Dalla parte degli oppressi

Articolo scritto da Maurizio Moscara

Abdullah era sudanese, viveva a Caltanissetta con la sua famiglia. Era arrivato in Italia nel 2005 quando aveva 38 anni perché laggiù, nel suo paese, le cose non andavano per niente bene. Qui aveva ricominciato una vita, mettendo su una dignitosa famiglia con una ragazza conosciuta in Italia. Abdullah faceva parte di quel proletariato agricolo stagionale che si sposta di regione in regione a seconda, appunto, del periodo dell’anno e dello stato di maturazione dei prodotti ortofrutticoli. Tecnicamente viene definita manodopera a basso costo. Nell’era antica si chiamava, invece, più propriamente, servitù della gleba. Eh sì: perché Abdullah lavorava per 12 ore al giorno guadagnando poco più di venti euro: quasi due ero all’ora per spezzarsi la schiena tutto il giorno sotto il caldo rovente del solleone estivo, senza riposo settimanale (perché bisognava sfruttare al massimo tutto il periodo della avvenuta maturazione) e con una ridotta pausa giornaliera, giusto il tempo di consumare un frugale pasto. Il 20 Luglio del 2015 era il suo primo giorno di lavoro in Puglia, nelle campagne di Nardò. Nessun contratto di lavoro da firmare, nessuna visita medica da effettuare, solo qualche svogliata parola pronunciata con irritante indolenza dal caporale di turno: una bocca impastata di fumo e di birra per spiegare in cosa consistesse il lavoro di quel giorno. Parole buttate al vento perché Abdullah è morto qualche ora dopo, con la schiena piegata dalla fatica e il cuore spaccato dai 42 gradi delle due del pomeriggio. Abdullah, quel giorno, aveva 47 anni.

E, siccome sfruttamento e oppressione non fanno differenza tra italiani e non, la stessa sorte era toccata una settimana prima ad una donna italiana, Paola Clemente, 49 anni, nelle campagne di Andria, intenta a lavorare alla acinellatura dell’uva. Medesimo destino è spettato poco meno di un anno fa a Daniel Nyarko, ghanese, assassinato a 51 anni a colpi di pistola – nel foggiano – mentre rincasava in bicicletta dopo una estenuante giornata di lavoro. Aveva una colpa, sì: quella di aver denunciato un sistema di estorsioni nel Tavoliere. E non c’erano neanche i soldi per le sue esequie. Anche Sacko Soumayla, ventinovenne maliano, è stato ucciso: assassinato la notte del 3 Giugno 2018 nel vibonese da un colpo di fucile che qualcuno sparò dopo aver preso la mira per quattro volte da una distanza di 150 metri. Sacko era un attivista sindacale dell’Usb, un ragazzo da sempre in prima fila nelle lotte per difendere i diritti dei braccianti agricoli sfruttati nella Piana di Gioia Tauro e costretti a vivere in condizioni fatiscenti nella tendopoli di San Ferdinando. Invece, Amadou Balde, ventenne arrivato dalla Guinea, è morto nel 2018 con altri quindici ragazzi in due distinti incidenti stradali, di ritorno dai campi nel nord della Puglia, stipati su furgoni come fossero bestie.

Sono oltre 1.500 i braccianti morti negli ultimi sette anni nelle campagne italiane. Dietro quei numeri ci sono nomi, affetti, sogni, storie, corpi. Storie passate come un fulmine sulle pagine dei nostri giornaloni, senza lasciare memoria.

E allora, della memoria ce ne occupiamo noi: oggi è il Primo Maggio 2020 e parliamo di queste storie che ci prendono per i capelli e ci scaraventano indietro nel tempo. Ci riportano a un passato privo di diritti, di tutele, di dignità del lavoro. Ci riportano al 1^ Maggio del 1906, anno in cui fu condotta una importante inchiesta parlamentare sulla situazione dei braccianti agricoli. E in cui era riferito quanto segue: “Nel sud Italia, le condizioni dei lavoratori della terra sono disperate, segnate da grande miseria e sfruttamento disumano che i grandi proprietari terrieri impongono alla manodopera, attraverso tariffe irrisorie, orari estenuanti e diritti negati”. La realtà si staglia incredibilmente davanti a noi: i disperati, i grandi proprietari terrieri, lo sfruttamento, i guadagni irrisori, i diritti negati, i tempi di lavoro disumani. Primo Maggio 1906, Primo Maggio 2020: tutto immutato, nel tempo, nello spazio, nella ragione e nella coscienza.

Il lavoro delle 5P – Precario, Pesante, Pericoloso, Poco pagato, Penalizzante socialmente – tocca sempre ai più deboli, agli ultimi. Che poi è lo stesso lavoro delle 3D, cioè i DDD jobs: Dirty, Dangerous and Demeaning (Sporchi, Pericolosi Umilianti).

Lo chiamano caporalato, sfruttamento, riduzione in schiavitù, a seconda del narratore di turno. In realtà siamo di fronte a qualcosa di peggio: è una operazione di rapina della dignità, perpetrata ai danni di esseri umani che partono da una posizione di estrema vulnerabilità, perché in stato di bisogno. Una dequalificazione della persona resa ancora più mortificante dai chiacchiericci insulsi e ipocriti di una politica che ulula contro il caporalato guardandosi bene dall’adottare misure di contrasto realmente efficaci. Perché è troppo attraente il giro di soldi che ruota intorno allo sfruttamento: quei pomodorini vanno a finire negli stabilimenti dei grandi marchi alimentari e terminano il loro viaggio sulle nostre tavole, a prezzi irrisori. In quella miseria di prezzo c’è tutta quella operazione di espianto di dignità dal corpo e dall’anima di un uomo: pensiamo alla fatica, al sudore, alle sofferenze, alle oppressioni, alle morti, alle tragedie che servono a produrre quei pomodori; pensiamo agli stranieri che vengono da lontano per poter lavorare la terra, agli italiani che non hanno una alternativa per mantenere le proprie famiglie, agli affetti lasciati lontano; pensiamo ai mal di schiena, alle ferite, alle febbri, alle poche ore di sonno, ai pasti frugali consumati velocemente; pensiamo alle ore consecutive di lavoro trascorse sotto il caldo, alla totale mancanza di riposo settimanale; pensiamo alle donne, agli uomini, alle madri, ai padri e ai bambini che piangono sui loro congiunti caduti sui campi di lavoro e che non avranno più quella mano callosa da stringere. Ma davvero la vita di una persona vale il costo di un barattolo di pelati al supermercato?

E poi c’è anche chi sostiene che l’ingresso in Italia di lavoratori provenienti da paesi non comunitari determini un abbassamento delle condizioni di lavoro degli italiani. In base a questo bizzarro teorema, i nuovi arrivati sarebbero una delle cause dello sfruttamento e non l’effetto, in quanto disposti ad accettare condizioni lavorative ben peggiori di quelle degli italiani: tecnicamente si chiama dumping salariale. Ma non ci sfiora per caso il dubbio di essere colpevolmente inadeguati a difendere il lavoro nel nostro paese? Di aver rinunciato a preoccuparci della dignità delle future generazioni? Di aver lasciato finanche i nostri figli soli a mendicare un posto di lavoro decoroso (ricevendo invece in cambio offerte di lavoro indecenti)? E continuiamo invece a dire sciocchezze proprio qui, qui nella terra di Giuseppe Di Vittorio: quella stessa terra che è entrata in bocca ad Abdullah pochi secondi prima di morire, mentre si accasciava, stremato. E noi abbiamo lasciato che lo calpestassero quando era ancora vivo, che i padroni e gli sfruttatori – quelli stessi che ci procurano i pelati che finiscono sulle nostre tavole – schiacciassero la sua testa e quella dei suoi compagni di sventura con i loro stivali, con l’arroganza tipica di chi pensa di essere padrone di tutto, anche della vita degli altri. Dietro quel furto di libertà, di dignità, di vita, ci siamo noi.

E allora, in questo Primo Maggio 2020, nella barbarie dello sfruttamento e del razzismo, che oggi sono componenti importanti delle perverse mappe del lavoro nel nostro Paese, serve ricordare; serve la memoria per promuovere sensibilità e connettere la solidarietà con le azioni di lotta, di sciopero e di organizzazione. Per trasformare lo sfruttamento, la rabbia e il dolore in cambiamento sociale.

Non si tratta semplicemente dell’uomo bianco contro l’uomo nero, perché, a volte, il razzismo diventa un comodo alibi, utile a nascondere il senso delle cose, il vero significato degli eventi. Si tratta di qualcosa che va oltre il mero razzismo (che c’è comunque). Si tratta di una storia antica, pesante, che ci carica tutti quanti di enormi responsabilità: è la storia degli oppressi e degli oppressori. E’ una storia che ci chiede di scegliere da che parte stare. Perché loro – gli oppressori – hanno già scelto.

E allora ciao Abdullah, lo dedichiamo a te questo Primo Maggio. Con un impegno preciso perché, questo, è un Primo Maggio particolare. Viviamo una emergenza, sanitaria, economica, sociale, che ci mette tutti di fronte alla responsabilità di pensare a un modello di sviluppo diverso, ad un sistema di vita alternativo, a un mondo nuovo; che ci impone di non commettere l’errore di tornare a quella “normalità” che ha strappato la dignità a te e a miliardi di persone su questa terra.

Certo Abdullah, lo dedichiamo a te questo Primo Maggio e lo ricordiamo, lo ricorderemo a tutti. Cosa? Che il nome Abdullah, dalle tue parti, significa “Servo di Dio”, non certo degli uomini.

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