Quattro passi nel Quartiere Libertà

Articolo di Roberta Giordano e Donatella Albergo             

Fotografie di Roberta Giordano                 

L’Associazione “Scuola di formazione alla cittadinanza attiva – Libertiamoci” è stata invitata, durante l’evento: “Piazza senza frontiere”, organizzato nell’ambito del Progetto Finis Terrae, a svolgere una passeggiata nel quartiere Libertà quale pretesto per conoscere meglio il proprio quartiere e parlare di mobilità sostenibile e della sua vivibilità oggi! Da questa esperienza nasce questo testo che unisce fatti storici ed emozioni. Immaginiamolo come una passeggiata virtuale attraverso il quartiere.

Dopo l’espansione del borgo murattiano, caratterizzata da una urbanizzazione squadrata e lineare, sullo stile francese, nella seconda metà dell’Ottocento, si programma per Bari un nuovo ampliamento edilizio. Il progetto è affidato, nel 1884, all’ingegnere capo dell’ufficio tecnico del Comune Carlo Marena e all’ingegnere di sezione Angelo Cicciomessere. Questi, ripresa la regola di composizione urbanistica europea, ipotizzano un nuovo quartiere lungo la direttrice ovest del borgo murattiano, verso la Cinta Daziaria progettata nel 1870 da Michele Lofoco (attuale via Brigata Regina). Vengono progettati grandi isolati con edilizia di tipo residenziale, piazze e ampi spazi verdi. Tuttavia il piano fallisce. “La città mostra una tendenza spontanea di espansione residenziale verso sud, oltre la linea ferroviaria, mentre la zona ad ovest della città è destinata sempre più ad accogliere funzioni produttive ed infrastrutturali a servizio della città centrale” [1].

A conferma di tutto ciò, la costruzione, nei primi anni del Novecento, della Regia Manifattura dei Tabacchi. A metà degli anni Trenta in Puglia si concentrava infatti il 47% della superficie coltivata a tabacco in Italia. Fu l’ingegnere Vittorio Emanuele Aliprandi a progettare la Manifattura di Bari. Nel 1905 già ne parla il “Corriere delle Puglie” e nel 1909 il cantiere è avviato. I mattoni arrivano via nave da Rimini. Purtroppo un episodio funesto macchia la nascita della Manifattura: il 12 agosto 1909 un garzone, Pietro Luisi, di soli 13 anni, precipita nel cantiere da una impalcatura [2]. Voluta e progettata dalla “Direzione generale delle Privative”, la Manifattura fu pensata come una fabbrica modello, per criteri distributivi, funzionali e per innovazione tecnologica [3], eppure le condizioni di lavoro del personale, in buona parte femminile, erano durissime. Dice V.A. Leuzzi che regole ferree impedivano alle operaie di circolare tra i reparti [4].

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La scelta topografica del quartiere rivelò nel tempo dei problemi, soprattutto di natura idrogeologica. Infatti le tre alluvioni che colpirono la città nel primo trentennio del Novecento, 1905, 1915 e 1926, determinarono allagamenti e lutti L’alluvione del 1905, come racconta Nicola Mascellaro, avvenne a seguito delle piogge che interessarono l’area di Bari fra gennaio e febbraio di quell’anno. Le acque che si riversarono in città dalla Murgia, dove le abbondanti piogge avevano sciolto la neve, attraversarono le frazioni di Canneto e Loseto per incanalarsi nell’antico letto del torrente Picone. La massa d’acqua raggiunse il muro di cinta della ferrovia Adriatica abbattendolo e si riversò nelle strade del centro (via De Rossi, Quintino Sella, Sagarriga Visconti e Manzoni) spazzando carrozze, abitazioni e genti e raggiungendo via Napoli e infine il mare. “Lo scontro fra l’acqua alluvionale e il mare fu così violento da scavare una fossa profonda due metri” [5]. Cinque furono i morti. Anche peggiori furono le successive alluvioni. Nel 1915 le vittime furono diciassette, mentre nel 1926 più di venti. Le targhe poste agli angoli di via Garruba e via Trevisani riportano le differenti altezze dell’onda d’acqua in quelle zone, nei diversi anni.

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Sarà a seguito dell’ultima catastrofe in pieno ventennio fascista, che saranno edificate le case destinate agli alluvionati, tutt’oggi presenti alle spalle della Manifattura. Si tratta di un’edilizia popolare, con portoni distribuiti ai quattro angoli e lungo il lato maggiore dell’isolato, con sopra riportata l’iscrizione VI novembre 1926. Sul fronte che affaccia sulla Manifattura è presente un’edicola celebrativa, con inciso l’anno fascista di edificazione, composta da due colonne di marmo, sormontate da un’aquila reale, e da una nicchia, ormai vuota, che probabilmente ospitava un “fascio littorio”. Gli stessi fasci sono riportati a decoro del cancello che immette nel cortile del blocco edilizio, sul lato opposto dell’edificio.

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Nello stesso pugno di strade, fra gli alloggi degli alluvionati e la Manifattura, sorge la Chiesa del Redentore. Alla fine dell’Ottocento i Salesiani stanno cercando un terreno per edificare la loro chiesa. La Congregazione, quella dei Salesiani nasce nel dicembre del 1859 a Torino-Valdocco, ad opera di Giovanni Bosco, allora di soli 44 anni [6]. Il comune offre al canonico Beniamino Bux un suolo di circa 2000 mq, in una zona centrale di Bari, ma nell’aprile del 1900 arriva a Bari don Rua a dissuaderlo. Questi gli suggerisce, invece, di comprare un terreno più ampio, anche se più marginale. Il Comune rilancia l’offerta, con un terreno di 5000 mq, ma don Bux finisce con l’acquistare un terreno di 12.600 mq, oltre la via vecchia di Bitritto e la strada di San Giorgio [7]. Nel 1930 il canonico Bux ha messo insieme 187mila lire, sufficienti all’impresa De Bellis per cominciare a costruire la nuova Chiesa. Nell’aprile del 1935 la Chiesa è pronta e inaugurata dall’Arcivescovo di Bari: Monsignor Marcello Mimmi [8]. La facciata è neo-Medievale, in asse con la strada (via Crisanzio). L’imitazione medievale guarda al Romanico Pugliese, ma nella Chiesa del Redentore vi è una nostalgia gotica.

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Anche l’edificio scolastico “San Giovanni Bosco”, che sorge di fronte, risale al 1927. Sebbene negli anni abbia assunto diverse denominazioni, da “Principessa Maria José” a “Rosa Maltoni Mussolini”, nel 1961 prese l’attuale intitolazione, sempre in riferimento ai preti Salesiani, di cui Don Bosco è appunto il fondatore.

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Quando nacque, il quartiere Libertà non aveva dunque solo lo scopo di quartiere dormitorio, periferico. La Bari ovest nacque, infatti, squadrata da fabbricati che replicavano quelli della Bari murattiana, ma la sua non era solo edilizia privata, vi sorsero insediamenti pubblici come “l’ospedaletto”, ovvero un ospedale pediatrico oggi sede della circoscrizione, così come le scuole superiori di prestigio e alta professionalizzazione quali il liceo classico “O. Flacco” e l’istituto nautico “F. Caracciolo”, oltre la Chiesa del Redentore e la grande fabbrica della “Manifattura tabacchi”. Tutto questo rese il quartiere una parte viva e operativa della città di Bari.

Sarà intorno agli anni settanta che questi insediamenti cominciano a perdere la loro centralità quando, oltre la ferrovia, è realizzato un nuovo liceo classico, o al nascere di altre scuole professionali che depauperano il nautico, o quando l’ospedaletto si sposta in una struttura più grande, in via Amendola e, soprattutto, nel 1966 quando una legge antismog vieta di tenere una fabbrica inquinante in piena città.

Il rilancio avviene con l’apertura del nuovo palazzo di giustizia, il Tribunale, che ancora oggi costituisce uno dei cardini vitali del quartiere [9].

 

 

[1] (Uliano Lucas – “La città all’ovest”; saggio “Il piano interrotto” di Arturo Cucciolla)

[2] (Uliano Lucas – “La città all’ovest”)

[3] (http://www.sissco.it/index.php?id=1293&tx_wfqbe_pi1%5Bidrecensione%5D=2182)

[4] (Uliano Lucas – “La città all’ovest” – saggio “Dietro il muro rosso” di Vito Antonio Leuzzi)

[5] Bari 1905. La prima disastrosa alluvione cittadina del secolo scorso – articolo di Nicola Mascellaro apparso su: LSDmagazine il 12 maggio 2010 (http://www.lsdmagazine.com/bari-1905-la-prima-disastrosa-alluvione-cittadina-del-secolo-scorso/4887/)

[6] (http://redentorebari.donboscoalsud.it/go/Salesiani_Don_Bosco.aspx)

[7] (Uliano Lucas – “La città all’ovest”)

[8] (http://redentorebari.donboscoalsud.it/go/Parrocchia.aspx)

[9] (Uliano Lucas– “La città all’ovest”; saggio “Bari-Libertà: una metafora” di Nicola Colaianni)

 

 

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