I BARESI E IL DIALETTO. INTERVISTA AL DOTT. FELICE GIOVINE

Articolo di Agnese Di Nardi

Nel cuore del quartiere Libertà, quasi all’incrocio tra due vie storiche della città (via Crisanzio e via Sagarriga Visconti) dove attualmente è il Centro Studi Baresi, si è aggiunta l’Accademia della lingua Barese di Felice Giovine, figlio di Alfredo. E’ grazie a loro che  il dialetto non viene considerato come “improvvisazione, ma materia di studio e d’insegnamento con giuste regole di grammatica e di sintassi”. Si ritorna alle origini, alla difesa e al recupero della lingua madre. Abbiamo incontrato e intervistato il Dott. Felice Giovine, direttore editoriale del giornale “U Corrìire de BBàre” e responsabile del Centro Studi Baresi (http://www.centrostudibaresi.it/bari/Default.asp).

Ecco cosa ci ha detto.

Quali motivazioni l’hanno spinta a portare avanti per tre anni l’iniziativa di pubblicare un giornale in dialetto barese?

L’idea è nata da un famoso detto inventato da mio padre (Alfredo Giovine, per la biografia completa cliccate su http://www.centrostudibaresi.it/bari/articles.asp?id=11) che recita “Chi non conosce le cose della nostra città, più che i forestieri sono proprio i baresi”. Noi non conosciamo la nostra storia, camminiamo sempre con la testa china, non la alziamo mai per guardare cosa ci circonda, perché se la alzassimo, vedremmo dei palazzi che sono splendidi. Anche qui vicino (via Crisanzio angolo via Sagarriga Visconti) c’è un palazzo molto bello in stile Liberty; è una vera e propria magnificenza e con grandi sacrifici viene conservato dai proprietari. Quindi non ci rendiamo conto di cosa abbiamo nella nostra città, in più i baresi sono sporcaccioni, permalosi, strafottenti, il barese ha bisogno di essere “messo sotto” perché solo così dà il meglio di sé. Dico queste cose in modo provocatorio perché vorrei che le generazioni odierne si svegliassero e si rendessero conto che tutto ciò di cui godono ora, è frutto dei sacrifici dei loro nonni, che lavoravano fino a notte fonda. Pensate che in passato i magazzini in particolare di via Melo o via Argiro, che erano le zone dove c’era un grosso commercio, chiudevano ufficialmente alle 20, ma i negozianti si sedevano fuori dai loro negozi e parlavano fra loro, discutevano, si confrontavano e se passava qualcuno che all’ultimo momento doveva acquistare qualcosa, loro continuavano a vendere.

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L’intento del giornale era di dare una guida per l’interpretazione e lo studio del dialetto. Mia madre mi diceva di non parlare in dialetto per non far emergere che venivamo da una zona periferica della città, invece mio padre diceva di parlare in italiano a scuola e in dialetto in casa; il senso di quello che voleva dire mio padre era di non dimenticare le mie radici. Mio padre si era fermato negli studi alla quinta elementare, ma aveva continuato a studiare da autodidatta, aveva una biblioteca immensa, era un grande appassionato di lirica. Scrisse anche una grammatica perchè gli studiosi dell’epoca dicevano che siccome si trattava di dialetto ognuno poteva scrivere a proprio piacimento e non potevano esistere regole; invece mio padre con Oronzo Parlangèli, glottologo di fama nazionale, capì che il punto era trovare un’uniformità di grafia perché tutti potessero intendersi. I baresi però sono individualisti e male accettarono questo progetto che infatti poi non decollò. Io ho costituito il Comitato barese per l’abolizione del J (i lunga). Il J con la lingua italiana non ha nulla a che spartire, pare sia l’invenzione di alcuni notai del 500. “Per esempio scrivono jaluronico e lo sentiamo pronunciare ialuronico, scrivono jella, jettatore e le sentiamo pronunciare iella e iettatore. Scrivono junior e lo pronunciano iunior. Jesolo per Iesolo, Jole per iole, e ancora scrivono jonio, japigia, e leggono ionio, ionico, iapigia e iapigi, e poi non si comprende perché pronuncino Giazz per Jazz, Gim per Jim, Giolli per Jolly, Giumbo per Jumbo, giungla per jungla, ecc. Allora se scrivi Juventus devi leggere Giuventus, al pari di Jovanotti per Giovanotti, se leggi iunior devi scrivere iunior, se scrivi junior devi leggere giunior.

Tale confusione, si riscontra anche nelle trascrizioni dialettali, generando il convincimento che trattandosi di dialetto, ognuno possa adottare il sistema di scrittura che più preferisce, senza tener conto che ciò ne limiterà la comprensione, relegando lo scritto solo a quanti riusciranno a interpretarlo. Se si parla e si scrive italiano italianamente, si scriva barese, baresemente” (da un intervento di Felice Giovine su http://www.dondialetto.it/bari/news.asp?id=369 )

Ve ne racconto un’altra: spesso si sente dire “i Borboni”, ma in realtà si chiamano “i Borbone”! Mio fratello ed io ci chiamiamo di cognome Giovine, ma non è che siccome siamo in due devono chiamarci “i Giovini”!

 

 

Nell’opinione comune si ha la percezione che il nostro dialetto sia utilizzato da persone poco colte, a differenza di altre culture locali che hanno valorizzato anche letterariamente il loro dialetto (per esempio il dialetto napoletano o quello siciliano). Qual è la sua opinione in merito?

Non c’è dubbio che la base della comunicazione sia la lingua italiana e che sia questa la lingua che si deve utilizzare per relazionarsi. Il ruolo del dialetto è di creare un legame con la terra di origine.

Il nostro dialetto è stato ritenuto da esperti in materia in più musicale fra i dialetti meridionali, il napoletano è uno dei dialetti più antichi ed insieme agli altri dialetti meridionali ha contribuito allo sviluppo della lingua italiana come oggi la conosciamo. Lo stesso Dante Alighieri ha utilizzato per le sue opere una lingua contaminata da espressioni che appartenevano ad un registro che noi definiremmo “quotidiano”, ossia per l’epoca “basso” o “comico”.

 

In che modo la tradizione della nostra città può essere utile ad un cittadino barese che oggi vive in una società e in un mondo che sembrano allontanarsi dalla tradizione e dalle specificità locali e andare verso l’omologazione?

Le tradizioni sono senz’altro importanti, ma bisogna assolutamente essere al passo con i tempi. Le tradizioni servono per esempio per ricordare riti religiosi particolari, per conservare e tramandare ricordi, ma non si può prescindere dalle novità che ci sono.

Grazie ad il professor Lasorsa e ai libri di mio padre abbiamo salvato la tradizione fra 800 e 900, sono stati ripresi e messi in musica i canti popolari; per esempio Matteo Salvatore si è occupato della salvaguardia canti del Gargano.

Bari è da sempre un ponte con l’oriente, quanto può contribuire il dialetto all’accoglienza in una società multietnica?

Io conosco un senegalese e un albanese che parlano meglio di alcuni baresi!  Non dimentichiamo che una parte importante del dialetto è rappresentata dalla gestualità quindi il dialetto, accompagnato dalla gestualità può senz’altro essere un modo per comunicare.

In qualità di esperto conoscitore della città può dirci, oltre ai difetti già citati, anche un pregio dei baresi?

Più che un pregio, voglio fare un augurio a voi e ai vostri lettori, e cioè che il barese si svegli, perché se lo fa e lavora anche il 50% delle sue possibilità può fare grandi cose. Può far sorridere ma una prova della genialità del barese è rappresentata dal modo in cui si “sbattono” i polpi crudi. I baresi hanno trovato il modo per rendere il polpo morbido e questa è una nostra peculiarità perché altrove adottano altri metodi che non sono altrettanto efficaci!

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