Studente al Sud… roba da pazzi (?)

Articolo e Foto di Alessandro Amodio                     

Arrivo per la prima volta nella Casa dello Studente, a pochi passi dall’ingresso principale del Politecnico di Milano: “Salve, sono qui per scegliere la camera che ho prenotato tramite il sito”; “Ma per caso sei di Bari? Ho dei parenti che abitano proprio in via Manzoni”. E’ una scena questa che si ripete molte volte nel corso del mio soggiorno milanese: mentre il mio stupore nello scoprire quanti pugliesi abbiano scelto questa città come dimora lavorativa va sempre più scemando, comincio pian piano ad aspettarmi che la persona che ho di fronte, se non è del Sud, sicuramente ha dei parenti da cui riparare nei periodi festivi.

Terminate le scuole superiori, ho cominciato ad assistere ad una vera e propria fuga di amici e compagni dalla città natia: chi a Milano, chi a Bologna, Roma, Torino, Trento… in cuor mio già sapevo che anche io avrei preso la medesima strada, attraversando l’Italia nella direzione puntata dell’ago della bussola, ma mi ero sempre limitato a guardare con nostalgia e ammirazione queste persone, immaginando la famosa vita da fuori sede come qualcosa di troppo lontano dalle mie abitudini.

Dopo i primi tre anni di università avevo già deciso che sarebbe stata ora di levare le tende; e infatti, senza neanche rendermene conto, senza avere avuto il tempo di pensare a cosa stavo lasciando e provare a immaginare cosa avrei trovato, mi sono ritrovato a seguire lezioni in un ateneo che, diciamocelo, somiglia veramente poco all’idea di Politecnico che mi ero fatto a Bari. Innanzitutto a colpire è la dimensione: ci sono due sedi in diverse zone della città (praticamente piccoli quartieri) ed ognuna comprende numerosi edifici con soffitti stranamente non pericolanti, aule dotate di sedie insolitamente integre, aule informatizzate con più computer funzionanti che studenti, bagni in cui le porte, per qualche motivo, non sono divelte; con mio grande stupore notavo come i professori arrivassero all’orario indicato, caricassero dispense e appunti puntualmente, segnalassero con notevole anticipo date degli esami e modalità, curassero insomma in modo particolare la didattica.

D’altra parte, vivendo in una residenza universitaria, ho avuto conferma del fatto che io non fossi un’eccezione, che il caso dei miei amici non fosse una realtà circoscritta, ma che effettivamente i Baresi sono un popolo di migranti: è un po’ come sentirsi a casa, chi non è pugliese o siciliano è calabrese, lucano o campano. Anche chi è genovese ha i genitori di Ruvo di Puglia. Insomma, non è così difficile immaginare i motivi di questo spostamento di massa, anche se prendere coscienza personalmente dell’entità della fuga e del numero di fuggiaschi è cosa diversa.

Non so però quanto sia giusto parlare di fuga, o meglio, non per tutti almeno; è vero, sono tanti quelli che partono indignati, che non si riconoscono nella realtà meridionale (stereotipata, ma troppo spesso veritiera) dove tutto va male e nessuno sembra curarsene, dove tutto è sporco, dove niente funziona, dove sembra che combattere per far andare le cose nel giusto verso sia impossibile o inutile. Tanti partono semplicemente in cerca di qualcosa di nuovo, di diverso, magari desiderosi di cambiare aria e andar via di casa: e una volta presa questa decisione, le mete possibili non sono tante e spesso, senza grossa sorpresa, ricadono fra le solite note, se non all’estero. Tanti partono col “magone”, con la consapevolezza che andarsene sia giusto, necessario per avere la possibilità di giocare appieno le proprie carte, per non rimanere imbottigliati in una realtà che non lascia molto spazio ad ampie possibilità di carriera. Diciamo che partono per necessità, perché magari a Bari quel determinato corso non c’è o comunque non ci sono sbocchi lavorativi e perché in fondo, a conti fatti, a Bari non ci si stava neanche tanto male.

La maggior parte degli studenti fuori sede tende infatti a miticizzare un po’ la propria terra di provenienza: fa sempre caldo, il tempo è bello, si fa il bagno da aprile a ottobre, si esce sempre ed è pieno di gente; all’avvicinarsi dei periodi di vacanza non si vede l’ora di tornare, rivedere gli amici, riempirsi un po’ la pancia e stare in famiglia. Ciascuno non perde occasione di vantarsi dei prodotti tipici che assaggerà al ritorno (dai panzerotti a patate riso e cozze, dalle cartellate alle mozzarelle: diciamocelo, per noi Baresi la lista è lunga e ci riempie d’orgoglio); ai Baresi in particolare piace diffondere la propria lingua dialettale e spesso ci si diverte ad insegnare detti e imprecazioni “in lingua” a chiunque, in particolare agli stranieri ( molte volte si ottiene un mix di accenti davvero notevole ).

Intanto, da Bari i ragazzi continuano ad andarsene; naturalmente non sono stato l’ultimo della lista e lo spopolamento sembra proseguire imperterrito. La domanda sorge spontanea: rimarrà qualcuno? Chi sceglie di restare porta con sé un arduo compito: quello di compensare la perdita di cervelli, ambizione e intraprendenza dei ragazzi che scelgono di rivolgere il proprio sguardo altrove; naturalmente e per fortuna Bari è ancora piena (e lo sarà sempre) di persone in gamba, con la voglia di lavorare, di mettersi in gioco, di sacrificarsi per ciò che credono giusto. Bisognerebbe che queste persone non sentano di essere sole, di essere una goccia d’acqua limpida in un oceano inquinato; bisognerebbe che sia reso il giusto merito a chi s’impegna e che si forniscano a tutti le possibilità per mettere a frutto le proprie possibilità. Bisognerebbe che chi sceglie di restare possa guardare con orgoglio chi è andato via, mostrandogli che, forse, si era sbagliato.

Purtroppo per ora non sembra che questa realtà sia vicina o in avvicinamento, mentre gli atenei del Sud Italia rimangono di serie B; tuttavia, notiamo bene che questa classificazione è vera più che altro per i servizi resi agli studenti, perché, a ben guardare, sono tantissimi i professori che si impegnano e credono in quello che fanno e, pur con mezzi notevolmente più ridotti dei loro colleghi settentrionali, svolgono attività di ricerca con risultati ottimi e che molto spesso ci riempiono d’orgoglio, quando vengono portati in giro per il mondo.

Insomma, chi rimane non è perduto, ha soltanto tanto in più da dimostrare; a volte, anche una barca a vela, in mani esperte e col vento a favore, può andare più veloce di una a motore.

One comment

  1. annabella de robertis

    È inutile negarlo: noi ragazzi pugliesi facciamo parte di un fenomeno tutto meridionale che ci porta alla triste consapevolezza di non aver futuro nella città in cui siamo nati e di dover emigrare in un’altra Italia, dove -dice la leggenda- regnano civiltà, modernità, possibilità e, soprattutto, soldi.
    Tutto ciò è vero, ma quando mi accorgo questo disagio generazionale si trasforma in disprezzo delle origini, ansia, fretta di fuggire, io non riesco a stare zitta e ad accettarlo passivamente. Non posso accettare che miei concittadini, ragazzi studiosi e in gamba, arrivino a giudicare con superficialità e ignoranza (a cosa sono valsi, mi chiedo, i loro studi tanto decantati) ciò che li ha circondati per anni? Paragonare l’efficienza e le opportunità di Milano, la cultura che si respira a Roma o Firenze a quello che la città di Bari può offrire, siamo d’accordo, è da pazzi.
    Ciò che mi spaventa, però, è che molti di quelli che fuggono non hanno la minima idea di quello che, con tutti i suoi limiti, lasciano qui, e che sicuramente cercano altrove.
    Soprattutto, questo è grave, non hanno la minima voglia di cercarli nella realtà in cui sono cresciuti, né di conoscerli. L’Università ha mille carenze, la Sanità non ne parliamo: ma io ho avuto ottimi professori a scuola e alla facoltà di Lettere, esperienze extra-curriculari non indifferenti (e, in fondo, non è difficile trovarle anche da soli), una famiglia che mi ha dato la possibilità di scoprire un lato “europeo” di questa città (con la sua cultura, il suo teatro, la sua letteratura, i suoi angoli ricchi di storia, una Storia antica e rivolta all’Oriente). Stando a Bari forse potrei rischiare di non trovare lavoro (anche se con la scelta azzardata della mia laurea in lettere classiche non sarebbe motivo di stupore), ma andandomene prima del tempo non avrei avuto la possibilità di conoscere realtà che mi hanno arricchito e che mi hanno riempito di speranza. Non avrei saputo che nel Salento 8 anni fa è nata un’associazione, “Terra del fuoco mediterranea”, composta esclusivamente da ragazzi, straordinari sì, ma solo ventenni, che lavora nel sociale per educare alla legalità e organizza il “Treno della memoria”: grazie a loro i giovani pugliesi non si imbattono solo nella Storia, visitando i campi di sterminio, ma ne diventano testimoni preziosi e imparano il significato di essere cittadini attivi e consapevoli. Dando ascolto a chi mi consigliava di scappare una volta finito il liceo, non avrei avuto neanche l’esempio di altri giovani baresi (con cui condivido l’amore per la storia e l’archeologia) che hanno creato associazioni culturali volte a far conoscere a chi lo ignora (purtroppo la maggior parte dei pugliesi) il patrimonio storico-artistico della nostra regione e a “legare i giovani all’identità culturale del territorio”. A loro voglio ispirarmi per coniugare la mia passione per lo studio dell’antichità, della letteratura e dell’arte (di cui siamo ricchi anche qui al Sud) all’amore per la mia terra. Non ho intenzione di isolarmi in una terra senza speranze, svuotata dei suoi giovani e, quindi, del suo futuro. Ho voglia, sì, e tanta, di andar fuori, conoscere, apprendere come una spugna ciò che altre terre, altri confini, altre situazioni hanno da offrirmi. Ma non voglio che sia una scelta obbligata e, quindi, rassegnata o, peggio, cercata con ansia. Non voglio essere giudicata ingenua, poco ambiziosa e poco capace se la mia scelta sarà quella di vivere qui. Sento il bisogno di vivere la mia terra, da ventenne, da studentessa, da appassionata, prima di rifuggirla. Forse mi ricrederò, ma adesso ho l’ambizione di essere, qui e altrove, coraggiosamente pugliese.

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