LO STRANIERO E IL MAR MEDITERRANEO

Articolo di Alberto Parisi                                           

Fotografie di Roberta Giordano                               

 

Il mar Mediterraneo: da sempre un ponte fra le sponde prospicienti sul quale sono transitate culture ed arte, merci e popoli, democrazia e tirannide. Oggi che il mondo scopre il villaggio globale dove la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza devono esserne i cardini indispensabili, esso è esempio di genesi.

 

Fin dall’apparire dell’uomo sulle sponde del mar Mediterraneo, fin dallo sviluppo delle prime tecniche navali, questo immenso e magnifico ponte tra popoli e pensieri ha avuto come guardiani severi e a volte anche sanguinari parole e concetti dei tanti linguaggi che prolificavano sulle sue rive. Se la concezione di straniero come metà ospite e metà nemico che si ripete nelle parole delle antiche lingue, come ger e nirkan per gli Ebrei, come xenos e barbaros per i Greci e hospes e hostis per i Romani, perse le sue accezioni linguistiche nelle lingue successive conservandosi solo nel sistema di pensiero, la nuova concezione liberalista di tolleranza tutt’oggi aleggia sul Mediterraneo nella sua splendente lucentezza mostrando soprattutto oggi, nel formarsi di un nuovo villaggio globale, la sua intollerabile contraddizione e la sua necessaria superabilità.

La concezione di straniero tra le civiltà antiche del Mediterraneo si è sempre divisa tra due accezioni linguistiche più o meno antitetiche che sono solite vederlo o come amico, ospite, da preservare, aiutare, immaginando un reciproco vantaggio se la situazione si ribaltasse, o come nemico, diverso e pericoloso, mezzo per affermare e conservare la propria identità, accezione che più è riuscita a penetrare nelle società e nella storia.

In una tra le più antiche civiltà del Mediterraneo, come è quella degli Ebrei, questa distinzione pregiudiziale era evidente nelle due parole usate per definire lo straniero, che poteva essere nekar, lo straniero culturale, l’uomo di diversa cultura e civiltà e perciò spesso vittima di discriminazione e odio per il pericolo che apportava alla società di impronta familiare, oppure ger, lo straniero senza terra e povero ospite nella propria casa, quasi un ricordo dei tanti anni di peregrinazione del popolo ebraico prima dell’insediamento in terra di Israele.

Ma come gli Ebrei anche i Greci erano soliti marcare nel loro linguaggio una netta differenza tra popoli ellenici e barbari, tra xenoi, cioè tra stranieri in quanto provenienti da un’altra polis, quindi diversi da un punto di vista politico, ma familiari nella cultura, e barbaroi, stranieri in senso culturale, totalmente diversi da loro e in qualche modo perciò anche avversi. Proprio sulle differenze e sulle guerre con i barbaroi, infatti, essi fondavano la propria identità, ne sono un esempio le grandi guerre contro il nemico persiano che in seguito essi mitizzeranno a emblemi della grecità e della civiltà.

A questi due fondamentali lingue della storia mediterranea, successivamente, si accostò prepotentemente una terza destinata a diffondersi su tutte le rive di questo mare e ad accogliere in sé lo stesso sistema di pensiero, e cioè il Latino. Infatti se la parola latina hostis arcaicamente per i Romani doveva identificare lo straniero come ospite o come nemico, secondo la derivazione etimologica da hostiare che significa sia contraccambiare che offendere, fu solo con la trasformazione della società romana in nazione che si ebbe la catastrofe concettuale, per usare le parole del politologo C. Galli, che portò alla distinzione di ospite e nemico, di hostis e hospes, e alla definitiva presa di distanza da tutto ciò che era esterno, perché diverso, pericoloso, temibile, nemico. Lo straniero, infatti, una volta formatesi ormai la nazione e l’identità romana, era di pericolo a queste entità nascenti e anzi esse erano fondate proprio sulle differenze con lo straniero, e come i Greci si erano uniti di fronte al pericolo persiano, così i Romani si unirono di fronte ai Cartaginesi, portando alla definitiva catalogazione dello straniero come diverso e perciò nemico.

Anche se spesso le parole andarono perdute nelle epoche successive, il problema dello straniero e della diversità, di come doversi comportare con qualcosa di estraneo a sé, non smise mai di incombere sul mar Mediterraneo, ma cambiò solo le sue forme. Se infatti fino al XV secolo si erano susseguite, nel clima autoritario medievale e nella visione del diverso come nemico in salvaguardia della propria identità, le più diverse ipotesi di società utopistiche e di pacificazione universale, come fu quella prettamente umanistica promossa dal teologo ortodosso Gemisto Pletone e dall’Accademia neoplatonica di Firenze durante il Rinascimento italiano, solo nel XVII secolo si giunse all’apparente soluzione del problema destinata ad essere seguita fino ai giorni nostri: la tolleranza.

Il concetto di tolleranza sembra infatti un’apparente soluzione fin dalle sue prime apparizioni nei saggi dei grandi filosofi, poiché esso modifica nell’uomo l’apparente concezione dello straniero, continuando però a segregarlo nello stesso identico ghetto precedente, quello del diverso. Inizialmente applicata alle religioni, per il suo teorico, il padre del liberalismo, John Locke, si potrebbe dire che la tolleranza non è nemmeno giusta, ma conveniente. Lo straniero è percepito da un punto di vista meramente utilitaristico, è tollerato perché foriero di ricchezza, ma l’atteggiamento di superiorità che la tolleranza utilitaristica implica in colui che tollera (come la maggior parte degli studiosi oggi fa notare) conserva nella tolleranza il germe del male, della violenza sempre pronta ad esplodere non appena messo in discussione tale postulato, e mette terribilmente in luce una delle più grandi contraddizioni dell’età moderna e contemporanea.

La tolleranza, infatti, all’alba della formazione, grazie alle nuove tecnologie, del nuovo villaggio globale, pressoché totalmente imposto, mette in luce non solo le proprie interne antinomie, ma quelle dello stesso pensiero umano. I cardini su cui il nuovo mondo, sempre più unito, dice di formarsi, l’uguaglianza, la fratellanza e la libertà, idee che andrebbero immediatamente estese a tutti gli uomini e non solo a una classe sociale come alla loro primigenia formulazione nel periodo della Rivoluzione Francese, non possono tollerare la tolleranza.

Nel tempo in cui ormai il mar Mediterraneo si naviga in un minuto via internet e in un’ora si sorvola, sia la tolleranza e il falso perbenismo delle leggi e dei politici europei ed extraeuropei, sia la tolleranza utilitaristica del quotidiano (che è tolleranza finché vede un’utile, perché altrimenti diviene intolleranza) di quelli che prima di vedersi imputato il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina lasciano morire centinaia di immigrati nel mar Mediterraneo, com’è accaduto nell’ultimo mese presso Lampedusa, divengono i carnefici dei tanti clandestini morti che tentavano di giungere in un paese sviluppato, parte del grande villaggio globale.

All’uomo del nuovo villaggio globale, l’uomo schiacciato dall’omologazione totale del particolare nell’universale, l’uomo che vede il lontano farsi ogni giorno più vicino, non resta allora che superare queste parole e queste concezioni, non gli resta che superare la tolleranza e la visione della diversità come pericolo, senza però voler rendere l’altro identico, come il sistema globale vorrebbe, ma simile, senza cercare di distruggere la diversità col dispotico atteggiamento della tolleranza, ma, aprendosi alla somiglianza, riscoprire in questa le diversità che sono ineliminabili.

Se come scrissero i due grandi filosofi, Horkheimer e Adorno, nella loro Dialettica dell’illuminismo: “ L’illuminismo ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura”, allora i mari, e soprattutto il mar Mediterraneo, sottomessi a queste concezioni, non possono che continuare a riflettere ancora oggi dai crespi flutti questa luce. Solo nell’accoglienza della somiglianza, che è anche diversità, e nel superamento della tolleranza e della pretesa identità del tutto col tutto, i principi di uguaglianza, o meglio eguaglianza, fratellanza e libertà smetteranno di essere mere realtà ideali e in sé contraddittorie per diventare realtà effettive. E il mar Mediterraneo nascerà a nuova luce.

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