La schiavitù della prostituzione nelle strade di Bari

Articolo di Roberta Memmola

Carissimi lettrici e lettori,  attraverso quest’intervista al  nostro parroco della chiesa di S. Rocco, Benedetto Labate, sul servizio di strada che svolge insieme ad altri volontari ogni venerdì sera, vorremmo rendervi partecipi di una realtà che coinvolge ormai moltissime donne costrette alla prostituzione. Tuttavia vorremmo anche lanciarvi un messaggio di aiuto e speranza, infatti questo è un primo passo per la risoluzione del problema e noi speriamo fermamente che leggendo quest’intervista nasca anche in voi la voglia di approfondire e di cercare davvero un modo per aiutarle.

 

 

 Quali sono le ragioni principali per cui si prostituiscono le donne?

 

C’è uno slogan di don Oreste Benzi, fondatore dell’Associazione Giovanni XXIII per la cura delle donne cadute nella schiavitù della prostituzione, che dice: “Nessuna donna nasce prostituta!”. Sia che una donna scelga di prostituirsi sia che venga indotta da altri, ci sono sempre delle cause sociali, economiche, familiari che la portano a una condizione di vita che per nessun motivo può essere dignitosa.

 

La prostituzione può essere vista come una forma di schiavitù?

 

La prostituzione è schiavitù; è una forma moderna di schiavitù che non lega con le catene ma che vincola con lacci morali come le condizioni di vita della donna o della sua famiglia, le minacce o a volte anche l’illusione dell’amore che realizza ma che altro non è se non un inganno.

 

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Cosa ti spinge a fare il servizio di strada?

 

Ho cominciato l’unità di strada tre anni fa ma avevo il desiderio di svolgere questo servizio già nella mia precedente esperienza di parroco nella provincia di Frosinone, spinto proprio dalla com-passione per queste donne buttate in mezzo ad una strada di notte, col freddo, esposte ai più svariati pericoli e defraudate della loro basilare rispettabilità.

 

Quali sono le realtà che queste donne sono costrette a vivere?

 

La principale condizione che una prostituta è costretta a vivere è senz’altro quella dell’emarginazione, sia perché ai protettori conviene che sia così, in maniera tale che la donna non abbia vie di fuga, sia perché la stessa donna subisce il complesso di inferiorità dovuto ad una vita che non le piace ma alla quale prima o poi si rassegna, se non altro per paura.

 

Ti è mai capitato di incontrare una donna che è uscita dal giro della prostituzione?

 

Grazie all’associazione Giovanni XXIII, ho incontrato parecchie donne venute fuori dal giro della prostituzione e per quanto i loro volti siano ancora segnati dai solchi di un passato triste, è facile leggere in quegli occhi la soddisfazione per un incubo che è finito, la distensione del sentirsi amate.

 

 

In che modo riuscite ad aiutare queste donne?

 

Cerchiamo innanzitutto di conquistare la loro fiducia perché si tratta di persone ingannate, tradite, sfiduciate; dopodiché offriamo loro la possibilità di una vita diversa accogliendole nelle case-famiglia dell’Associazione, anche fornendole di documenti, dove necessario, e di un lavoro onesto.

 

Cosa possono fare le autorità per ridurre questo fenomeno?

 

Le autorità potrebbero fare molto, per esempio molti Comuni hanno emesso leggi che prevedono sanzioni per i clienti, il che scoraggerebbe molto la domanda dei clienti; oppure a livello nazionale, si potrebbero prevedere interventi più decisivi, con delle leggi appropriate che mirino alla tutela della dignità della persona piuttosto che alla eventuale riapertura delle case chiuse per evitare il traffico clandestino.

 

 Qual è stata la storia più forte che ti è capitato di ascoltare?

 

Purtroppo le storie sono tutte più o meno uguali: le ragazze nigeriane vengono raggirate con la promessa di un lavoro redditizio in Europa, ma una volta giunte in Italia vengono sottratti loro i documenti, vengono picchiate e sottoposte a minacce con i riti wodoo finchè non restituiscono un fantomatico debito a favore di chi le ha portate al nord, debito che può raggiungere anche la somma di cinquanta o sessantamila euro. Per le ragazze dell’est, l’inganno può essere dato dal lavoro oppure da un immaginario fidanzato che promette loro di sposarle e far fare loro la vita delle regine nei paesi ricchi!

 

Quali sono gli stati d’animo più frequenti tra queste donne?

 

Gli stati d’animo più frequenti delle ragazze sono la tristezza per un futuro che vedono ormai nero, la rabbia per un sistema politico che le tradisce per la seconda volta, l’amarezza per essersi fidate superficialmente di qualcuno che poi hanno scoperto essere un impostore, a volte i sensi di colpa per un lavoro che sanno essere “sporco”.

 

Sono in prevalenza donne italiano o straniere per strada?

 

Per strada non ci sono donne italiane, almeno a Bari; le italiane lavorano nei casolari sul Lungomare per San Giorgio oppure nelle case d’appuntamento.

 

Qual è lo scopo del servizio di strada?

 

La nostra è un’associazione cristiana e ci teniamo ad andare dalle ragazze nel nome di Gesù, infatti terminiamo ogni visita con una preghiera; lo scopo è di far capire alle ragazze che non sono abbandonate, che Qualcuno pensa a loro e quel Qualcuno si serve di noi per dare loro una mano.

 

Quale sensazione si prova quando non si può far nulla per queste donne?

 

La sensazione di impotenza è quotidiana e la sentiamo più forte ogni qual volta ci fermiamo ad una piazzola e dopo il nostro intervento le ragazze rimangono lì senza accettare la nostra proposta di seguirci.

In ogni caso, non cediamo mai il passo alla disperazione o al pessimismo, ci fidiamo del fatto che alla fine qualcuna troverà il coraggio in se stessa per aprirsi a una nuova vita.

 

Parlano volentieri con voi oppure sono restie a confidarsi?

 

Le ragazze parlano volentieri con noi nel senso che difficilmente qualcuna rifiuta l’incontro, anzi il più delle volte ci accolgono con il sorriso e con saluti affettuosi; se in quel momento passano dei clienti, loro li mandano via, però la confidenza nei nostri confronti è una tappa che si raggiunge solo in pochi casi, il rischio per loro è troppo alto. Molto spesso ci raccontano bugie ma non perché vogliono farlo bensì perché sono costrette!

 

 Come può una persona comune aiutare queste donne?

 

Nessuno può pensare di aiutare queste donne da singola persona, è assolutamente necessario essere in rete o avere le spalle coperte da un’associazione, perché il nemico contro cui si combatte è molto forte e se non si hanno i mezzi adeguati per aiutare va a finire che si mette a rischio la propria vita e quella delle ragazze che si vogliono aiutare, perciò mi sento di dire: se qualcuno volesse aiutarci, e mi riferisco soprattutto a persone di sesso femminile che più facilmente incontrano la fiducia delle ragazze, si proponga a noi in Parrocchia.

 

 

 

 

Roberta Memmola

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