L’inquinamento da plastica è cresciuto di cento volte nel Sud Atlantico

“Questo è un grande campanello d’allarme”

Di Marlene Cimons (articolo originale in inglese) Data pubblicazione : 17/10/2018

Nexus Media News, Contributor Stories of Humans, Science and Society

Tradotto per Libertiamoci da Teresa Scolamacchia

Pexsels

 

Trent’anni fa, le acque oceaniche che circondavano le isole Britanniche nel Sud Atlantico erano quasi immacolate. Ma i rifiuti plastici sono cresciuti di cento volte da allora, e di dieci volte rispetto allo scorso decennio. Queste isole – che costituiscono parte dei territori britannici oltremare e che includono Riserve Marine Protette già stabilite o in attesa di essere dichiarate tali –  sono fra le più remote nel pianeta. Nonostante ciò, non sono più immuni dal tipo di inquinamento tipico della costa industrializzata del Nord Atlantico, cosa che preannuncia gravi conseguenze, come rivela un nuovo studio.

“La plastica negli oceani non è unicamente sgradevole e minacciosa per la vita marina. Sta entrando nella catena alimentare marina, dalla quale molti umani sul pianeta dipendono,” dice David Barnes, un ecologo marino del British Antarctic Survey (BAS) che ha studiato la regione. “ Quanto più a lungo e tardi tralasceremo il problema delle plastiche, tanto più difficile e dispendioso sarà trattarlo. Dobbiamo far qualcosa velocemente, perché le plastiche in mare possono diffondere alcuni composti chimici abbastanza tossici, riducendo la capacità dell’ambiente di alimentarci, e diventando parte del cibo che vogliamo mangiare. È chiaro che non ignoreremmo mai la presenza di veleni sui vegetali che utilizziamo per nutrire gli animali dei nostri allevamenti, ma é quello che sta succedendo nei nostri mari.”

I territori Britannici oltremare, mostrati nella cartina, includono varie isole nel Sud Atlantico (da Wikipedia/Rob984).

 

La plastica é di molti tipi e proviene da molte fonti, incluso detriti trasportati da discariche, spazzatura lasciata da ignari frequentatori di spiagge, rifiuti di pescherecci o di navi da trasporto ed altre cianfrusaglie trasportate da tempeste severe e incidenti. Secondo Barnes, “Milioni di microplastiche possono formarsi dal degradarsi di un solo grande pezzo, come una busta di plastica”.

Il cambio climatico sta aggravando il problema, spiega Barnes. Gli animali e le piante, già provati dagli effetti delle plastiche, stanno diventando più vulnerabili ad altri fattori stressanti, come le acque più calde. Inoltre, alcune creature marine possono essere trasportate da pezzi di plastica e così flottare lontano da posti temperati verso posti più freddi, stabilendosi in questi ultimi ai quali non appartengono. “Le plastiche sono una casa flottante potenziale, così che animali di un luogo possono colonizzarle ed essere trasportati in un altro luogo dove diventano specie invasive stabilendosi, riproducendosi e diffondendosi” dice Barnes.

Inoltre la degradazione di tali plastiche produce gas effetto serra come metano ed etilene quando esposte alla luce solare, peggiorando il cambio climatico. “Il cambio climatico è legato alla plastica come minaccia alla biodiversità  — cioè alla vita sulla terra — in vari modi,” dice Barnes, primo autore dello studio apparso sulla rivista Current Biology.

Jamestown, St. Helena, vista dalla barca di ricerca di Barnes (foto D. Barnes).

 

I rifiuti plastici in acque oceaniche possono essere causa di numerosi pericoli per la vita marina, fra cui aggrovigliamento, avvelenamento e morte dovuta a ingestione. “L’ingestione di plastica che conduce a deficienze nutrizionali o inedia  – per esempio blocco dello stomaco – è parte del problema,” dice Barnes. “questo può essere peggiorato dal fatto che i rifiuti plastici in mare possono assorbire in maniera persistente inquinanti di natura organica –  veleni –  e concentrarli. La macroplastica può aggrovigliare, soffocare o affogare animali come tartarughe, balene e squali.”

Andy Schofield, un biologo presso la Royal Society for the Protection of Birds, e uno dei ricercatori del progetto, è d’accordo: “Queste isole e gli oceani attorno ad esse sono sentinelle della salute del nostro pianeta,” dice. “Spezza il cuore guardare albatri mangiare plastica migliaia di miglia lontano da tutto. È un grande campanello d’allarme. Il non agire mette in pericolo non solo uccelli minacciati di estinzione e gli squali balena, ma anche gli ecosistemi sui quali molti isolani si basano per l’approvvigionamento di cibo e la loro salute.”

S. Morley: Squali balena come questo sono in pericolo di estinzione dovuto all’inquinamento da plastica.

 

Lo studio é stato condotto durante quattro crociere effettuate dalla nave da ricerca BAS -RRS James Clark Ross tra il 2013 ed il 2018. Un gruppo di scienziati provenienti da dieci organizzazioni hanno campionato le acque ed il fondo del mare, mantenuto sotto controllo spiagge ed esaminato più di 2000 animali appartenenti a 26 specie diverse. Il lavoro fa parte di un programma il cui obiettivo è quello di aiutare piccole isole-nazioni nell’Atlantico a proteggere le proprie coste.

Secondo gli scienziati, la quantità di plastica che ha raggiunto queste regioni è cresciuta a tutti i livelli, dalla costa al fondo del mare. Più del 90 per cento dei detriti spiaggiati è costituito da plastica, e il volume di questi detriti è il più alto registrato nell’ultimo decennio.

Plastiche sulla costa di St. Helena (foto D. Barnes).

 

La maggiore concentrazione di plastica è sulle spiagge. “Nel 2018 abbiamo registrato più di 300 oggetti per metro di costa sulle Falkland orientali e l’isola di Santa Helena. Questa quantità supera di dieci volte quella registrata un decennio fa.” dice Barnes. “Capire la portata del problema è il primo passo che permette di aiutare il commercio, l’industria e la società per affrontare il problema.”

Inoltre, la posizione “ultraperiferica” (di queste zone) da fonti di plastica, costituisce una istantanea sullo “stato degli oceani’,” dice Barnes, spiegando che quello dei rifiuti di natura plastica è un problema globale che richiede sforzi concreti e di diverso tipo per risolverlo.

Vista di una delle spiagge dell’isola di St Helena dopo essere stata pulita (foto D. Barnes).

 

“Ci sono azioni che possono essere fatte a livello governativo, per esempio tassare i prodotti di plastica di uso singolo, o bandirne alcuni ed incentivare meglio il riuso e/o riciclaggio di altri,” dice ancora Barnes. “Ci sono molte cose che possiamo fare come individui, non solo mettere pressione affinché le cose cambino, ma essere anche più selettivi nel comprare prodotti con un packaging ridotto, pensare di più a come riciclare e raggiungere uno stoccaggio corretto.”

Barnes sottolinea che molte parti del mondo non hanno le risorse per raccogliere e smaltire la plastica. Quindi “le nazioni sviluppate dovrebbero aiutare di più in questo, ed è nel nostro interesse farlo”. “Esistono molte strategie per cercare di scovare, raccogliere e contrastare la plastica in mare, ma come mostra il nostro studio, il problema sta crescendo in misura più veloce che in altri tempi- e dobbiamo veramente trattare il problema in maniera più seria rispetto a quanto fatto finora.”

Marlene Cimons scrive per Nexus Media, una newsletter sindacale/ consorziata che tratta clima, energia, politica, arte e cultura.

Per saperne di più:

Environment Nature And Environment Plastic Pollution Conservation And Recycling James Clark Ross

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