IL VERUM, IL PULCHRUM, IL BONUM nelle parole di Maria Fernanda Sacco

Articolo e foto di Donatella Albergo
fotografie storiche tratte dal web

APPASSIONATO E TRAVOLGENTE L’APPELLO DELLA NIPOTE DI NICOLA SACCO, PER L’ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE NEL MONDO

Ieri, 29 novembre, si è tenuta nella’Aula Magna dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” una conferenza su “Le ragioni della lotta per l’abolizione della pena di morte nel mondo”, voluta, oltre che dall’Università, anche dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, da Amnesty International, dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’Associazione “Sacco e Vanzetti”. Presenti fra numerosi, illustri ospiti del mondo accademico, giuridico e associazionistico, il Magnifico Rettore, prof. Antonio Felice Uricchio, che ha fatto gli onori di casa, S.E. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, il prof. George Kain, docente presso l’università del Connecticut e naturalmente lei, Maria Fernanda Sacco, la giovane 85enne nipote del pugliese Nicola (Ferdinando) Sacco che ha travolto l’uditorio con racconti e ricordi. Indimenticabili le sue parole.

Tavolo ricco e illustre, per presentare le argomentazioni del no alla barbarie della pena di morte, per sostenere le ragioni dell’etica e del diritto che sono alla base delle tesi abolizioniste, per lottare perché, in quei paesi cosiddetti “democratici” dove ancora è vigente, venga abolita la pena capitale.

Ai giovani si è rivolta subito la sig.ra Sacco con un saluto tanto appassionato da suscitare non solo l’applauso immediato, ma anche una calorosa empatia con tutti i presenti. Il suo cuore di insegnante batte ancora per gli studenti, perché si è insegnanti per la vita. “La vita è sacra e non può essere distrutta, tanto meno per odio e razzismo” sono state le parole di apertura, il suo manifesto, prima di confidarci i suoi ricordi con una storia intima, una storia di famiglia, da intrecciare con quella che abbiamo letto sui libri.

Nel 1908 partirono per il Massachusetts gli zii Sabino e Ferdinando (il vero nome, poi cambiato in Nicola) da Torremaggiore (Fg) per aiutare l’attività di famiglia. I Sacco erano piccoli esportatori di olio nelle città e regioni vicine al foggiano e alla famiglia serviva un mezzo di trasporto. Ferdinando aveva solo diciassette anni. Sabino tornò dopo pochi anni, Ferdinando si fermò perché aveva trovato un buon lavoro presso un calzaturificio ed entrò nei circoli degli anarchici pacifisti dove conobbe Bartolomeo Vanzetti.

Al momento dell’intervento americano nel primo conflitto mondiale, si rifugiarono in Messico per non essere arruolati e al ritorno in Massachusetts, Ferdinando cambiò nome in Nicola, come oggi tutto il mondo lo conosce. Nell’aprile del 1920, Sacco e Vanzetti furono accusati di essere gli autori di una rapina ad una fabbrica di calzature in cui rimasero vittime un cassiere e una guardia armata. Condannati alla sedia elettrica senza appello, nonostante, come ha ricordato la sig.ra Sacco, un pregiudicato, Celestino Madeiros, si fosse accusato di aver partecipato alla rapina assieme ad altri complici, scagionando completamente i due italiani. Di certo, Sacco e Vanzetti pagarono per le loro idee anarchiche, idealiste e pacifiste e per il fatto di far parte di una minoranza etnica disprezzata ed osteggiata come quella italiana. Dopo sette anni di “carcere duro”, la sentenza fu eseguita mediante sedia elettrica, ha detto Fernanda Sacco con la voce che ancora tremava dopo più di quarant’anni. C’è stato bisogno di un lungo respiro prima di proseguire la sua storia. “Il nonno inutilmente inviò un telegramma (ancora conservato) a Mussolini perché intercedesse in favore dei due innocenti”. Non ci fu risposta.

Solo nel 1977 il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, riabilitò le figure di Sacco e Vanzetti e nel documento con cui proclamava il 23 agosto di ogni anno il S.&V. Memorial Day, scriveva che “il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi e contro l’intolleranza verso le idee non ortodosse, con l’impegno di difendere sempre i diritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”. Ammonimento oggi quanto mai attuale, ma ignorato.

Per concludere, la sig.ra Sacco ci ha regalato ancora qualche chicca, raccontandoci del suo viaggio a Boston per conoscere i luoghi del martirio dello zio Ferdinando: la prigione, l’aula dove fu emessa la sentenza e Boston. “Fui accolta ed ospitata gratis dal sindaco per quattordici giorni in un grande albergo!” ha raccontato ancora con semplicità e freschezza. Infine, ricordando con orgoglio e commozione, la particolare benedizione chiesta ed ottenuta da papa Francesco, la sig.ra Sacco ha concluso il suo intervento in un mare di applausi del pubblico incantato.

Le ceneri di Nicola Sacco sono state traslate dall’America e tuttora riposano nel Cimitero di Torremaggiore, all’ inizio del viale centrale. 

Educhiamoci alla vita dicendo “No alla pena di morte”

Il 29 novembre u.s. si è svolta, nell’Aula Magna Aldo Cossu dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, la conferenza dal titolo: “Le Ragioni della lotta per l’abolizione della pena di morte nel mondo”.
Fra i relatori il Prof. Giuseppe Gabrielli dell’Università Federico II di Napoli che ci ha gentilmente inviato quest’articolo e di cui pubblichiamo il testo integrale.

articolo di Giuseppe Gabrielli, Comunità di Sant’Egidio

In occasione della Giornata internazionale Cities for Life, “Città per la Vita, Città contro la pena di morte”, la più grande mobilitazione contemporanea planetaria per indicare una forma più alta e civile di giustizia contro pena capitale, l’Associazione Sacco e Vanzetti e la Comunità di Sant’Egidio hanno organizzato lo scorso 29 Novembre a Bari nell’Aula Magna Aldo Cossu dell’Università degli studi di Bari A. Moro la conferenza dal titolo: “Le Ragioni della lotta per l’abolizione della pena di morte del mondo”. Nell’occasione, circa 200 tra studenti universitari di Scienze Politiche e di Giurisprudenza e studenti delle scuole superiori hanno ascoltato gli interventi che si sono succeduti nell’arco della mattinata.

La conferenza, presieduta da Matteo Marolla, presidente dell’Associazione Sacco e Vanzetti, ha visto il saluto del Magnifico Rettore prof. Antonio Felice Uricchio e di Sua Eccellenza Monsignor Francesco Cacucci e la partecipazione di illustri ospiti tra cui la sig.ra Maria Fernanda Sacco, Presidente Onoraria dell’Associazione Sacco e Vanzetti, e il prof. George Kain, docente Diritto penale alla Western Connecticut State University, nonché commissario di polizia a Ridgefield, sulla costa orientale degli Usa.

Maria Fernanda Sacco, ottantasette anni, ultima nipote vivente di Nicola, ha raccontato durante il suo appassionato e toccante intervento: «Io sono nata cinque anni dopo la sua morte. Ho sempre convissuto con la memoria di questa tragedia ricordata sempre da tutta la nostra numerosa famiglia». Sacco, pugliese ed operaio in una fabbrica di scarpe, e Vanzetti, venditore ambulante di pesce, furono condannati a morte per omicidio il 23 agosto del 1927 nella prigione di Charlestown sulla base di pregiudizi politici e razziali alla fine di un processo farsa in cui non fu esercitato il diritto della difesa. Solo dopo cinquant’anni dalla loro morte, Michael Dukakis, governatore dello Stato del Massachusetts, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti. Sono tanti gli impegni messi insieme dalla tenacia della Sig.ra Fernanda Sacco che lavora ogni giorno della sua vita per sensibilizzare in particolare le giovani generazioni affinché si realizzi presto «l’abolizione della pena di morte in tutti i Paesi del Mondo e l’affermazione della dignità di ogni essere umano».

George Kain è da tanti anni testimonial della battaglia negli Stati Uniti d’America per l’abolizione della pena di morte. Dopo essere inizialmente favorevole alla condanna a morte, George ha iniziato un lungo cammino di riflessione intellettuale che lo ha portato a cambiare idea. Ha detto: « Negli anni ho approfondito la questione e ho incontrato molte persone che hanno segnato questo mio percorso di cambiamento. Tra tutti ha ricordato Thurgood Marshall, il giudice della Corte suprema degli Stati Uniti, dicendo: «Non ho mai dimenticato le sue parole: “Se la gente conoscesse la verità sulla pena di morte, smetterebbe di sostenerla”». Netta la motivazione: «Dopo che si è uccisa una persona non si può più tornare indietro. Sono 164 le persone giustiziate negli Usa e che in seguito si sono rivelate innocenti, e conosciamo molte altre situazioni – ha aggiunto Kain – nelle quali dei detenuti rischiano di pagare un prezzo elevatissimo per un crimine che non hanno commesso».

Tanti gli interventi che hanno voluto accompagnare nel corso della mattinata le due testimonianze: la prof.ssa Maria Luisa Lo Giacco, docente di Diritto Canonico ed Ecclesiastico ed esponente della Comunità di Sant’Egidio; il prof. Antonio Incampo, docente di Filosofia del Diritto; il dott. Antonio Laronga, procuratore aggiunto del Tribunale di Foggia; il dott. Dino Alberto Mangialardi, responsabile del gruppo Amnesty International di Bari.

Si tratta di un movimento di difesa della vita che ogni anno si accresce coinvolgendo migliaia di persone di tutte le età e a ogni latitudine. Questo movimento arriva fino alla più alta istanza politica del mondo che è l’Assemblea delle Nazioni Unite, con la proposta di moratoria universale sulle esecuzioni iniziata nel 2007, in cui l’Italia gioca un ruolo decisivo, e che ha visto nell’ultima votazione del 14 novembre 2018 il voto così ripartito: 123 a favore della moratoria, 36 contrari, 30 astenuti. Un voto molto incoraggiante che in dieci anni ha visto ridursi il fronte dei contrari passando da 52 a 36 Paesi, 16 paesi hanno cambiato opinione. Accanto a questo vanno aggiunte le tante notizie positive giunte in questi anni da paesi retenzionisti passati all’abolizione de jure o de facto.

IMMIGRAZIONE E ACCOGLIENZA: DUE CONCETTI ANCORA CONCILIABILI? UNO SGUARDO AL NOSTRO PAESE SUL TEMA

Articolo e foto di Donatella Albergo

È l’interrogativo che si è posto l’Associazione per la cittadinanza attiva, “Libertiamoci”, con questo primo convegno per l’anno 2018/19. Relatori: suor Marialuisa Matarazzo, missionaria in Congo per 18 anni ed esperta dei problemi africani; il prof. Nicola Colaianni, docente presso l’Università “Aldo Moro” di Bari e Al Bourini Karim, mediatore culturale di esperienza più che decennale. A sorpresa, è riuscita a raggiungerci la dott.ssa Dabbicco, presidente di commissione per il riconoscimento della protezione internazionale. All’incontro, dal titolo “Immigrazione e accoglienza: propositi, interrogativi e soluzioni”, hanno dato il loro contributo i giovani dell’USC, (Unione Sanguis Christi): Danilo, Angela, Nicola, Mario, Lucrezia, Cristina, Giuseppe, guidati da Marilina. Ha presentato e coordinato l’incontro l’avvocato Antonio Garofalo, presidente di Libertiamoci. La sua parola-chiave è stata “rispetto”, “rispetto reciproco”, fondamento di ogni civile e pacifica convivenza.

La voce di Lucrezia ha letto “Non è tuo figlio”, sconvolgenti versi di Sergio Guttilla, capo scout Agesci, dedicati ai cento morti in mare, in attesa di una nave che li salvasse, il 29 giugno 2018. Subito silenzio in sala, brividi sulla pelle, domande senza risposte, un’ondata di quella rabbia che nasce dall’impotenza.

Una clip di Checco Zalone, con bonaria ironia sulle religioni, ha portato il sorriso e aperto il video dei ragazzi che hanno posto l’accento sui diritti violati dei minori migranti e presentato sondaggi di opinione su un campione di cento persone, intervistate per la strada, in mercati, all’università. Buona la scelta i brani proposti, tra cui: la preghiera laica di Erri De Luca, “Mare nostro che non sei nei cieli” e la lettera di don Tonino Bello “Al fratello marocchino”.

Il mediatore culturale, sig. Karim, ha voluto porre l’accento sull’aspetto economico della presenza di immigrati nel nostro paese, rispondendo alla diffusa percezione che essi “tolgono il lavoro agli italiani”. Il sig. Karim ha ricordato invece il contributo che gli immigrati danno nelle imprese, soprattutto del nord est, nelle famiglie con le badanti, in agricoltura. Essi dunque costituiscono una forza lavoro che compensa la mancanza di manodopera italiana, soprattutto in alcuni settori. Il sig. Karim ha inoltre sfatato il mito dei 35 euro che andrebbero ai migranti: nelle loro tasche arrivano solo da 1,50 ai 2,50 euro. Il resto va ai gestori dell’accoglienza per le spese del loro operato. Però purtroppo c’è a chi fa comodo sostenere la favola dei 35 euro, e a chi fa comodo crederlo.

Suor Marialuisa Matarazzo ha portato la sua ventennale esperienza di missionaria in Africa, soprattutto in Congo. Ha parlato delle straordinarie potenzialità di quei paesi, ricchi di risorse e materie prime, ma depredati dalle multinazionali e dalla corruzione dei governi, spesso fantocci delle potenze occidentali. Deforestazione, monoculture, controllo e monopolio delle materie prime, contrabbando di diamanti, oro, avorio, vendita di armi (Italia compresa), sfruttamento di minori, sono la vergogna delle potenze occidentali che, dopo aver depredato quei paesi con il colonialismo militare e politico, sono oggi passate al più sottile e malefico colonialismo economico. E, dopo aver creato le condizioni di povertà e guerra, respingono quella gente per mare e per terra come animali infetti, quasi per evitare la contaminazione del nostro benessere e della nostra tranquillità.

Suor Marialuisa ha parlato del coltan, la sabbia nera, leggermente radioattiva, da cui nascono pc e smartphone. Oggi è più prezioso dell’oro, ma il suo sfruttamento è l’inferno e la dannazione per quelle popolazioni, soprattutto bambini.

E poi ci sono le guerre, così redditizie per l’occidente che è conveniente anche crearle: sono lontane da casa propria, fanno salire il pil, crescere l’occupazione e l’economia, assicurare il successo politico ed elettorale. Perché il primo fattore di gradimento elettorale è la crescita e il benessere economico. Segue la sicurezza. Perciò convincere e poi combattere l’equazione migrante = criminalità e impoverimento, è fare campagna elettorale vincente.

Appassionato l’intervento a sorpresa della dott.ssa Dabbicco che si è soffermata sull’abolizione dei “motivi umanitari” del decreto Salvini su sicurezza e immigrazione, due termini che messi insieme sono già una dichiarazione di intenti… La dott.ssa è stata profetica: aveva già previsto vicende un po’ complicate per questo decreto, soprattutto di natura costituzionale e infatti è di oggi la notizia che il CSM ha bocciato il decreto per incostituzionalità: “Su migranti e richiedenti asilo norme costituzionali non rispettate”.

Dabbicco ha sottolineato che “bisogna tornare a riflettere sui valori della Costituzione per vincere l’intolleranza e la sopraffazione che noi imponiamo ai migranti. Dobbiamo restituire loro le libertà democratiche e i diritti fondamentali” che dall’Illuminismo in poi vanno riconosciuti a tutti gli uomini e che gli stati cosiddetti democratici (naturalmente Italia compresa) hanno ratificato.

Ha concluso l’incontro il prof. Colaianni che con professionalità e passione ha sempre risposto ai nostri inviti e ha arricchito il tavolo dei relatori. Anche il professore ha fatto il richiamo forte alla Costituzione, all’art. 10, soprattutto comma 3. “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Il professore ha richiamato l’attenzione sulla revoca della cittadinanza italiana presente nel decreto Salvini, come fece il fascismo per gli ebrei stranieri. L’allarme è costituito dall’idea che “la cittadinanza sia considerata una concessione sempre revocabile e non un riconoscimento” , ha detto Colaianni. “Stiamo riducendo l’accoglienza e rinunciamo all’integrazione. Ingresso e soggiorno sono oggi impediti. Ma è questo che voleva la nostra Costituzione? E oggi i due terzi degli italiani la pensano come Salvini…”

Il professore ha posto l’accento sula parola “diritto” contenuto nel comma 3, parola “che è in via di estinzione per le politiche degli ultimi anni, politiche di respingimento” purtroppo oggi percepite come un valore da molti cittadini, non solo italiani. L’uomo politico che sa respingere, chiudere porti e frontiere, alzare muri e srotolare filo spinato, mandare l’esercito contro chi è in viaggio, anzi in fuga, piace.

Altro allarme che il relatore ha voluto sottolineare è l’introduzione del “reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, anche nei confronti di chi accoglie gli irregolari. Una pericolosa introduzione che rischia di mettere sullo stesso piano trafficanti e solidarietà.

Infine, un ricordo al sindaco di Riace, Mimmo Lucano che, pur nella sua amministrazione “pasticciata” ha rappresentato un modello di integrazione che tutto il mondo ha ammirato. La sua condanna è stato il più clamoroso esempio di uno stato che respinge e che utilizza il reato di favoreggiamento anche nei confronti di chi integra i migranti. Lo stesso sta accadendo in Francia con il “délit de solidarité”, reato introdotto per chi aiuta gli stranieri irregolari. Eppure era stata proprio la Francia che, ispirandosi alla Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, aveva proclamato la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino nel 1789, che all’art. 1 recita: “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”. Oggi il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina e il délit de solidarité sono la negazione del valore di Fraternité che, insieme alla Liberté e Legalité, con tanta enfasi ci avevano insegnato a scuola e con tanta passione avevamo imparato. Ma non sempre il tempo è progresso.

L’incontro è stato ricco e apprezzato, con tante domande ancora da fare, con tante risposte ancora sospese. Ma il tempo, come si dice, “è volato”. Intanto, il punto fermo rimane la Costituzione. Conosciamola, rispettiamola, amiamola e difendiamola. Noi saremo vigili.

 

L’inquinamento da plastica è cresciuto di cento volte nel Sud Atlantico

“Questo è un grande campanello d’allarme”

Di Marlene Cimons (articolo originale in inglese) Data pubblicazione : 17/10/2018

Nexus Media News, Contributor Stories of Humans, Science and Society

Tradotto per Libertiamoci da Teresa Scolamacchia

Pexsels

 

Trent’anni fa, le acque oceaniche che circondavano le isole Britanniche nel Sud Atlantico erano quasi immacolate. Ma i rifiuti plastici sono cresciuti di cento volte da allora, e di dieci volte rispetto allo scorso decennio. Queste isole – che costituiscono parte dei territori britannici oltremare e che includono Riserve Marine Protette già stabilite o in attesa di essere dichiarate tali –  sono fra le più remote nel pianeta. Nonostante ciò, non sono più immuni dal tipo di inquinamento tipico della costa industrializzata del Nord Atlantico, cosa che preannuncia gravi conseguenze, come rivela un nuovo studio.

“La plastica negli oceani non è unicamente sgradevole e minacciosa per la vita marina. Sta entrando nella catena alimentare marina, dalla quale molti umani sul pianeta dipendono,” dice David Barnes, un ecologo marino del British Antarctic Survey (BAS) che ha studiato la regione. “ Quanto più a lungo e tardi tralasceremo il problema delle plastiche, tanto più difficile e dispendioso sarà trattarlo. Dobbiamo far qualcosa velocemente, perché le plastiche in mare possono diffondere alcuni composti chimici abbastanza tossici, riducendo la capacità dell’ambiente di alimentarci, e diventando parte del cibo che vogliamo mangiare. È chiaro che non ignoreremmo mai la presenza di veleni sui vegetali che utilizziamo per nutrire gli animali dei nostri allevamenti, ma é quello che sta succedendo nei nostri mari.”

I territori Britannici oltremare, mostrati nella cartina, includono varie isole nel Sud Atlantico (da Wikipedia/Rob984).

 

La plastica é di molti tipi e proviene da molte fonti, incluso detriti trasportati da discariche, spazzatura lasciata da ignari frequentatori di spiagge, rifiuti di pescherecci o di navi da trasporto ed altre cianfrusaglie trasportate da tempeste severe e incidenti. Secondo Barnes, “Milioni di microplastiche possono formarsi dal degradarsi di un solo grande pezzo, come una busta di plastica”.

Il cambio climatico sta aggravando il problema, spiega Barnes. Gli animali e le piante, già provati dagli effetti delle plastiche, stanno diventando più vulnerabili ad altri fattori stressanti, come le acque più calde. Inoltre, alcune creature marine possono essere trasportate da pezzi di plastica e così flottare lontano da posti temperati verso posti più freddi, stabilendosi in questi ultimi ai quali non appartengono. “Le plastiche sono una casa flottante potenziale, così che animali di un luogo possono colonizzarle ed essere trasportati in un altro luogo dove diventano specie invasive stabilendosi, riproducendosi e diffondendosi” dice Barnes.

Inoltre la degradazione di tali plastiche produce gas effetto serra come metano ed etilene quando esposte alla luce solare, peggiorando il cambio climatico. “Il cambio climatico è legato alla plastica come minaccia alla biodiversità  — cioè alla vita sulla terra — in vari modi,” dice Barnes, primo autore dello studio apparso sulla rivista Current Biology.

Jamestown, St. Helena, vista dalla barca di ricerca di Barnes (foto D. Barnes).

 

I rifiuti plastici in acque oceaniche possono essere causa di numerosi pericoli per la vita marina, fra cui aggrovigliamento, avvelenamento e morte dovuta a ingestione. “L’ingestione di plastica che conduce a deficienze nutrizionali o inedia  – per esempio blocco dello stomaco – è parte del problema,” dice Barnes. “questo può essere peggiorato dal fatto che i rifiuti plastici in mare possono assorbire in maniera persistente inquinanti di natura organica –  veleni –  e concentrarli. La macroplastica può aggrovigliare, soffocare o affogare animali come tartarughe, balene e squali.”

Andy Schofield, un biologo presso la Royal Society for the Protection of Birds, e uno dei ricercatori del progetto, è d’accordo: “Queste isole e gli oceani attorno ad esse sono sentinelle della salute del nostro pianeta,” dice. “Spezza il cuore guardare albatri mangiare plastica migliaia di miglia lontano da tutto. È un grande campanello d’allarme. Il non agire mette in pericolo non solo uccelli minacciati di estinzione e gli squali balena, ma anche gli ecosistemi sui quali molti isolani si basano per l’approvvigionamento di cibo e la loro salute.”

S. Morley: Squali balena come questo sono in pericolo di estinzione dovuto all’inquinamento da plastica.

 

Lo studio é stato condotto durante quattro crociere effettuate dalla nave da ricerca BAS -RRS James Clark Ross tra il 2013 ed il 2018. Un gruppo di scienziati provenienti da dieci organizzazioni hanno campionato le acque ed il fondo del mare, mantenuto sotto controllo spiagge ed esaminato più di 2000 animali appartenenti a 26 specie diverse. Il lavoro fa parte di un programma il cui obiettivo è quello di aiutare piccole isole-nazioni nell’Atlantico a proteggere le proprie coste.

Secondo gli scienziati, la quantità di plastica che ha raggiunto queste regioni è cresciuta a tutti i livelli, dalla costa al fondo del mare. Più del 90 per cento dei detriti spiaggiati è costituito da plastica, e il volume di questi detriti è il più alto registrato nell’ultimo decennio.

Plastiche sulla costa di St. Helena (foto D. Barnes).

 

La maggiore concentrazione di plastica è sulle spiagge. “Nel 2018 abbiamo registrato più di 300 oggetti per metro di costa sulle Falkland orientali e l’isola di Santa Helena. Questa quantità supera di dieci volte quella registrata un decennio fa.” dice Barnes. “Capire la portata del problema è il primo passo che permette di aiutare il commercio, l’industria e la società per affrontare il problema.”

Inoltre, la posizione “ultraperiferica” (di queste zone) da fonti di plastica, costituisce una istantanea sullo “stato degli oceani’,” dice Barnes, spiegando che quello dei rifiuti di natura plastica è un problema globale che richiede sforzi concreti e di diverso tipo per risolverlo.

Vista di una delle spiagge dell’isola di St Helena dopo essere stata pulita (foto D. Barnes).

 

“Ci sono azioni che possono essere fatte a livello governativo, per esempio tassare i prodotti di plastica di uso singolo, o bandirne alcuni ed incentivare meglio il riuso e/o riciclaggio di altri,” dice ancora Barnes. “Ci sono molte cose che possiamo fare come individui, non solo mettere pressione affinché le cose cambino, ma essere anche più selettivi nel comprare prodotti con un packaging ridotto, pensare di più a come riciclare e raggiungere uno stoccaggio corretto.”

Barnes sottolinea che molte parti del mondo non hanno le risorse per raccogliere e smaltire la plastica. Quindi “le nazioni sviluppate dovrebbero aiutare di più in questo, ed è nel nostro interesse farlo”. “Esistono molte strategie per cercare di scovare, raccogliere e contrastare la plastica in mare, ma come mostra il nostro studio, il problema sta crescendo in misura più veloce che in altri tempi- e dobbiamo veramente trattare il problema in maniera più seria rispetto a quanto fatto finora.”

Marlene Cimons scrive per Nexus Media, una newsletter sindacale/ consorziata che tratta clima, energia, politica, arte e cultura.

Per saperne di più:

Environment Nature And Environment Plastic Pollution Conservation And Recycling James Clark Ross

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IN CENTOMILA ALLA MARCIA PER LA PACE PERUGIA-ASSISI 2018, MA NESSUN RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO

Articolo e fotografie di Donatella Albergo

Centomila partecipanti da ogni parte d’Italia, anche sotto gli scrosci di pioggia alla partenza. Un serpentone arcobaleno lungo 15 km, dozzine di associazioni cattoliche e laiche, sindacati di lavoratori, scuole di ogni ordine e grado, sindaci di tanti comuni italiani, 286 gonfaloni, accorato messaggio del Presidente della Repubblica, ma nessun rappresentante del governo o della maggioranza a ricordare gli articoli 10 e 11 della nostra Carta Costituzionale che riguardano il diritto d’asilo (art.10) e la ricerca della pace, anche favorendo “le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” (art. 11).

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” Recita il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, firmata a Parigi il 10 dicembre 1948 e promossa dalle Nazioni Unite perché avesse applicazione in tutti gli stati membri.

E perciò, una marcia per la pace e la dignità di ogni uomo, voluta per non fare carta straccia dei principi etico-sociali della Bill of Rights e dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, della Dichiarazione Universale di Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, dei “Quattordici punti” del presidente Wilson nel 1918, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, del Patto Internazionale sui diritti Civili e Politici adottati all’unanimità dall’ONU nel 1966, della Costituzione Europea del 2004, della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, entrata in vigore con il trattato di Lisbona l’1 dicembre 2009.

Dunque, oggi più che mai, adoperiamoci perché non siano cancellate le lunghe e faticose conquiste dei diritti umani universali, perché nel mondo ci sono risorse per tutti, se accuratamente usate e più equamente distribuite.

Don Luigi Ciotti di “Libera”, il padre comboniano Alex Zanotelli ed altri sacerdoti hanno concelebrato messa alle 7 del mattino in una basilica colorata di striscioni e bandiere di pace deposte ai piedi dell’altare. C’è chi ha lasciato le sue scarpe e il suo cammino, chi la sua sciarpetta, chi poche righe su un foglio improvvisato, sorpreso dalla richiesta così singolare di padre Alex a deporre qualcosa. Sul transetto, un grande striscione con la scritta “sangue nostrum” faceva rabbrividire. Nell’omelia di padre Alex, oltre all’accorato appello alla pace, c’erano la preghiera e l’esortazione a difendere e a rispettare la terra e le sue risorse, a cominciare dall’acqua. Bene di tutti, bene prezioso, come la pace che abbiamo il dovere di costruire e difendere. Ed acqua era distribuita lungo i 24 km del percorso, ma acqua in autobotti con numerosi rubinetti, da cui si poteva attingere senza consegnare centinaia di migliaia di bottigliette di plastica. Il pianeta ringrazia.

Abbiamo visto padre Zanotelli marciare a lungo con noi, dietro striscioni, offrendosi sorridente e infaticabile, a selfie e interviste, a telecamere e parole bisbigliate all’orecchio… Marciavano rappresentanti di Libera ed Amnesty International, Cgil Cisl e Uil, Banca Popolare Etica, Fnsi, Francescani del Sacro Convento di Assisi, il Coordinamento degli enti locali per la pace. In testa al corteo, una grande bussola, con i punti cardinali di Libertà, Dignità, Uguaglianza, Diritti, poi uno striscione arcobaleno lungo decine di metri e una grande bandiera dell’Unione Europea. Lungo l’armoniosa campagna umbra, addolcita e lucidata dai colori e dalla pioggia dell’autunno, marciava gente comune, giovani, ma anche meno giovani con i capelli bianchi, genitori e insegnanti delle elementari, perché il seme sia gettato presto e dia buon frutto. Genitori e maestri che insegnano con l’esempio e non solo con le parole. Poi, all’arrivo, un sole caldo e un cielo pulito hanno illuminato Assisi e la Basilica. Mantelle e ombrelli ormai asciutti sono stati riposti nello zaino, la fatica cancellata, rimaneva solo l’orgoglio di esserci e di aver fatto la cosa giusta.

In apertura, è stato letto il messaggio del Presidente che ha esortato a “non retrocedere per nessuna ragione sui diritti della persona” e ad essere “testimoni di speranza”. Ci auguriamo, per difendere la nostra dignità e umanità, prima che quella degli altri più sfortunati di noi, che il Presidente vegli, come suo preciso compito istituzionale, sul rispetto dei sacrosanti principi da lui stesso ricordati.

Il manifesto finale della giornata è stato un invito all’accoglienza e a “non lasciare nessuno solo”. “Diciamo basta all’individualismo e alla competizione che ci impediscono di rispondere ai bisogni fondamentali delle persone – hanno sottolineato i promotori – Prendiamoci cura di tutti, senza distinzioni, a cominciare dai più vulnerabili”. E ancora: “Rimettiamo al centro della nostra comunità, della nostra società le persone, tutte le persone, la loro dignità e i loro diritti umani fondamentali. Costruiamo un argine alla violenza diffusa, al razzismo, alle discriminazioni, al bullismo, alle parole dell’odio…”

Abbiamo il dovere, morale e costituzionale, di accogliere e integrare chi scappa dalle guerre e dalla fame perché si muore (e peggio) anche di fame. E di bombe, di quelle bombe che noi stessi vendiamo per l’arricchimento di pochi e la morte e la sofferenza di milioni di esseri umani senza voce e senza scampo. A questa gente si vorrebbero chiudere porti e aeroporti, alzare muri e srotolare filo spinato, rispedire in lager e condannarli a morte una seconda volta, dimenticando che insieme avremo condannato a morte la nostra dignità e umanità. Non possiamo privare anche della speranza chi non ha nulla e che per puro caso è nato dall’altra parte del Mediterraneo o dalla parte sbagliata del mondo. Non perdiamo la nostra umanità e dignità prima ancora delle loro, anzi lottiamo perché non ce le rubino.

Per questo domenica eravamo ad Assisi, la terra di Francesco, la terra di santità e di pace.

 

 

 

 

 

 

 

Bari non dimentica

Articolo di Antonio Garofalo

 

La Storia non dimentica.

La Costituzione è il frutto dell’antifascismo, come la pace, laicamente intesa, è la forma più alta di ripudio di ogni specie di violenza.

L’antifascismo è anche Resistenza, vale a dire difesa e salvaguardia della libertà, contro ogni tipo di oppressione o di (spietato) oppressore.

Bari ha questo valore, sì quello dell’antifascismo, ben inciso, in alcune date emblematiche: 28 luglio 1943; 9 settembre 1943; 2 dicembre 1943.

Giornate che costituiscono “monumenti”, scolpiti in modo indelebile nella memoria e nello spirito cittadino.

Il 28 luglio 1943, data nota come l’eccidio di via Nicolò dell’Arca, compiuto da militanti fascisti, contro una manifestazione pacifica di studenti.

Con la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, in Bari si sparse la voce dell’imminente liberazione dei detenuti politici del regime. Così, gli antifascisti locali, circa duecento persone, la maggior dei quali studenti ed insegnanti, formarono un corteo per reclamare la liberazione dei prigionieri politici, tra cui Tommaso Fiore.

Dopo aver percorso alcune strade raggiunsero il palazzo della federazione fascista di Bari, in via Nicolò dell’Arca appunto, che era protetto da uno schieramento di soldati, in funzione di ordine pubblico. Tra i militari a presidio c’era anche la milizia fascista, (MVSN: Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale), che non era stata disarmata ed era incorporata nell’esercito regio.

Il corteo giunto davanti alla sede della Federazione Fascista di Bari avviò una trattativa per la rimozione dei simboli del regime, ma improvvisamente fu oggetto di fuoco da parte dei militari, oltreché dalle finestre della federazione fascista. A terra rimasero 20 morti e 38 feriti, che non vennero soccorsi tempestivamente per l’atteggiamento dei militari. Molti dei feriti furono arrestati e portati in carcere senza ricevere cure.

Il 9 settembre 1943, esattamente all’indomani dell’armistizio, è una “giornata che ha cambiato la storia della città”, così come viene ricordata e descritta.

Donne, uomini e ragazzini scesi in strada per affrontare, in maniera del tutto improvvisata, l’attacco dei reparti tedeschi.

Al fianco degli uomini del generale Bellomo, è un ragazzo di 15 anni, Michele Romito, a distruggere con il lancio di due bombe a mano, il primo camion della colonna tedesca, bloccando di fatto i mezzi che lo seguivano e salvando il porto, che rappresentava una base logistica strategica per gli esiti del conflitto ancora in corso.

Il 2 dicembre 1943, nota come la data del bombardamento di Bari. Quest’ultimo fu un’azione d’attacco aereo tedesco contro una nave alleata attraccata nel porto di Bari. La città era occupata dalle forze britanniche, già dall’11 settembre 1943.

La sera del 2 dicembre 1943, i tedeschi bombardarono le navi da trasporto ancorate alla fonda del porto; l’attacco causò grosse perdite per gli alleati. Lo scopo dell’attacco aereo era quello di rendere inagibile il porto, nel quale affluiva la maggior parte dei rifornimenti per le truppe dell’8ª Armata britannica e per le basi aeree alleate nell’aerea di Foggia. Durante l’attacco venne colpita una nave statunitense che trasportava un’importante carico di bombe all’iprite, dalla quale fuoriuscirono per alcuni giorni, una grande quantità di sostanze tossiche che contaminarono le acque del porto, i militari e i civili nella zona, molti dei quali morirono.

La Storia della nostra città, non dimentica.

Sviluppo e Riqualificazione: il “Libertà” come risorsa culturale

Articolo e foto di Antonio Garofalo

 

Il quartiere Libertà sotto i riflettori da sempre, oggi si prende la scena smuovendo la politica e non solo quella del proscenio di una grande città come Bari, ma anche quella nazionale.

Infatti, con una lettera – petizione all’attuale ministro dell’interno nonché vicepresidente del Governo – con cui si sono raccolte tremila firme, a detta di chi l’ha promossa, si chiede a Matteo Salvini, di “liberare il quartiere dall’invasione degli irregolari”.

Come se la questione “sicurezza e legalità”, fortemente precaria e di degrado in tale parte della città, fosse una questione dovuta alla cospicua presenza di immigrati.

Una correlazione per niente convincente, mossa solo da pura propaganda politica, per chi stasera ha riunito forze associative, cittadine e istituzionali nel cuore del Libertà, ossia a piazza Risorgimento, una delle più belle di questo quartiere.

E non è un caso che tale risposta di “difesa civica” sia nata e stata promossa da un sindacato, la CGIL, che ha coniugato con tale iniziativa non solo la questione lavoro, il problema dei problemi, origine di tutti i mali, ma vari altri temi che, all’interno del nostro quartiere, dovrebbero essere apertamente e concretamente perseguiti: libertà, uguaglianza, pace e giustizia.

Queste le parole più sentite nei vari interventi che hanno riempito di contenuti il titolo della locandina di tale manifestazione, vale a dire: “Il quartiere Libertà tra sviluppo e riqualificazione”.

Sono intervenute: Anpi, Arci, Libera, Rete della conoscenza, Act, Camera di Commercio, Parrocchia Redentore, Convochiamoci per Bari, Confesercenti ed hanno partecipato assessori del Comune di Bari, il vicesindaco Pierluigi Introna e il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano.

La testimonianza prima e più significativa l’hanno data soprattutto coloro, in tanti ormai, che vogliono far passare per protagonisti negativi gli immigrati.

In questa piazza, dove i quartieri Murat e Libertà s’incontrano, legandosi indissolubilmente a due arterie cittadine, Via Putignani e Via Manzoni, si sono susseguiti rappresentanti di varie comunità che a Bari si sentono a “casa”. Qui sono giunti anni fa ed hanno trovato accoglienza, provenendo dal Senegal, dal Mali, dall’Albania e da tante altre terre, più o meno lontane, alcune citate altre no, che hanno rivendicato a chiare lettere come dalla pace e dall’armonia e da esperienze di lavoro, di relazione, possa nascere una vera umanità, segnale di autentica solidarietà tra le persone, anche di culture completamente diverse e lontane.

Ogni associazione poi, attraverso delegati e referenti, ha espresso il suo punto di vista, la sua proposta per la situazione e lo stato di degrado incontrovertibile che si “respira” in tale luogo cittadino.

Qualcuno ha preso come spunto la lettera–petizione che ha scosso il senso civico di tanti cittadini, per dire chiaramente agli sciacalli che tentano di usare il tema dell’odio verso i migranti, come propaganda politica, che “i veri irregolari sono i mafiosi, di qualsiasi nazionalità” – come ha affermato Gigia Bucci della CGIL.

Le ha fatto eco don Francesco Preite dell’Associazione Redentore, il quale ha detto che “Dio non può essere, in una situazione di calzante odio, di accuse ingiuste all’ultimo arrivato. Dio è dalla parte degli ultimi, dei più deboli, di chi senza ombra di dubbio ha bisogno di vicinanza e aiuto”. Sempre da parte sua la proposta, che è stata anche un appello, affinché “aumentino i presidi di legalità e s’investa sulla formazione professionale e sulle povertà”.

Il presidente dell’ANPI Prof. Martino ha detto che in questo momento bisogna “affrontare la sfida che viene lanciata”. Sicuramente non è con l’indifferenza o non parlandone che si risolvono i problemi della città, che sono poi gli stessi dell’intera nazione. “Affrontiamo il dialogo, il confronto ma anche la sfida, se ciò può metterci nella condizione di costruire e non distruggere”.

Ha preso poi la parola il Prof. Colaianni, dell’Associazione “Giustizia per il Libertà” che da anni, insieme ad altri cittadini, si batte per evitare lo spostamento degli uffici giudiziari, il Tribunale e la Corte d’Appello, da Piazza De Nicola ad una zona periferica della città, nei pressi dello Stadio San Nicola. Ciò deprimerebbe ancor più un quartiere che è stato sede di una grande fabbrica, come la manifattura e Tabacchi, di ben sei cinema e di un centro sportivo come l’ex GIL. Insomma, la storia di tale quartiere è sempre stata accompagnata da strutture e infrastrutture che l’hanno valorizzato e reso sicuramente più vitale di come non lo sia ora. Fatta di “luoghi emblematici” e non di “spazi”. Sarebbe un grosso errore “perdere il Palazzo della Giustizia”, ha detto ai rappresentanti della Giunta Comunale presenti.

L’odio verso i migranti – è stato sottolineato – sposta l’attenzione dai temi veri di disagio del quartiere, a partire dall’assenza del lavoro per i giovani, alla violenza con cui la crisi economica si è abbattuta soprattutto sulle periferie. Proposta a tale riguardo: “l’attivazione di un tavolo permanente di programmazione che tenga insieme politiche educative, sociali e formazione, accanto a progetti di riqualificazione urbana”.

Tra le denunce, quella di un giovane studente, il quale strenuamente ha affermato che “la colpa di tale stato di cose è stata della politica, di una parte della sinistra di governo, compresa quella del governatore Emiliano (lì presente), che ha contribuito a far crescere e riemergere i fascismi e la destra”.

La piazza non era gremitissima, lo si è notato e negli interventi lo si è fatto notare .

L’avv. Michele Laforgia per “Giusta Causa”, ha affermato a tale riguardo che già il fatto di esserci costituisce un fattore positivo, perché incoraggia e testimonia, in modo dignitoso, il proprio disappunto ovvero la propria ben individuabile presenza. Ha aggiunto poi che quella per il Libertà è una battaglia per l’intera città. “Dobbiamo dare una risposta, iniziando a ripensare e riprogrammare il futuro di questo quartiere, perché se non c’è futuro qui, non c’è futuro per la città, per la Regione, per il Paese”.

E infine l’intervento di Emiliano: “bisogna intervenire con la strategia che abbiamo sempre avuto in questa città: alle forze dell’ordine il compito di arrestare chi commette reati, al Comune, alla Regione, all’antimafia sociale, quello di lavorare sul sostegno alle fasce deboli e sulla riqualificazione delle periferie”. E’ stato proprio il governatore il quale, va detto, non solo applaudiva agli interventi “critici” nei suoi confronti, ma ha anche ammesso i suoi errori, a ricordare che in questa piazza ha iniziato la propria campagna elettorale, oltre dieci anni fa. Perché questa piazza chiamata “Risorgimento” e il quartiere chiamato “Libertà” potessero essergli di buon auspicio, come poi è stato.

Due parole effettivamente che questa sera potrebbero servire, non poco.

Una comunità come la nostra oggi più che mai ha bisogno non solo di far crescere la partecipazione, come quella che si è realizzata questa sera, ma anche e soprattutto della Storia del passato (con la S maiuscola, appunto), per vivere il presente, quel tanto che conta per “aprirsi un futuro ”.

BARI IN PREGHIERA CON IL PAPA PER LA PACE IN MEDIO ORIENTE

Articolo di Donatella Albergo
fotografie tratte dal web

Il Papa oggi a Bari per l’incontro con 22 Patriarchi del Medio Oriente, testimoni di chiese martoriate da gravi tensioni e guerre.

E’ l’indifferenza ad uccidere in Medio Oriente. L’indifferenza uccide e calpesta i popoli”. Sono state le parole forti del papa, che secondo il suo stile parla diretto ai cuori e alle teste, senza temere di ammonire anche i potenti della terra, in giorni in cui è facile, invece, farsi forti con i deboli. “I popoli sono oggi calpestati da chi è in cerca di ricchezza e di potere, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti”, è stato un altro passaggio chiave del Pontefice, in questa giornata di preghiera, mentre il maestrale giocava con la sua mantella. Francesco ha voluto anche toccare un nervo scoperto nel dialogo attuale in Terra Santa: Gerusalemme, “città unica e sacra”. “Lo status quo di Gerusalemme esige di essere rispettato”, è stato il monito del Pontefice.

Una Bari festosa lo ha accolto sul Lungomare tirato a lucido dal Comune e dall’aria tersa della maestralata. Migliaia di cappellini bianchi agitati per salutare l’illustre ospite, occhi lucidi e commozione sui volti, mani giunte in preghiera per la pace e la pace nel martoriato Medio Oriente, Baresi e non, tutti stretti intorno a Francesco.

La sua visita è cominciata stamattina nella cripta della Basilica di San Nicola, santo particolarmente amato dal mondo ortodosso. Il Pontefice ha acceso la lampada bifiamma a forma di barca su cui ci sono le due coppe che rappresentano la chiesa d’Oriente e quella d’Occidente che ardono insieme. Dopo la preghiera e il momento di raccoglimento, inginocchiato davanti alle reliquie di San Nicola, il Pontefice ed i Patriarchi sono saliti su un pulmino scoperto che li ha portati sulla grande rotonda del Lungomare dove si è svolta la preghiera ecumenica per la pace e la cerimonia. Accanto a Francesco il Patriarca Bartolomeo. In tutto 22 Patriarchi Orientali e il capo della chiesa d’Occidente, in preghiera per la pace.

“ E’ stato un evento storico, non accadeva da centinaia di anni che tutti questi uomini di chiesa si riunissero intorno ad un altare per una preghiera comune, dopo le divisioni del passato”, sono state le parole del presidente della Regione, Michele Emiliano. E la sede non poteva che essere Bari, “Porta d’Oriente”, ponte verso il Levante, nella terra che per prima vede l’alba in Italia.

 

 

 

UN ALTRO SUCCESSO PER L’ASSOCIAZIONE “INSIEME PER UN TRAGUARDO”

INAUGURATO LO SPORTELLO DI CONSULENZA ALLE FAMIGLIE PER IL SUPPORTO AL DISAGIO NEUROPSICHIATRICO E ALLA DISABILITA’

articolo e foto di Donatella Albergo

 

È stato appena inaugurato presso la scuola secondaria ad indirizzo musicale “Montello” uno sportello di consulenza alle famiglie che devono convivere con un disagio neuropsichiatrico, soprattutto pediatrico, o con un problema di disabilità in genere. Il risultato è stato raggiunto grazie alla determinazione dell’Associazione “Insieme per un Traguardo” e del suo Presidente, Marino Cosmo Damiano, con la sinergia delle Istituzioni Comunali e Scolastiche. In questo caso, i tre soggetti hanno lavorato perché l’integrazione scuola-territorio-istituzioni-cittadini centrassero l’obiettivo di essere più vicini ai bisogni delle famiglie che devono gestire il disagio.

L’associazione “Insieme per un Traguardo” si occupa della disabilità in genere, sia degli adulti che dei minori, e lavora tra l’altro per una distribuzione sempre più capillare delle strutture pubbliche per disabili, per il rispetto dei loro diritti attraverso l’assistenza legale dell’Avv. Fabrizio Santorsola e per l’abbattimento delle barriere architettoniche.

Presenti all’inaugurazione con uno splendido sole estivo, il Consigliere Comunale Vito Lacoppola, l’Assessore alla Pubblica Istruzione Paola Romano, il Presidente dell’Associazione “Insieme per un Traguardo” Marino Cosmo Damiano e i componenti del Consiglio Direttivo, la Dirigente Scolastica Alba De Cataldo e le famiglie. Ha allietato l’evento la pluripremiata e applauditissima Fanfara dell’I.C. “Massari-Galilei”, guidata dal Prof. Rocco Caponio.

Ha fatto gli onori di casa la Dirigente Scolastica, Prof. Alba De Cataldo che nel suo intervento ha voluto sottolineare che la sinergia con il territorio e le istituzioni comunali è un elemento fondante del Patto Formativo del suo Istituto ed è per questo che la scuola può rispondere più efficacemente alle esigenze degli alunni e delle loro famiglie.

Il Consigliere Comunale, Dott. Vito Lacoppola, ha assicurato tutta la disponibilità sua e del Consiglio Comunale perché questo Sportello di Consulenza oggi inaugurato sia il punto di partenza per una distribuzione sempre più capillare di strutture polifunzionali per le patologie neuropsichiatriche, infantili e non. D’altra parte il Dott. Lacoppola si è dimostrato sempre collaborativo con le Associazioni in genere e con “Insieme per un Targuardo” in particolare.

Il concetto-chiave della Dott.ssa Paola Romano è stato “alleanza”, alleanza fra scuola, comune, cittadini, impegnandosi per azioni di sostegno alla scuola e all’associazionismo che gioca un ruolo primario in progetti miranti al miglioramento della qualità della vita, specialmente in situazioni di fragilità.

Ha concluso l’evento il Sig. Marino Cosmo Damiano, raggiante per il traguardo raggiunto. Un’altra conquista dell’Associazione da lui presieduta, dopo l’apertura di una struttura per la neuropsichiatria infantile, presso il padiglione Asclepio del Policlinico di Bari, e di un Poliambulatorio presso il nuovo ospedale di Triggiano. Inoltre è imminente l’inaugurazione del “Centro Colli” e la richiesta di un altro centro per i quartieri Libertà-Murat-S. Nicola, sempre per la neuropsichiatria infantile e non. Davvero complimenti e… ad maiora!

L’evento si è concluso con le note della Fanfara della Scuola Musicale, che ha accompagnato i vari momenti, coinvolgendo ospiti, pubblico e organizzatori.

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