La Costituzione Italiana – Art. 1

A cura di Paola Lacasella                                               

Articolo 1

« L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. »

 

La Repubblica Italiana assume come escatologia, ovvero come suo fine ultimo, il lavoro perché solo e  soltanto il lavoro può conferire dignità all’individuo, agli uomini ed alle donne destinatari di tale finalità. E sono i cittadini, il popolo tutto, infatti, i soggetti titolari del potere supremo, ovvero di quella sovranità che l’Articolo 1 mette in luce. Il concetto di sovranità è universale e senza limiti. Nella somma espressione: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” vien trasmesso, a gran voce, come la sovranità appartenga e resti al popolo, nel momento in cui quest’ultimo delega l’esercizio dei suoi poteri alle istituzioni, che così si elevano a rappresentanti della sovranità popolare. Il primo capoverso dell’Articolo 1 esprime, molto chiaramente, il principio della divisione dei poteri. La nostra Costituzione non accetta la sovranità delle istituzioni. Il popolo, dunque, nel conferire i suoi poteri alle istituzioni esercita la sua sovranità, una sovranità che, sia chiaro, non è donata alle istituzioni: parlamento, governo, magistratura restano, sempre e comunque, rappresentanti, non divengono sovrani. Quel che il popolo delega sono i suoi poteri.

Ecco, qui di seguito, le principali istituzioni:

  • Presiedente della Repubblica;
  • Parlamento;
  • Governo;
  • Magistratura;
  • Corte Costituzionale;

 

 

La Corte Costituzionale partecipa al potere, al contrario della magistratura. Difatti, essa ha una

funzione di controllo sulle leggi e sul rispetto dei limiti da parte delle istituzioni nell’esercitazione

dei poteri. In più essa attribuisce i vari poteri alle varie istituzioni, grazie all’istituto di risoluzione

dei conflitti di attribuzione.

Ringraziamo un nostro lettore che ha realizzato questo video e ci ha regalato la possibilità di osservare le trasformazioni che, nel tempo, ha subito la Parrocchia del Redentore a Bari e la zona circostante.

Buona visione!

 

Per il collegamento diretto a youtube clicca qui:
http://youtu.be/LHIieGh9DWA

 

C’ERA UNA VOLTA DAMASCO

Articolo a cura di Carla Lucia Leone                   

 

L’attesa del paventato attacco alla Siria stordisce come il sibilo assordante che segue l’esplosione di una bomba. Un silenzio affollato di immagini. Alcune sono vive e si muovono nella polvere, nel caos, nella distruzione. Altre sono passate e riportano i ricordi prima del sibilo, prima del silenzio, fino a prima del botto.

Così riaffiorano i mesi che ho vissuto a Damasco. Mentre in tivù passano le immagini della guerra civile e mentre il Presidente Obama annuncia che la “linea rossa” è stata oltrepassata, io ripenso alla Siria che ho conosciuto due anni fa. Alla Damasco che c’era una volta e che adesso non c’è più.

C’era una volta Damasco. La città cantata nelle “Mille e una Notte” con l’appellativo di ‘profumata’ per l’odore di spezie e di gelsomini. Mentre un anno fa percorrevo Qaimaryeh, una delle vie turistiche della città vecchia di Damasco, il muezzin chiamava i fedeli alla preghiera della sera. La corrente era saltata da poco e non si sapeva quando sarebbe tornata. Al buio, nella profumata Damasco, i muezzin cantano ancora, tutti i giorni, cinque volte al giorno, seguendo la luna. Scandiscono il tempo e lo raccontano come fanno il sole, le stelle e le stagioni. Allah hu akbar allah hu akbar. Il muezzin avverte che è sera. Stavolta, il pensiero del tempo che passa non è familiare. È malinconico, angosciante. Mentre mi avviavo verso casa, il ragazzo del negozio di profumi accendeva una candela: fa un po’ di luce e brucia un piattino che contiene qualche goccia di profumo di yasmin, gelsomino, spargendone l’essenza. Fa segno di avvicinarmi.

“Sai perché in Siria si sente per tutto l’anno profumo di yasmin?” chiede “Perché il profumo non nasce dal fiore, ma dall’incontro della luce della luna che ogni notte tocca le foglie dei gelsomini”.

La speranza del popolo siriano è come il profumo dei gelsomini. Non si spegne in inverno e non fiorisce in primavera. Il popolo siriano ha molto da insegnarci sulla speranza. Usati come le pedine di un risiko spietato, i siriani sono stretti in una tenaglia tra la dittatura crudele e il mostro dell’imperialismo che si ripropone in una forma più infame. Una volta una studentessa di Damasco mi ha detto: “Mi sento come una pedina in una grande scacchiera: se mi muovo in avanti vengo mangiata dal cavallo, se mi sposto di lato, mi mangia l’alfiere. Ma è il mio turno e devo fare la mia mossa. Mi stanno rubando quello che io intendevo quando avevo creduto ai miei coetanei tunisini ed egiziani. Mi stanno rubando il potere di pensare, di parlare, di decidere. Il mio futuro. La mia rivoluzione.  Mi stanno rubando il momento in cui anche io avevo provato a urlare hurrya w dimukratya”. Libertà e democrazia.

 

MARZO 2011. LA PRIMAVERA SIRIANA

Era Marzo del 2011 quando a Daraa l’arresto di 15 bambini che scrivevano gli slogan delle primavere arabe sui muri della loro scuola segnò l’inizio di quella che i media di tutto il mondo si affrettarono a chiamare Primavera Siriana. Era bizzarro vedere come tutto il mondo gridasse alla guerra civile in Siria quando per noi che eravamo là tutto procedeva tranquillo. Benchè a Daraa così come a Homs e in alcune zone a nord del paese arrivassero le prime voci confuse di alcuni scontri, Damasco sembrava immune da ogni rivolta. Quando a Daraa scoppiarono i primi tumulti, io abitavo a Damasco da circa un mese e avevo una gran voglia di ascoltare cori come quelli di piazza Tahrir e di unirmi ai cortei che chiedevano libertà. Avevo una gran voglia di vedere finalmente la “primavera araba” che tanto mi aveva commossa. Ma per quanto la mia presunzione occidentale fosse ben radicata nei miei valori e nel mio modo di intendere la politica e la società, ci volle poco per capire che la scintilla di Daraa aveva acceso un fuoco ambiguo e confuso. Ancora più ambiguo e ancora più confuso di quello acceso in Tunisia, Libia ed Egitto.

Innanzitutto, i media mentivano. Il 29 aprile 2011 Al Jazeera mostrava le immagini di uno dei primi “venerdì della collera”. In una giornata di sole, i manifestanti marciavano, cantavano, urlavano. E’ facile affezionarsi a quelle scene. E’ facile a meno che non sappiate che quel venerdì della collera non è mai esistito perché quel giorno, eccezionalmente, grandinava[1]. Il 7 luglio 2011 Repubblica scriveva che “più di mezzo milione di persone sono sfilate per le vie di Hama e tra 450 mila e 550 mila a Deir Ezzor” [2]. Bizzarro, se consideriamo che gli abitanti di Deir Ezzor sono in tutto  263 mila e ad Hama 495 mila[3]. Non occorreva un fine intuito politico per capire che qualcuno stava soffiando sul fuoco di quei primi malcontenti.

Le prime voci di contestazione chiedevano principalmente l’abrogazione dell’articolo ottavo della Costituzione siriana. Questa era stata approvata nel 1973, dopo la guerra d’Ottobre contro Israele durante la quale Damasco aveva riconquistato parte dei territori nelle alture del Golan occupati nel 1967 da Tel Aviv con la disastrosa Guerra dei Sei Giorni. Da allora i due paesi erano rimasti formalmente in guerra. L’articolo 8 dunque, in virtù dello status di emergenza dovuto alla guerra con Israele, assegnava al partito di Bashar Al Assad, il Baath, il ruolo di partito dirigente e al presidente poteri eccezionali. Dopo gli scossoni di Daraa, il presidente Assad intervenne il 30 luglio del 2011 in un discorso alla nazione. Le lezioni all’università furono interrotte per ritrovarci tutti nell’atrio a seguire il Presidente sullo schermo di una vecchia e grossa tv posta più in alto. Assad ordinava l’istituzione di una commissione d’inchiesta per indagare sulle morti di Daraa, annunciava l’abrogazione dello status di emergenza e la riforma della Costituzione. L’Occidente, tanto affezionato al dialogo ed ai valori della democrazia, lasciò che l’annuncio passasse inosservato. Nel frattempo arrivavano le sanzioni internazionali, le minoranze religiose rivendicavano il potere e si combattevano le une contro le altre, l’esercito sparava sui ribelli e i ribelli, anche loro  armati, sparavano sull’esercito. Mentre Bashar apriva alle riforme, Al Jazeera, Al Arabyya, la BBC, la CNN, l’ONU, l’Unione Europea e la Lega Araba non ascoltavano. E la rivoluzione, che era cominciata solo in tv, si trasformava in guerra civile.

Durante la primavera del 2011 molte furono le manifestazioni di sostegno al regime. I damasceni sembravano più terrorizzati da un intervento della Nato, come stava succedendo in Libia, che dalla repressione del loro regime poliziesco. Una piazza è facile da riempire, ma quando Damasco sventolava le bandiere rosso-bianco-nere lo faceva per tutta la città. Dalle macchine, dai motorini, dalle vetrine dei negozi, “Allah, Suryeh, Bashar w bas!” cantavano, “Allah, Siria, Bashar e basta!”.  Una festa che sembrava quella esplosa nelle città italiane dopo i mondiali di calcio del 2006. Mentre la Nato bombardava la Libia, i damasceni scendevano in piazza perché non toccasse anche a loro quella stessa sorte.

 

AL MEDINEH AL ‘ADIMEH. LA CITTA’ VECCHIA DI DAMASCO

La Moschea degli Omayyadi si erge nel cuore della città vecchia. È il simbolo dell’intreccio di religioni che costituisce la storia della Siria. Al suo interno, i cristiani venerano i presunti resti di Giovanni Battista, che i musulmani riconoscono con il nome di Yahia. Non solo i cristiani, ma anche gli ebrei hanno il loro posto nella società siriana. Sebbene la loro presenza sia diminuita ad appena poche centinaia, conservano un posto rilevante nella vita economica del paese. Basti pensare che il fornitore di carne dei ristoranti più chic di Damasco e degli hotel più lussuosi, dallo Sheraton allo Cham Palace Hotel, è un ebreo.  Un tempo nella zona di Bab Sharqy, la Porta Orientale, della città vecchia di Damasco sorgeva il quartiere ebraico. Il visitatore più attento può ancora scorgere qualche piccola stella di David su alcune pareti. E non c’è da stupirsi. Del resto l’antisemitismo è un’invenzione tutta occidentale, un seme velenoso che l’Europa ha piantato nel Medio Oriente.

In Siria ci sono proprio tutti: i cristiani ortodossi, gli armeni ortodossi, i cristiani cattolici, i siriani ortodossi, i siriani cattolici, gli armeni cattolici, i maroniti, i protestanti, i nestoriani, i caldei. I cristiani, nelle loro varie confessioni, rappresentano circa il 14,5%. E poi ci sono i musulmani: 69% di sunniti, 12% di alawiti, 3% di drusi, 1,5% di ismaeliti[4].

La laicità, all’interno di un paese come la Siria dove le minoranze religiose sono numerosissime, è essenziale per il mantenimento della pace e dell’equilibrio. La libertà religiosa è un diritto garantito dagli Assad. In quanto minoranza, gli alawiti necessitano della pace tra le religioni per la propria sopravvivenza al potere. La conquista di questo equilibrio non è dunque solo il risultato di una macchina oppressiva. La Siria Baathista è una daula al amniyya, uno stato di polizia, nel quale l’ordine e la sicurezza interna sono garantiti dalle forze di polizia e dai servizi segreti. Si calcola che ci sia un membro dei servizi segreti ogni 153 siriani. Tant’è vero che in Siria  si usa dire che “non c’è bisogno della polizia per le strade quando c’è un poliziotto in ognuno di noi”. Fu proprio Assad padre a creare il corpo di polizia segreta che ancora oggi fa tremare le ginocchia a giornalisti, attivisti, oppositori e alla gente comune: i Mukhabarat.

La legittimità degli Assad si fonda non solo sulla sicurezza interna, ma anche su un’antica retorica Panaraba e Anti-americana. La leadeship siriana non ha mai usato mezzi termini: allo scoppio della guerra in Iraq, ad esempio, il più volte ministro degli esteri siriano Faruq As Shar’a, definì l’amministrazione Bush come il governo più “violento e stupido” che gli Usa avessero mai avuto. Queste posizioni sono difficili da mantenere agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Il panarabismo, l’antisionismo e le posizioni anti-americane sono spesso associate al terrorismo e le convinte posizioni della Siria su questi temi giustificano l’inserimento del paese tra gli “stati canaglia”. Ma il pilastro essenziale della legittimità degli Assad resta il fronte della tolleranza delle minoranze confessionali. Quando Bashar ha tremato, l’incantesimo della tolleranza si è spezzato. Ed è scoppiata la guerra.

Ad ogni modo, un’interpretazione del conflitto siriano basata solo sullo scontro etnico-religioso è incompleta e fuorviante. Le lotte intestine hanno radici storiche ed economiche che riflettono l’importanza dei poteri informali in un paese dalle molte anime come la Siria.

Durante gli anni del mandato francese (1920-46), le autorità parigine concessero un graduale inserimento di alcune frange sunnite, nonché di alcune minoranze confessionali tra cui gli alawiti,  nelle gerarchie dell’esercito. Queste andarono poi a costituire la struttura militare della Siria libera.

Con la fine del mandato e la dichiarazione di indipendenza nel 1946 si fecero strada partiti di massa dal profilo laicista come il Baath, il Partito Comunista Siriano, il Partito Nazional-Socialista, e altri partiti d’ispirazione nasseriana.  Iniziava così lo smacco delle minoranze confessionali che abitavano le zone rurali del paese a discapito delle vecchie élites dell’era coloniale. Nel 1963 salì al potere il Baath, la cui leadership era costituita da ufficiali e membri della gerarchia militare. Il nuovo regime attuò una serie di riforme su modello dello stalinismo sovietico. E’ opportuno ricordare innanzitutto la riforma agraria che danneggiò fortemente i grandi proprietari terrieri di Hama, città roccaforte del sunnismo e dei Fratelli Musulmani e sede del terribile massacro di questi ultimi nel 1982 ad opera di Hafez Al Assad, padre di Bashar. Altra significativa riforma fu la nazionalizzazione delle compagnie dei traffici portuali di Latakia, un’operazione che penalizzò i gruppi sunniti e cristiani che ne detenevano il monopolio.

Negli anni Settanta durante la presidenza di Hafez Al Assad, il panorama demografico siriano cambiò radicalmente. Si verificò un fenomeno comunemente chiamato “la discesa dalle montagne”, riferendosi sommariamente all’emancipazione della comunità alawita che dalle zone montuose nelle quali abitava scendeva verso i maggiori centri urbani. Le antiche élites che prima abitavano le zone di maggior benessere del paese si spostavano nei sobborghi, mentre nei centri di Damasco e di Aleppo si stabilivano le famiglie legate alla leadership baathista, gli ufficiali, i servizi di sicurezza e tutte le famiglie emancipate dall’ascesa degli Assad.

Il risentimento generato nei sobborghi di Damasco e di Aleppo, nonché nelle zone rurali del paese ha dunque una storia ben più lunga delle primavere arabe.  L’illusione di libertà è stato un alibi perfetto per attaccare il potere di Damasco, un potere che fa gola dentro e fuori i confini.

Già alle soglie dell’estate del 2011 gli effetti delle sanzioni indette dalle Nazioni Unite cominciavano ad esasperare la popolazione. Perfino i quartieri più chic di Damasco rimanevano al buio, senza corrente elettrica per ore. Case, scuole, ospedali al buio. Mancava anche il gas da cucina. Si facevano lunghe code per acquistare una bombola, code lunghe ed isteriche. Poi sempre più brevi e rassegnate. Col passare dei mesi, il cibo cotto diventava per molte famiglie un lusso di cui poter fare a meno.

Damasco era bella anche al buio. Al buio profumava ancora di più. Ricordo una breve storia che leggemmo all’università per imparare le stagioni. Raccontava dell’arrivo di uno studente di arabo, delle sere d’estate quando tutti stavano in piedi fino a tardi, delle gite in campagna durante la primavera, delle caffetterie del centro affollate di gente in autunno, della neve d’inverno che ogni anno sembra giungere inaspettata, dei gelsomini fioriti di nuovo e del ritorno a casa all’alba di una nuova estate. Prossimo alla partenza, il ragazzo osservava tutta Damasco dal monte Kassioun. “Sa’awad ya Dimashq youman”, diceva, Tornerò un giorno, oh Damasco.

Non so cosa si veda ormai dal belvedere del monte Kassioun. Ancor meno so cosa si potrà vedere se attaccheranno la Siria.



[3] Dati di Lonely Planet- Siria e Libano, edizione 2008

 

[4] Le percentuali riportate in questa pagina provengono da “Syria at Bay – Secularism, Islamism and ‘Pax Americana’ ” di Carsten Wieland, Hurst & Companym, London 2006.  Si potrebbero riscontrare valori leggermente differenti riportati da altre fonti bibliografiche. Questo perché non esistono statistiche ufficiali dei gruppi religiosi in quanto il governo siriano volutamente non le rende pubbliche. Si considerino dunque come valori orientativi.

 

 

Mensa per i “senza fissa dimora”

A cura di Antonio Garofalo                                     

Fotografia di Roberta Giordano                                   

 

E’ estate e come ogni estate i “grandi temi” vengono alla luce, proprio davanti a quella del caldo sole di luglio e agosto.

Parliamo di emarginazione, solitudine, abbandono, disoccupazione, separazione e disgregazione familiare, immigrazione,  argomenti  fra i tanti “quotidiani”  che meritano soprattutto in tale periodo un’attenzione “alta”, particolare.

E da parte di noi tutti, rispetto.

Tali situazioni, legate come sono a storie “personali”, si sintetizzano il più delle volte in “una sola parola”, passata agli onori ormai di aggettivo: i “senza fissa dimora”.

E’ di tali persone che anche quest’anno il gruppo “Mensa San Rocco”, si occuperà (…per quel che può), avendo fissato sia per il giorno 17 che 28 luglio un servizio  di somministrazione di un “pasto completo” tra “quattro mura”. Nel primo caso il dormitorio “Don Pino Diana” della Caritas di Bari e il 28 luglio appunto nella sede dell’oratorio della chiesa di S. Rocco.

Esiste ancora -e non può essere diversamente-  un modo pratico e spontaneo per legare famiglie, studenti, universitari, lavoratori, (BOSCH di Bari), associazioni (“Marcobaleno”; Agesci BA/12) e altri volontari singoli, attorno ad un concetto, quello della solidarietà.

Necessità , o “l’emergenza” che chiede aiuto è affrontata da uno spaccato della società rappresentata quasi in modo completo, da chi esprime in tutta  libertà che si può costruire dal “niente” un “spicchio di felicità”, organizzando la propria volontà con gesti concreti.

Un’unità di intenti che  ogni quarta domenica del mese  diviene “servizio” a favore di chi anche dopo un primo piatto abbondante continua a dirti “…ma io ho fame”. E non solo,  ora a parlarti dei suoi disagi, ora  delle ingiustizie costretti a subire in modo inversamente proporzionale all’essere o meno cittadini italiani, ora di chi lo tratta “senza affetto”, ora di una città sempre meno accogliente….

Anche la comunicazione dallo spicciolo “passaparola” ad altre forme come questa  può  dare risalto (e non fare pubblicità, sembra ovvio) per creare “valore”, su qualcosa cosa che manca ovvero che non sarà mai abbastanza nella nostra società: comprendere il bisogno di chi ha bisogno.

L’invito quindi è rivolto a tutti, sì proprio a tutti, anche e soprattutto allo scopo di sminuire un vecchio adagio che dice: “Il sazio non crede al digiuno”.

Riusciremo mai a smentirlo?

C’era una volta un cinema

Articolo e foto di Donatella Albergo                 

C’era una volta un cinema, Jolly era il suo nome.

Nasceva nascosto in fondo a un cortile, in fondo a una via, una via dritta del nostro quartiere che dal mare porta ad alti platani e all’alta binario ferroviario di corso Italia. Qui i platani segnano ancora le stagioni, per quel poco che possiamo vedere nel centro della città. Sagarriga Visconti era la via del vecchio cinema. Di quegli alberi qualcuno muore strozzato dall’inquinamento, ma molti resistono eroicamente. Hanno di fronte i caseggiati austeri dell’edilizia popolare fascista per i lavoratori delle ferrovie. Intorno all’ultimo isolato, quei superbi palazzi sembrano guardarti passare diffidenti. Piccoli giardini li incorniciano e in primavera il pitosforo fiorito che si affaccia sul reticolato del perimetro profuma l’aria frizzante del mattino.

In cinema Jolly era lì. Ci si arrivava attraversando un cortile, ora soffocato  parcheggio per auto di un grosso condominio. E in fondo a due ali di macchine, si vede ancora la vetrata d’ingresso con i profili in legno scuro e una cornice di marmo verde.

Vola allora il ricordo a voci, rumori, risate, musiche e colonne sonore, commenti, brusii, odori, colori, fumi. Dopo l’ingresso, c’era subito la biglietteria a sinistra, poltroncine in legno lungo le pareti laterali tappezzate di cartelloni di film e in fondo, di fronte, l’accesso alla sala. Una grande porta di legno, con due oblò per occhi, immetteva nella platea protetta da pesanti tende scure per schermare la luce, ma anche la polvere e il nero di fumo. Allora a cinema si poteva fumare ed era la camera a gas… Si poteva entrare in qualsiasi momento della proiezione, pochissimi usavano, allora, guardare gli orari degli spettacoli e coordinarli con l’ingresso. Ma quel cinema era speciale… Ho visto i migliori film della mia vita, in quella sala è passata la storia del cinema, del migliore cinema. Già allora era una sala d’essai e la frequentavano tanti studenti. Il prezzo era basso, era un cinema di seconda, forse terza visione. Una volta c’era questa classificazione per i cinema, con conseguente differenze nel costo del biglietto. Oggi ci sono solo sale di prima visione, la televisione e la rete fanno il resto, intanto il piccolo cinema di quartiere muore schiacciato tra questi due colossi e il suo ricordo sbiadisce. Mi viene in mente “Nuovo cinema Paradiso” di Tornatore e spero che il Jolly non faccia la stessa fine, che qualcuno o qualcosa lo salvi, perché senza quel cinema abbiamo perso qualcosa e siamo tutti più poveri.

Io passo quasi ogni giorno davanti a quella piccola sala e penso: qui c’era il cinema Jolly, quanti bei film ho visto, lì ho imparato ad amare il cinema, quando si usciva dall’ultimo spettacolo, riflettendo e commentando, mentre il cinema chiudeva… Ogni volta mi accorgo di ripetere la stessa cosa. E penso che sto invecchiando.

 

cortile ingresso

cortile esterno

 

ingresso cinema

ingresso

 

botteghino

botteghino

 

porta di ingresso alla sala

ingresso alla sala

 

CONCORSO FOTOGRAFICO 2013

“Bari che vorrei”

Concorso di fotografia del giornale virtuale Libertiamoci

Anno 2013

La redazione del giornale indice un concorso di fotografia a premi rivolto a tutti i cittadini.

I fini del concorso sono i seguenti:

  • Invitare all’osservazione della propria città e del proprio quartiere;
  • Stimolare i cittadini all’espressione artistica attraverso la fotografia;
  • Valorizzare il giornale quale mezzo d’espressione e comunicazione a completa disposizione dei cittadini;
  • Creare un archivio di documentazione fotografico;
  • Spingere il pubblico verso la partecipazione attiva alla cittadinanza.

REGOLAMENTO

1. MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE

Si potrà partecipare al presente concorso presentando una o più fotografie fatte da loro stessi. Queste saranno poi prese in esame e giudicate dalla giuria scelta dalla redazione.

Il tema del concorso sarà “BARI CHE VORREI”.

Attraverso la fotografia il giornale virtuale Libertiamoci si ripropone di sollecitare l’interesse dei Cittadini verso la propria città: Vi chiediamo quindi di immortalare gli aspetti che più Vi piacciono e Vi colpiscono di Bari ma anche ciò che secondo Voi andrebbe cambiato, migliorato. Poiché il fine ultimo del nostro giornale è incoraggiare la cittadinanza attiva, Vi chiediamo di mettere in mostra luci ed ombre del nostro territorio per essere orgogliosi della bella città in cui viviamo e per renderci conto di ciò che andrebbe fatto (o meglio che dovremmo fare) per migliorarla.

  • le foto saranno ammesse soltanto se scattate all’interno del territorio d’interesse del nostro giornale, ovvero la città di Bari.
  • Gli elaborati dovranno essere obbligatoriamente accompagnati da  nome, cognome e data di nascita dell’/degli autore/i. Inoltre si preghiamo i partecipanti di segnalare il luogo in cui la foto è stata scattata. Tali dati saranno custoditi ed utilizzati nel pieno rispetto della normativa sul trattamento dei dati personali (dlgs 196/2003) per i soli scopi di organizzazione del concorso.
  •  Le foto possono essere accompagnate da didascalie esplicative o componimenti di qualsiasi tipo.
  • La partecipazione è gratuita e non è richiesta alcun’iscrizione: basterà presentare i propri file entro i limiti di tempo specificati sotto.
  • Sarà permesso presentare elaborati prodotti da più utenti, ad esempio nel caso di composizioni di più foto.

2. TIPOLOGIA E REQUISITI DELLE FOTO

Le opere dovranno essere inedite. Lo scatto potrà essere stato eseguito con apparecchi  analogici (pellicola) o digitali (fotocamere di telefoni cellulari comprese). Per questi ultimi, la risoluzione minima richiesta è di 1200×800 pixel (la giuria si riserva la possibilità di accettare risoluzioni inferiori).

Le foto possono essere presentate sia a colori che in bianco e nero. Ogni concorrente potrà presentare un massimo di 5 foto.

Le immagini potranno essere ritoccate digitalmente, sempre però rispettando quella che è la fotografia originale, senza quindi stravolgere il risultato. le immagini possono essere anche delle scansioni purché di originali realizzate dall’autore stesso.

La qualità dovrà rispondere ai requisiti minimi di stampa (minimo 1200×800 pixel)

Per facilitare l’organizzazione del materiale, si chiede ai partecipanti di controllare che le immagini da inviare abbiano le seguenti caratteristiche:

  • formato jpg con compressione minima (ossia con la massima qualità)
  • risoluzione 200 dpi
  • il nome del file dovrà essere composto dal cognome e dal nome dell’autore, dal titolo della foto, dal luogo in cui è stata scattata e dal numero progressivo dell’immagine
    ad esempio:
    Mario_Rossi_ titolo_luogo_1.jpg
    Mario_Rossi_ titolo_ luogo_2.jpg
    Mario_Rossi_ titolo_ luogo_3.jpg
    Mario_Rossi_ titolo_ luogo_4.jpg

3. PREMI, MODALITA’ DI CONSEGNA E PUBBLICAZIONE

L’elaborato dovrà essere consegnato in formato digitale inviandolo al seguente indirizzo e-mail (libertiamoci.concorso@gmail.com)

Il concorso si  aprirà il giorno 1 giugno 2013 e si  chiuderà il giorno 10 settembre 2013, termine ultimo per consegnare i file.

La giuria sarà composta da membri della redazione del giornale Libertiamoci e da un fotografo professionista (Sig. Nicola Amato). I criteri generali di valutazione saranno i seguenti:

  • originalità nell’interpretazione del tema;
  • efficacia espressiva dello scatto in relazione al tema;
  • qualità tecniche.

La premiazione dei vincitori avverrà mediante un evento pubblico durante il quale saranno esposte tutte le foto pervenute. Il numero di vincitori e l’entità dei premi sarà comunicata a breve sul sito di Libertiamoci (www.libertiamoci.bari.it) mentre il luogo e la data della premiazione saranno resi noti una volta scaduti i termini di consegna delle foto.

4. ACCETTAZIONE DEL  REGOLAMENTO

La partecipazione al Concorso comporta, per i partecipanti, l’accettazione incondizionata e totale delle regole e delle clausole contenute nel presente Regolamento senza limitazione alcuna. La partecipazione a questa manifestazione a premi è libera e completamente gratuita.

I diritti e la proprietà delle immagini restano ai titolari delle stesse, i quali concedono, a titolo gratuito, al giornale Libertiamoci l’uso delle fotografie inviate a concorso, per i seguenti usi: la stampa di un eventuale catalogo o altro materiale informativo gratuito, la pubblicazione sul sito del giornale, sui siti web e sui canali di social network in contesti legati al concorso, l’esposizione e la proiezione in manifestazioni promozionali, l’allestimento di mostre.

La redazione si riserva dunque  il diritto d’uso non esclusivo delle opere inviate che potranno essere pubblicate su qualsiasi mezzo e supporto (cartaceo e/o digitale).

Ogni partecipante è responsabile di quanto forma oggetto delle proprie opere, sollevando gli organizzatori da ogni responsabilità, anche nei confronti di eventuali soggetti raffigurati nelle fotografie. Il concorrente dovrà informare gli eventuali interessati (persone ritratte) nei casi e nei modi previsti dall’art.10 della legge 675/96 e successiva modifica con D.Lg. 30 giugno 2003 n.196,nonché procurarsi il consenso alla diffusione degli stessi qualora i dati contenuti nelle immagini possano essere considerati sensibili. Inoltre l’invio di immagini da parte del partecipante al concorso fotografico presuppone che lo stesso sia in possesso delle liberatorie in caso di persone o cose e edifici ritratti sottoposti a vincoli di riprese fotografiche.
Infine, i plagi saranno puniti con la non ammissione al concorso.

Come già detto, i dati personali inviati insieme alle foto saranno utilizzati ai fini del concorso e la partecipazione allo stesso presuppone l’autorizzazione al loro trattamento.

5. ULTERIORI INFORMAZIONI

Per qualsiasi informazione, in ordine al presente Regolamento e/o alla suddetta manifestazione a premi, saranno competenti in via esclusiva la redazione del giornale ed il responsabile del progetto (Valerio Iacovone – raggiungibile all’indirizzo libertiamoci.concorso@gmail.com). Gli utenti possono inoltre contattare la redazione per eventuali richieste o chiarimenti all’indirizzo redazione@libertiamoci.bari.it. o direttamente sulla nostra pagina facebook Libertiamoci.

6. ESCLUSIONI

Non possono partecipare al presente concorso i componenti della giuria.

Per scaricare il il bando clicca qui: Bando di concorso 2013

Capaci di ricordare – Memoria e impegno a 21 anni dalla strage di Capaci

 

23 MAGGIO 2013
Bari – Istituto Salvemini

Via Prezzolini 9 – Japigia

Ore 16

Proiezione cortometraggio
A29

Un’idea del Presidio Libera Mottola
scritto da Marica Todaro e Violetta Torres

Regia di Vincenzo Ardito e Daniela Baldasarre

Produzione Arci Puglia

Con il contributo di Claudio Stefanazzi e Comune di Bari – Agenzia per la lotta non repressiva alla criminalità organizzata

In collaborazione con Libera Puglia, Ucca-Unione circoli cinematografici Arci, Associazione Nomeni

Con il patrocinio della Regione Puglia

A seguire incontro/dibattito
con: Vincenzo Ardito (regista), Marica Todaro (scrittrice), Ettore Caronali (Anm)

E con: Tilde Montinaro, Michele Di Cillo, Michele Emiliano, Alessandro Cobianchi, Mario De Pasquale

Modera: Daniela Marcone (Coordinamento regionale dei familiari vittime innocenti delle mafie)

 

Ore 20

Spettacolo teatrale
InCapaci. In memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Produzione: Teatro Scalo/Skené produzioni

Di e con: Raffaele Braia e Franco Ferrante

Sceneggiatura: Michele Bia

Introduce: Gloria Vicino (Coordinamento provinciale Libera Bari)

 

Durante la serata apericena della legalità con i prodotti di Libera Terra

 

La manifestazione “Capaci di ricordare” rientra all’interno delle iniziative del progetto ‘In direzione ostinata e legale – seconda edizione’ promosso e organizzato dal Comune di Bari – Agenzia per la lotta non repressiva alla criminalità organizzata, Arci – Comitato regionale Puglia e Libera – Coordinamento regionale Puglia. Hanno collaborato anche: Associazione Nazionale Magistrati, Associazione Culturale Kreattiva, Istituto “G. Salvemini” Bari, Gep – Gruppo educhiamoci alla pace

 

“FIGLI DI UN DIO MINORE”

A cura di Donatella Albergo
16.04.2013

Il terremoto in Iran e Pakistan

La scossa di 7.8 gradi sulla scala Richter, è la più forte degli ultimi quarant’anni. L’epicentro al confine con il Pakistan. Distrutta la cittadina di Hiduch. La scossa si è sentita in tutto il Golfo Persico, India, Pakistan ed è definita “DEVASTANTE”. Scosse di questa portata provocano stragi.

Segue ancora la terribile fase di assestamento con scosse meno devastanti, ma ugualmente terribili su una popolazione così duramente colpita non solo sulle cose (sono zone rurali poverissime), ma sulla carne delle vittime. E tutto questo nell’incredibile, vergognoso silenzio generale. Un silenzio così assordante di tutti i mezzi di informazione da farmi spesso chiedere: ma un simile spaventoso evento è realmente accaduto o è stato solo un mio incubo?

Dove sono i media nazionali e non? Chiusi nel proprio orticello, a guardare il proprio dito invece della luna: la formazione del nuovo governo e l’elezione del presidente in Italia, i funerali della Thatcher nel Regno Unito con le dirette in Italia(!), la caccia all’uomo in USA per l’attentatore sopravvissuto dopo le bombe alla maratona di Boston. Il mondo segue in diretta le fasi delle indagini e la cattura dei due ricercati, quei due pazzi che hanno provocato la morte di tre persone e il ferimento di molte altre, anche con terribili mutilazioni. E il mondo prega che li prendano e che abbiano la stessa terribile morte che hanno causato. Per fare giustizia! Perché la giustizia è una cosa importante, una cosa che tutti vorrebbero, un bene inestimabile. Un bene divino. Ma dov’è la giustizia se altre crudeli stragi e mutilazioni sono ignorate e non hanno non solo il diritto della nostra mobilitazione, ma nemmeno il diritto dell’informazione e degli aggiornamenti? Quello che i giornalisti chiamano orgogliosamente “diritto di cronaca”? O bisogna essere fortunati anche nella morte e morire nel momento giusto, quando non ci sono news più urgenti e importanti da seguire?

Giornali e tivù assecondano la voglia di vendetta per gli attentatori di Boston e girano gli occhi da un altro massacro dimenticato.  Che succede: tre morti valgono di più di migliaia di disperati morti sotto le macerie, in un silenzio colpevole? Certo, nessuna bomba li ha uccisi, ma sono morti e continuano a morire senza soccorsi e senza aiuti, senza voce perché nessuno ne parla e senza occhi perché nessuno li vede. I sopravvissuti si rompono le mani scavando nelle macerie. Hanno solo le mani per scavare, niente acqua, sangue, cibo, coperte, mezzi…. Gli atleti della maratona di Boston si sono prontamente recati presso gli ospedali per donare il loro sangue in favore dei feriti, sotto i riflettori del mondo… Dall’altra parte del pianeta, solo il vento e il pianto delle madri fra le macerie.

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Ho sentito un giornalista televisivo che, esausto dopo una diretta di più di dieci ore per seguire l’elezione del nostro presidente della repubblica, salutando gli ascoltatori, si complimentava con se stesso per aver così diligentemente assolto il proprio compito e andava a un meritato riposo perché dovere e missione di un giornalista sono informare e rendere conto di ciò che succede nel mondo! Ma un terremoto devastane, migliaia di morti dimenticati non sono nulla?

Dov’è la catena della solidarietà: corse dei volontari e degli organismi internazionali, numeri verdi, raccolta fondi con sms, presso quotidiani, banche, parrocchie, banchetti per le strade del centro, c/c, perfino comodi versamenti presso gli sportelli del bancomat? Dove sono l’ONU, l’UE, la Croce Rossa, la Caritas, papa Francesco? Dove guardano? Voi ne sapete niente, o io mi sono distratta?

E mentre la Conferenza Episcopale chiedeva a Napolitano di accettare un secondo mandato perché guardava con preoccupazione all’elezione del nuovo capo dello stato, quei disgraziati continuavano a morire dimenticati, abbandonati, beffati, violati, oltraggiati, umiliati, perdendo la vita e anche quel nulla che avevano: una casa di fango e forse un asino.

Possiate almeno riposare in pace, fratelli, sorelle, figli miei. Vi sia lieve la terra. Possa un dio pietoso portarvi un goccio d’acqua e asciugarvi le lacrime.

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IN CON TRA

in coda

A cura di Donatella Albergo – volontaria IN CON TRA
Foto di Roberta Giordano                

SOS    IN CON TRA             

L’Associazione IN CON TRA è costituita da volontari che svolgono azioni positive di contrasto alla povertà, prestando aiuto, senza distinzione di etnia, ceto sociale e credo religioso,  a tutti coloro che ne hanno bisogno e che sono in condizioni di difficoltà ed emarginazione.

La profonda crisi economica che attraversa il nostro paese, e non solo, ha fatto salire vertiginosamente in numero dei nostri assistiti e, aumentando le necessità di singoli e di famiglie, ha imposto all’Associazione anche una maggiore varietà di offerta. I nostri amici hanno bisogno di tutto: cibo, indumenti, medicine, prodotti per l’igiene personale, coperte… e sopra ogni cosa di dignità, lavoro, inclusione. Si tratta di extracomunitari, europei, italiani in numero sempre crescente.

La filiera della solidarietà è lunga e complessa: parte silenziosa da lontano, alla ricerca di risorse, soprattutto alimentari, presso supermercati, aziende addette alla ristorazione, panifici, aiuti dell’UE, avendo come obiettivo la razionalizzazione dei beni e delle risorse e la lotta agli sprechi. Cibo e prodotti eccedenti vengono recuperati, selezionati e portati in mensa. Obiettivo: sprechi zero! Segue poi la raccolta, l’immagazzinamento, la preparazione e la distribuzione a mensa o a casa di famiglie che l’Associazione ha accertato indigenti.

Volontari e volontarie operano non solo sul territorio, ma anche a casa, secondo le proprie inclinazioni e disponibilità di tempo e di forze. Signore e famiglie ci aiutano con la preparazione di minestre e cibi caldi. Sono loro che ogni domenica aggiungono a tavola qualche piatto che altri volontari vanno a ritirare, per ospiti sconosciuti. E’ questa la gioia e la forza di chi, pur rimanendo in casa, può dare il suo contributo.

La catena della solidarietà volge al termine con la distribuzione della cena in Piazza Moro alle 20,30. Un punto di incontro, dove avere un piatto caldo, ma anche una coperta, un consiglio, una chiacchiera, un indirizzo. Si mangia in piedi, in fretta, molte volte gli animi si scaldano: la fame, il freddo o il caldo, le restrizioni, la solitudine e la fretta rendono nervosi e impazienti. La coda di chi aspetta in fila si allunga tristemente e pericolosamente. Senti nell’aria la tensione di chi ha paura di rimanere senza cena, di non averne abbastanza, di non saziare la fame, di prenderne un po’ di più da conservare per la colazione o quando la fame tornerà. Confrontano i piatti, li pesano con gli occhi, prendendo quello più pieno, ne chiedono ancora, ma si deve rifiutare fino a quando non sei sicuro che ce n’è per tutti e che tutti abbiano mangiato. Qualche volta c’è solo un piatto di pasta, qualche volta si riesce a dare anche un bicchiere di latte e qualche biscotto. Le file sono rigorosamente, spontaneamente e irrimediabilmente tre: donne, bianchi, neri. Non siamo mai riusciti ad integrare il gruppo bianco con quello di colore. Anche fra gli indigenti non si mescolano i colori e i bianchi precedono i neri e gli italiani sono in testa alla fila… Accettiamo tristemente, speriamo domani, ma stasera dobbiamo porci il problema di sfamarli tutti un po’.

Dopo cena si rientra in sede, da alcuni mesi l’ex Scuola Media “Azzarita” al quartiere San Paolo, e si riordina: contenitori per il trasporto di vivande, piatti, bicchieri, posate di plastica eccedenti, tovaglia da lavare, tavolino.

Questo della cena in stazione è solo uno dei servizi che l’Associazione IN CON TRA riesce oggi ad offrire. I bisogni e lo stato di povertà crescenti hanno imposto nuovi interventi che l’Associazione fatica a soddisfare o ha dovuto interrompere. Oggi ci troviamo di fronte a difficoltà crescenti: il numero dei bisognosi è aumentato, le raccolte sono sempre più magre per l’aumento dei nuovi poveri e mancano non solo le risorse alimentari, ma soprattutto quelle umane. Mancano menti che organizzino e razionalizzino il lavoro, mancano braccia per le raccolte che generosi donatori mettono inutilmente a disposizione. Mancano volontari! Supermercati, pasticcerie, panifici donerebbero l’eccedente, ma non ci sono sufficienti volontari per la raccolta…

Il primo sabato di ogni mese, sei supermercati ci ospiterebbero per la raccolta alimentare, ma mentre i numeri della povertà aumentano, l’Associazione riesce a utilizzare, e con fatica, solo la metà di questa disponibilità e molte volte i volontari operano da soli per ricoprire più turni in soli tre supermercati. Pasticcerie donerebbero i dolci eccedenti della giornata, ma non ci sono volontari sufficienti che possano portate cornetti e brioches agli affamati in stazione.

Purtroppo alcuni servizi sono stati sospesi per mancanza di braccia e al momento, per lo stesso motivo, è a rischio anche il servizio mensa in stazione.

Qui di seguito sono elencati i servizi che l’Associazione IN CON TRA svolge. Ognuno può trovare il suo posto, piccolo o grande che sia, anche con solo due ore al mese. Questo lo possono fare tutti. Noi possiamo solo dire che riceviamo infinitamente di più di quanto diamo.

 

  • Raccolta alimentare presso i supermercati DOC, il primo sabato di ogni mese.
  • Servizio immagazzinamento.
  • Servizi di emergenza freddo/caldo.
  • Raccolta farmaci presso farmacie che aderiscono, una volta all’anno.
  • Raccolta dolci presso alcune pasticcerie il giovedì e la domenica dalle 20:00 alle 21:00 circa, con auto (attualmente sospeso per mancanza di volontari).
  • Servizio tendopoli, distribuzione di latte e biscotti presso la tendopoli nei pressi della Fiera del Levante, tutte le sere dalle 20:30 alle 21:30 (attualmente sospeso per mancanza di volontari).
  • Servizio assistenza e sostegno famiglie per la preparazione e la distribuzione di pacchi alimentari (a numero chiuso per mancanza di volontari).
  • Servizio cena in stazione, il giovedì e la domenica:

–       Preparazione pasti

–       Raccolta pasti

–       Organizzazione cena

–       Distribuzione cena

–       Ritorno sede e riordino

  • Attività di sensibilizzazione e divulgazione presso l’opinione pubblica e i settori di ristorazione e distribuzione.
  • Servizio riordino e distribuzione guardaroba.

Buon volontariato a tutti!

 

PER CHI FOSSE INTERESSATO A COLLABORARE:

IN CON TRA 
Associazione di volontariato per l’assistenza ai senza fissa dimora
Sede legale: Corso Mazzini 144 (c/o studio Guelfi) – 70123 Bari
tel:  338-5345870 – 349-6679173
e-mail: 
giannimacina@virgilio.it

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