlio si è “messo nei guai”?

Ci sono genitori totalmente assenti, altri che non possono o non vogliono intervenire. In alcuni casi i minori vengono tolti alla famiglia, anche se si cerca di non arrivare a tanto. È certo però che prima s’interviene meglio è perché quando i ragazzi diventano più grandi diventa più difficile recuperarli; d’altra parte noi non possiamo costringere un minore a stare in una comunità.

Esiste la “messa alla prova”, un’innovazione nel processo penale minorile, che consente di dichiarare estinto qualunque tipo di reato se il ragazzo segue un periodo di prova durante il quale va a scuola, lavora, fa volontariato. Questa è un’esperienza molto utile per far crescere i ragazzi i che spesso non sono abituati a prendersi cura degli altri ma si disinteressano di tutto e tutti; con questa esperienza invece fanno assistenza agli anziani, ai disabili, servono alla mensa dei poveri, e vengono a contatto con realtà che scuotono il loro animo. Quando dentro questi ragazzi c’è qualcosa di buono, la loro vita può cambiare anche radicalmente e questo dà molte soddisfazioni Ci sono ragazzi che hanno continuato a fare volontariato autonomamente, c’è chi ha preso la patente ed ha iniziato a guidare gli autobus per disabili.

La percentuale di successo è alta?

Sì, è abbastanza alta, c’è anche chi torna a delinquere ma è una percentuale minima. Purtroppo si parla poco dei risultati positivi, invece è bene parlane per mandare messaggi positivi e costruttivi. Noi cerchiamo non solo di perseguire i reati, ma anche di lavorare sulle persone per recuperare i ragazzi. Cerchiamo si risolvere o almeno migliorare certe situazioni.

Come vi comportate quando arriva una denuncia?

Quando arrivano segnalazioni e denunce si applicano misure cautelari in relazione al tipo di reato. Se non si denuncia noi non veniamo a conoscenza dei fatti e non possiamo intervenire.

La denuncia è seguita dall’identificazione. È quindi necessario avere il coraggio non solo di sporgere denuncia, ma anche di effettuare un’eventuale riconoscimento; tutto questo non è sempre semplice sul piano emotivo. Talvolta può essere necessario comparire come testimoni in un processo: non sono cose facili, ma se non si fanno la situazione non migliora. Se si fa una denuncia, il ragazzo viene segnalato, anche se non ha precedenti. Se un minorenne viene arrestato e portato al Fornelli (istituto penale per minorenni, n.d.r.), gli psicologi del carcere, che sono molto bravi competenti, inquadrano il ragazzo e redigono una relazione molto precisa che ci fa capire se il ragazzo è ad alto rischio di recidiva o no, e di conseguenza noi applichiamo le opportune misure cautelari. Spesso i ragazzi vengono mandati nelle comunità, oppure hanno l’obbligo di restare in casa, se la famiglia è considerata adeguata per il recupero e il reinserimento del ragazzo.

Bisogna avere un po’ più di fiducia nelle istituzioni perché se c’è la denuncia, scatta un intervento immediato. Se non c’è una denuncia formale noi non possiamo intervenire in alcun modo.

Ultimamente si legge sui quotidiani che i reati vengono commessi da ragazzi che provengono da famiglie cosiddette “normali”, famiglie per bene. Quanto questo fenomeno è effettivamente diffuso e quanto è da considerarsi preoccupante?

In realtà noi notiamo che anche se le famiglie da cui questi ragazzi provengono non sono propriamente mafiose, sono comunque delle famiglie in cui i genitori non assolvono completamente il loro compito. Spesso i genitori sono assenti, non sono punti di riferimento per i figli. Inoltre il bullismo è un fenomeno trasversale, solo che fa più notizia quando i ragazzi coinvolti provengono da famiglie benestanti. A conti fatti però non è un fenomeno molto diffuso.

A cosa va incontro un “bullo” minorenne che picchia un altro ragazzo?

Le percosse sono reato, così come lo sono l’ingiuria e la violenza privata, ovvero quando qualcuno è costretto a fare qualcosa contro la propria volontà. Se c’è una denuncia, il “bullo” rischia un processo penale. Le conseguenze in termini di pena sono modeste, si tratta di pene pecuniarie oppure la pena detentiva è così bassa che, tenendo conto dell’attenuante della minore età e di altri benefici, nei fatti non viene scontata. Comunque la condanna c’è e rimane sulla fedina penale, su questo ragazzo verrà aperto un fascicolo penale e dunque il “bullo” risulterà già schedato.

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