C’ERA UNA VOLTA DAMASCO

Articolo a cura di Carla Lucia Leone                   

 

L’attesa del paventato attacco alla Siria stordisce come il sibilo assordante che segue l’esplosione di una bomba. Un silenzio affollato di immagini. Alcune sono vive e si muovono nella polvere, nel caos, nella distruzione. Altre sono passate e riportano i ricordi prima del sibilo, prima del silenzio, fino a prima del botto.

Così riaffiorano i mesi che ho vissuto a Damasco. Mentre in tivù passano le immagini della guerra civile e mentre il Presidente Obama annuncia che la “linea rossa” è stata oltrepassata, io ripenso alla Siria che ho conosciuto due anni fa. Alla Damasco che c’era una volta e che adesso non c’è più.

C’era una volta Damasco. La città cantata nelle “Mille e una Notte” con l’appellativo di ‘profumata’ per l’odore di spezie e di gelsomini. Mentre un anno fa percorrevo Qaimaryeh, una delle vie turistiche della città vecchia di Damasco, il muezzin chiamava i fedeli alla preghiera della sera. La corrente era saltata da poco e non si sapeva quando sarebbe tornata. Al buio, nella profumata Damasco, i muezzin cantano ancora, tutti i giorni, cinque volte al giorno, seguendo la luna. Scandiscono il tempo e lo raccontano come fanno il sole, le stelle e le stagioni. Allah hu akbar allah hu akbar. Il muezzin avverte che è sera. Stavolta, il pensiero del tempo che passa non è familiare. È malinconico, angosciante. Mentre mi avviavo verso casa, il ragazzo del negozio di profumi accendeva una candela: fa un po’ di luce e brucia un piattino che contiene qualche goccia di profumo di yasmin, gelsomino, spargendone l’essenza. Fa segno di avvicinarmi.

“Sai perché in Siria si sente per tutto l’anno profumo di yasmin?” chiede “Perché il profumo non nasce dal fiore, ma dall’incontro della luce della luna che ogni notte tocca le foglie dei gelsomini”.

La speranza del popolo siriano è come il profumo dei gelsomini. Non si spegne in inverno e non fiorisce in primavera. Il popolo siriano ha molto da insegnarci sulla speranza. Usati come le pedine di un risiko spietato, i siriani sono stretti in una tenaglia tra la dittatura crudele e il mostro dell’imperialismo che si ripropone in una forma più infame. Una volta una studentessa di Damasco mi ha detto: “Mi sento come una pedina in una grande scacchiera: se mi muovo in avanti vengo mangiata dal cavallo, se mi sposto di lato, mi mangia l’alfiere. Ma è il mio turno e devo fare la mia mossa. Mi stanno rubando quello che io intendevo quando avevo creduto ai miei coetanei tunisini ed egiziani. Mi stanno rubando il potere di pensare, di parlare, di decidere. Il mio futuro. La mia rivoluzione.  Mi stanno rubando il momento in cui anche io avevo provato a urlare hurrya w dimukratya”. Libertà e democrazia.

 

MARZO 2011. LA PRIMAVERA SIRIANA

Era Marzo del 2011 quando a Daraa l’arresto di 15 bambini che scrivevano gli slogan delle primavere arabe sui muri della loro scuola segnò l’inizio di quella che i media di tutto il mondo si affrettarono a chiamare Primavera Siriana. Era bizzarro vedere come tutto il mondo gridasse alla guerra civile in Siria quando per noi che eravamo là tutto procedeva tranquillo. Benchè a Daraa così come a Homs e in alcune zone a nord del paese arrivassero le prime voci confuse di alcuni scontri, Damasco sembrava immune da ogni rivolta. Quando a Daraa scoppiarono i primi tumulti, io abitavo a Damasco da circa un mese e avevo una gran voglia di ascoltare cori come quelli di piazza Tahrir e di unirmi ai cortei che chiedevano libertà. Avevo una gran voglia di vedere finalmente la “primavera araba” che tanto mi aveva commossa. Ma per quanto la mia presunzione occidentale fosse ben radicata nei miei valori e nel mio modo di intendere la politica e la società, ci volle poco per capire che la scintilla di Daraa aveva acceso un fuoco ambiguo e confuso. Ancora più ambiguo e ancora più confuso di quello acceso in Tunisia, Libia ed Egitto.

Innanzitutto, i media mentivano. Il 29 aprile 2011 Al Jazeera mostrava le immagini di uno dei primi “venerdì della collera”. In una giornata di sole, i manifestanti marciavano, cantavano, urlavano. E’ facile affezionarsi a quelle scene. E’ facile a meno che non sappiate che quel venerdì della collera non è mai esistito perché quel giorno, eccezionalmente, grandinava[1]. Il 7 luglio 2011 Repubblica scriveva che “più di mezzo milione di persone sono sfilate per le vie di Hama e tra 450 mila e 550 mila a Deir Ezzor” [2]. Bizzarro, se consideriamo che gli abitanti di Deir Ezzor sono in tutto  263 mila e ad Hama 495 mila[3]. Non occorreva un fine intuito politico per capire che qualcuno stava soffiando sul fuoco di quei primi malcontenti.

Le prime voci di contestazione chiedevano principalmente l’abrogazione dell’articolo ottavo della Costituzione siriana. Questa era stata approvata nel 1973, dopo la guerra d’Ottobre contro Israele durante la quale Damasco aveva riconquistato parte dei territori nelle alture del Golan occupati nel 1967 da Tel Aviv con la disastrosa Guerra dei Sei Giorni. Da allora i due paesi erano rimasti formalmente in guerra. L’articolo 8 dunque, in virtù dello status di emergenza dovuto alla guerra con Israele, assegnava al partito di Bashar Al Assad, il Baath, il ruolo di partito dirigente e al presidente poteri eccezionali. Dopo gli scossoni di Daraa, il presidente Assad intervenne il 30 luglio del 2011 in un discorso alla nazione. Le lezioni all’università furono interrotte per ritrovarci tutti nell’atrio a seguire il Presidente sullo schermo di una vecchia e grossa tv posta più in alto. Assad ordinava l’istituzione di una commissione d’inchiesta per indagare sulle morti di Daraa, annunciava l’abrogazione dello status di emergenza e la riforma della Costituzione. L’Occidente, tanto affezionato al dialogo ed ai valori della democrazia, lasciò che l’annuncio passasse inosservato. Nel frattempo arrivavano le sanzioni internazionali, le minoranze religiose rivendicavano il potere e si combattevano le une contro le altre, l’esercito sparava sui ribelli e i ribelli, anche loro  armati, sparavano sull’esercito. Mentre Bashar apriva alle riforme, Al Jazeera, Al Arabyya, la BBC, la CNN, l’ONU, l’Unione Europea e la Lega Araba non ascoltavano. E la rivoluzione, che era cominciata solo in tv, si trasformava in guerra civile.

Durante la primavera del 2011 molte furono le manifestazioni di sostegno al regime. I damasceni sembravano più terrorizzati da un intervento della Nato, come stava succedendo in Libia, che dalla repressione del loro regime poliziesco. Una piazza è facile da riempire, ma quando Damasco sventolava le bandiere rosso-bianco-nere lo faceva per tutta la città. Dalle macchine, dai motorini, dalle vetrine dei negozi, “Allah, Suryeh, Bashar w bas!” cantavano, “Allah, Siria, Bashar e basta!”.  Una festa che sembrava quella esplosa nelle città italiane dopo i mondiali di calcio del 2006. Mentre la Nato bombardava la Libia, i damasceni scendevano in piazza perché non toccasse anche a loro quella stessa sorte.

 

AL MEDINEH AL ‘ADIMEH. LA CITTA’ VECCHIA DI DAMASCO

La Moschea degli Omayyadi si erge nel cuore della città vecchia. È il simbolo dell’intreccio di religioni che costituisce la storia della Siria. Al suo interno, i cristiani venerano i presunti resti di Giovanni Battista, che i musulmani riconoscono con il nome di Yahia. Non solo i cristiani, ma anche gli ebrei hanno il loro posto nella società siriana. Sebbene la loro presenza sia diminuita ad appena poche centinaia, conservano un posto rilevante nella vita economica del paese. Basti pensare che il fornitore di carne dei ristoranti più chic di Damasco e degli hotel più lussuosi, dallo Sheraton allo Cham Palace Hotel, è un ebreo.  Un tempo nella zona di Bab Sharqy, la Porta Orientale, della città vecchia di Damasco sorgeva il quartiere ebraico. Il visitatore più attento può ancora scorgere qualche piccola stella di David su alcune pareti. E non c’è da stupirsi. Del resto l’antisemitismo è un’invenzione tutta occidentale, un seme velenoso che l’Europa ha piantato nel Medio Oriente.

In Siria ci sono proprio tutti: i cristiani ortodossi, gli armeni ortodossi, i cristiani cattolici, i siriani ortodossi, i siriani cattolici, gli armeni cattolici, i maroniti, i protestanti, i nestoriani, i caldei. I cristiani, nelle loro varie confessioni, rappresentano circa il 14,5%. E poi ci sono i musulmani: 69% di sunniti, 12% di alawiti, 3% di drusi, 1,5% di ismaeliti[4].

La laicità, all’interno di un paese come la Siria dove le minoranze religiose sono numerosissime, è essenziale per il mantenimento della pace e dell’equilibrio. La libertà religiosa è un diritto garantito dagli Assad. In quanto minoranza, gli alawiti necessitano della pace tra le religioni per la propria sopravvivenza al potere. La conquista di questo equilibrio non è dunque solo il risultato di una macchina oppressiva. La Siria Baathista è una daula al amniyya, uno stato di polizia, nel quale l’ordine e la sicurezza interna sono garantiti dalle forze di polizia e dai servizi segreti. Si calcola che ci sia un membro dei servizi segreti ogni 153 siriani. Tant’è vero che in Siria  si usa dire che “non c’è bisogno della polizia per le strade quando c’è un poliziotto in ognuno di noi”. Fu proprio Assad padre a creare il corpo di polizia segreta che ancora oggi fa tremare le ginocchia a giornalisti, attivisti, oppositori e alla gente comune: i Mukhabarat.

La legittimità degli Assad si fonda non solo sulla sicurezza interna, ma anche su un’antica retorica Panaraba e Anti-americana. La leadeship siriana non ha mai usato mezzi termini: allo scoppio della guerra in Iraq, ad esempio, il più volte ministro degli esteri siriano Faruq As Shar’a, definì l’amministrazione Bush come il governo più “violento e stupido” che gli Usa avessero mai avuto. Queste posizioni sono difficili da mantenere agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Il panarabismo, l’antisionismo e le posizioni anti-americane sono spesso associate al terrorismo e le convinte posizioni della Siria su questi temi giustificano l’inserimento del paese tra gli “stati canaglia”. Ma il pilastro essenziale della legittimità degli Assad resta il fronte della tolleranza delle minoranze confessionali. Quando Bashar ha tremato, l’incantesimo della tolleranza si è spezzato. Ed è scoppiata la guerra.

Ad ogni modo, un’interpretazione del conflitto siriano basata solo sullo scontro etnico-religioso è incompleta e fuorviante. Le lotte intestine hanno radici storiche ed economiche che riflettono l’importanza dei poteri informali in un paese dalle molte anime come la Siria.

Durante gli anni del mandato francese (1920-46), le autorità parigine concessero un graduale inserimento di alcune frange sunnite, nonché di alcune minoranze confessionali tra cui gli alawiti,  nelle gerarchie dell’esercito. Queste andarono poi a costituire la struttura militare della Siria libera.

Con la fine del mandato e la dichiarazione di indipendenza nel 1946 si fecero strada partiti di massa dal profilo laicista come il Baath, il Partito Comunista Siriano, il Partito Nazional-Socialista, e altri partiti d’ispirazione nasseriana.  Iniziava così lo smacco delle minoranze confessionali che abitavano le zone rurali del paese a discapito delle vecchie élites dell’era coloniale. Nel 1963 salì al potere il Baath, la cui leadership era costituita da ufficiali e membri della gerarchia militare. Il nuovo regime attuò una serie di riforme su modello dello stalinismo sovietico. E’ opportuno ricordare innanzitutto la riforma agraria che danneggiò fortemente i grandi proprietari terrieri di Hama, città roccaforte del sunnismo e dei Fratelli Musulmani e sede del terribile massacro di questi ultimi nel 1982 ad opera di Hafez Al Assad, padre di Bashar. Altra significativa riforma fu la nazionalizzazione delle compagnie dei traffici portuali di Latakia, un’operazione che penalizzò i gruppi sunniti e cristiani che ne detenevano il monopolio.

Negli anni Settanta durante la presidenza di Hafez Al Assad, il panorama demografico siriano cambiò radicalmente. Si verificò un fenomeno comunemente chiamato “la discesa dalle montagne”, riferendosi sommariamente all’emancipazione della comunità alawita che dalle zone montuose nelle quali abitava scendeva verso i maggiori centri urbani. Le antiche élites che prima abitavano le zone di maggior benessere del paese si spostavano nei sobborghi, mentre nei centri di Damasco e di Aleppo si stabilivano le famiglie legate alla leadership baathista, gli ufficiali, i servizi di sicurezza e tutte le famiglie emancipate dall’ascesa degli Assad.

Il risentimento generato nei sobborghi di Damasco e di Aleppo, nonché nelle zone rurali del paese ha dunque una storia ben più lunga delle primavere arabe.  L’illusione di libertà è stato un alibi perfetto per attaccare il potere di Damasco, un potere che fa gola dentro e fuori i confini.

Già alle soglie dell’estate del 2011 gli effetti delle sanzioni indette dalle Nazioni Unite cominciavano ad esasperare la popolazione. Perfino i quartieri più chic di Damasco rimanevano al buio, senza corrente elettrica per ore. Case, scuole, ospedali al buio. Mancava anche il gas da cucina. Si facevano lunghe code per acquistare una bombola, code lunghe ed isteriche. Poi sempre più brevi e rassegnate. Col passare dei mesi, il cibo cotto diventava per molte famiglie un lusso di cui poter fare a meno.

Damasco era bella anche al buio. Al buio profumava ancora di più. Ricordo una breve storia che leggemmo all’università per imparare le stagioni. Raccontava dell’arrivo di uno studente di arabo, delle sere d’estate quando tutti stavano in piedi fino a tardi, delle gite in campagna durante la primavera, delle caffetterie del centro affollate di gente in autunno, della neve d’inverno che ogni anno sembra giungere inaspettata, dei gelsomini fioriti di nuovo e del ritorno a casa all’alba di una nuova estate. Prossimo alla partenza, il ragazzo osservava tutta Damasco dal monte Kassioun. “Sa’awad ya Dimashq youman”, diceva, Tornerò un giorno, oh Damasco.

Non so cosa si veda ormai dal belvedere del monte Kassioun. Ancor meno so cosa si potrà vedere se attaccheranno la Siria.



[3] Dati di Lonely Planet- Siria e Libano, edizione 2008

 

[4] Le percentuali riportate in questa pagina provengono da “Syria at Bay – Secularism, Islamism and ‘Pax Americana’ ” di Carsten Wieland, Hurst & Companym, London 2006.  Si potrebbero riscontrare valori leggermente differenti riportati da altre fonti bibliografiche. Questo perché non esistono statistiche ufficiali dei gruppi religiosi in quanto il governo siriano volutamente non le rende pubbliche. Si considerino dunque come valori orientativi.

 

 

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