Vivo in una città bellissima

A cura di Antonella Pagano

Per chi non l’avesse mai conosciuto, Giuseppe Solfato è stato, oltre che un amatissimo docente di Lingua Inglese presso il Liceo Scientifico Scacchi, scrittore e regista teatrale:  “Zenzola” , “Per donna sola” (testo teatrale da poco riproposto dalla Compagnia Teatrale Vallisa con la fantastica attrice Marisa Eugeni), “A la poste, sportelle penzione” o “La patròne” sono solo alcuni delle pièce teatrale portate in scena.

E sempre presso il Liceo Scientifico Scacchi ha curato il Laboratorio Permanente di Drammatizzazione , preparando gli spettacoli “Carro Bestiame”, “Onde”, “Ponti” che hanno riscosso un grandissimo successo.

Si è spento a Bari il 1 Agosto 2010 e la Compagnia Vallisa, per ricordare nel modo migliore Giuseppe Solfato, l’amico silenzioso, studioso delle tradizioni forti e spigolose ma cariche di poesia della nostra città, ha dedicato la neonata compagnia teatrale al suo nome ed è diventata Compagnia Vallisa “Giuseppe Solfato”.

Qui di seguito però vogliamo proporvi la lettura e la visione di un brano tratto da un testo del professor Solfato dal titolo emblematico: Bari. Non vi anticipiamo altro, anche perché questo semplice testo non parla solo di una tranquilla passeggiata per le vie di Bari, ma soprattutto dei colori e dei suoni che ci circondano quotidianamente e a cui spesso non facciamo più caso, tanto ci siamo abituati.

Vivo in una città bellissima. È una di quelle mattine magiche in cui il mondo ha i colori giusti. Fa freddo. Il cielo trasparente come d’opale si intride di una linea più densa all’orizzonte che, per noi che siamo qui, è l’Albania. Dal Fortino l’occhio si strugge sull’intrico di alberi delle barche alla fonda, intramati dietro i ciuffi delle palme, prima del profilo della città che si distende amichevole. Il Barion, l’Albergo delle Nazioni, la Regione, l’Aereonautica, la Caserma Borgia, la Rai e al diavolo Pane Merda e Pomodoro, Punta Cogliotti e Torre all’Amianto. Mi piacciono anche questi ombrelloni bianchi, custodi di promesse d’estate, e la pietra viva restituita al suo candore. San Nicola si dispiega come un’immensa vela lattea gonfia di vento. Rileggo la targa di Santa Scolastica avvolto da ondate di profumo di bucato appena steso. Sa di buono. Sa di casa.

Sono a casa. Tutta la città è casa. Qui sono al sicuro. Svolto per Largo San Pietro e l’attraverso di sghembo. Calpesto la pietra con le mie scarpe di gomma issato su millenni stratificati di storia ancora tutta da narrare e m’invade la certezza che io sono di qui, sono di queste pietre. Appartengo al segreto di queste pietre. Donne affaccendate mi guardano appena dagli usci spalancati. Un enorme pastore tedesco mi viene incontro, interessato com’è alla mia cagnetta. Lina scodinzola vanitosa, avvezza al corteggiamento dei maschi. Auand’u cane, auand’u cane. Le donne inseguono il loro cane ignaro. Rex!Rex! Afferro Rex per il collare e lo tranquillizzo. Una ragazza sfacciatamente prosperosa affacciata a un sottano più avanti mi intima “Giovane (?), svelto! Datti al tacco”. Il pastore è restituito alla sua televisiva proprietaria e la piazza si richiude dietro di me come acqua che si richiuda su se stessa.

Attraverso un arco bassissimo che termina in una corte linda. L’uomo, esageratamente magro che mi ha seguito a rispettosa distanza approfitta d’un mio sguardo per sentenziare che a tempo a tempo ho fatto a mettere in salvo il mio cane dalle fauci mortali del pastore. “Lo conosco quello. È troppo venale!” .E  si storce in una smorfia di disgusto che ti par quasi di sentirgli scricchiolare le povere ossa. Sono in Strada 62 Marinai. Riecco San Nicola con la sua faccia di luna piena nel riquadro dell’arco che la incornicia. Buongiorno, buongiorno!  Il venditore di terrecotte mi sorride. Vitino si è trasferito qui dall’Arco Meraviglia: carino il suo nuovo bar. La chiesa madre. Il Castello. Concitato vociare di donne al di là dell’Arco Basso; si fa sempre più forte mano a mano che mi avvicino.

Sostenute e indispettite le voci rotolano su è giù per il vicolo. Quella del primo piano sembra la più incazzata. Una questione di soldi, pare. Eppure sa di copione mandato a memoria. È prova di gorgheggi a chi strilla più forte. Sorrido. Una delle donne ha capito al volo. Eccomi diventato pubblico divertito ed è tutto un rincorrersi di frizzi smodati ed iperbolici a mio beneficio. Sono nel mezzo di una teatralità antica che mi da un ruolo, mi protegge da me stesso, scandisce con rigore il suo repertorio sempre uguale e sempre nuovo. Buongiorno, buongiorno! Buongiorno. Sono stordito dalla folla dei bucati del lunedì stesi ad asciugare al di sopra di reti di orecchiette sospese su trespoli improvvisati. L’uomo dell’Ape loda le sue ineguagliabili arance, i suoi ineffabili mandarini. Ne compero una busta.

Sono giunto a Largo Chiurlia. Via Sparano è già inondata dal sole. Tre filippine grasse, sedute sul bordo della prima vasca parlottano e guardano verso il campanile della cattedrale. Sussurri in una lingua sconosciuta. Per quanto ancora. Chissà se i loro figli già si spanzano di braciole al sugo e patate, riso e cozze. Ci rimandiamo il cenno di un sorriso. Gli oleandri di via Putignani. La facciata rossa del Petruzzelli ferito. Per quanto ancora? Via Principe Amedeo. Via Dante. Studenti in libertà sciamano chiassosi e distratti.

Un’ultima pipi.

Giuseppe Solfato

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