Il sindaco che non c’è e le domande senza risposte.

Articolo di AG
Foto tratte dal WEB

Siamo a dicembre: oggi giornata tipicamente invernale. Pioggia e freddo. Sono in molti a riflettere che in questo tempo, prossimo a un altro Natale, un candidato sindaco per questa città, ancora non c’è, visto peraltro che i maggiori capoluoghi di provincia (penso a Lecce, Firenze, ma anche altre città) hanno già deciso. Un’anomalia non perdonabile, evidentemente in democrazia.

A Bari, è il caso di precisarlo, tale considerazione vale sia per la “sinistra” che per la “destra”: e ciò non è un bene, perché presuppone indubbiamente, una difficoltà della politica (locale) a programmare un futuro amministrativo e soprattutto di chi lo guiderà, in temini non solo di leadership, ma anche di responsabilità.

Il tempo, breve (giugno 2024), in cui dovremmo andare a votare, la legge stabilirà la data esatta, si ricollega a un’idea di successione o di evoluzione e quando tale periodo di scelta è sospeso, come in questo caso, rimangono dubbi e domande che meritano serie risposte, per evitare appunto che si parli di “giochi di potere”, in un contesto in cui peraltro vince l’astensionismo, non dimentichiamolo.

E ciò vale sia per una “parte”, che per “l’altra”. La prima perché manifesta in modo evidente il suo disagio, ostacolo, complicazione nel trovare la continuità dopo oltre dieci anni di governo locale. La destra perché non ha ancora le idee chiare sul nome da dare agli elettori-cittadini, dimostrando di non essere in grado di distinguersi.

Nel frattempo, la cittadinanza attiva apre al confronto e ai dibattiti, limitandosi a muovere temi e obiettivi da realizzare, in un corpo elettorale ancora orfano di candidati.  Insomma, citando la strofa di una nota canzone, “il mare d’inverno agita…” anche questa città. E lo fa con tante domande che restano senza risposte necessarie a creare una linea d’indirizzo politico che possa sintetizzare le istanze concrete di una comunità, appunto e soprattutto verso chi si propone di esserne “guida”.  

Quali sono queste sollecitazioni? Eccone giustappunto alcune.

Quanto ha bisogno di scopi giusti la politica di oggi, considerando diverse difficoltà difronte alle quali la stessa non ha risposte. E’ impreparata, vive una mancanza del senso di appartenenza ad una comunità, l’indifferenza al bene comune, l’astensionismo elettorale!

Clientelismo, voto di scambio e corruzione sono anche figli di una cultura della legalità carente o addirittura assente, fenomeni o devianze che costituiscono un terreno fertile per la criminalità organizzata.

Un’idea o proposta per combatterle?

Povertà ed esclusione sociale alimentano l’illegalità diffusa e la criminalità organizzata che a loro volta rendono difficile combattere la povertà e sostenere i processi di sviluppo e inclusione sociale.

Come affrontare tale tema, c’è soluzione?

La conoscenza è la via maestra al cambiamento. Oggi più che mai abbiamo bisogno di conoscenza autentica, di evitare semplificazioni e parole di circostanza. La conoscenza nasce dal non sentirsi mai arrivati, dal bisogno continuo di approfondire. Trovo questo bellissimo concetto su un opuscolo di “Libera”. I giovani, oggi come oggi, tendono ad approfondire e alla conoscenza?

E poi la pace, la quale ormai è divenuta un bene “reale” di cui hanno bisogno non solo le nostre città,  ma gli stessi quartieri, o spazi pubblici in cui la violenza e i pericoli di aggressione destano non poche preoccupazioni. Ecco basterebbe rispondere alla più semplice delle domande: cosa significa fare la pace?” Il  diritto alla pace, ciascuna, ciascuno per la sua parte, come realizzarlo? Partendo magari proprio da Bari, “ponte tra Occidente e Oriente”, come sempre più in tanti, definiscono  la nostra città.

Sicuramente c’è parecchio altro di cui un futuro primo cittadino dovrebbe preoccuparsi, ma basterebbe affrontare argomenti come quelli innanzi espressi, per essere al passo coi tempi attuali e non farsi fagocitare da essi. E il tempo dell’attesa, vista la significatività, il valore indubbio di tali interrogativi, è letteralmente, finito.

Basta con le guerre

Articolo di AG
Foto tratte dal WEB

Piove a tratti, ci si prepara al peggio, e invece l’indecisione passa, tanto che si chiudono gli ombrelli. Ed è un bene. A Bari, in piazza Diaz arrivano persone, bandiere, striscioni, cartelli, perché si sta per iniziare.

E’ il 12 novembre 2023: associazioni e cittadini a favore della Pace, hanno realizzato un corteo per le vie del centro, promosso dal  Comitato per la Pace di Terra di Bari.

Il sentimento o lo spunto vero e più autentico che dovrebbe sostenere tenacemente manifestazioni come questa, in tutto il mondo, lo ascolto da una bambina – vera musa ispiratrice –  tenuta per mano dai propri genitori: “che significa fare la pace?”    

Ecco che a un interrogativo candido come questo, a cui noi adulti dovremmo saper rispondere, a prescindere dalle analisi, ma con azioni e comportamenti concreti,  data la nostra maturità politica e sociale, non riusciamo a farlo nonostante.

Innanzitutto, proprio perché le prime e più innocenti vittime della guerra che non ha una causa, ma solo effetti, sono proprio loro, le bambine e bambini, in ogni parte del mondo.

E poi il dato di fatto, nonostante l’essere più sapienti rispetto al passato, è che difronte a una domanda del genere semplice (nella sua immediatezza) ci smarriamo o disperdiamo  la nostra forza intellettuale in innumerevoli risposte che allontanano l’esigenza che invece dovrebbe vederci tutti compatti nell’impegno di realizzare la pace.

Difronte al dolore, quello peggiore, dei più piccoli pur essendo esigenza universale, “unire”, ci si “divide”, su un tema vitale ossia salvare delle vite, non una, migliaia.

È successo per l’Ucraina, così dopo il 7 ottobre accade anche con la Palestina. Perché? Serve alla causa, già così fragile della pace appunto, andare da soli ? La risposta è no. Alcuni esempi veri. Ieri, si è svolta sempre nella nostra città, una manifestazione in solitaria, avente lo stesso scopo, le stesse finalità, organizzata dalla sola comunità palestinese che risiede da noi. E anche questo sta avvenendo in tutte le parti del mondo, non solo a Bari. C’è una motivazione, che non sia squisitamente  ideologica o di puro schieramento?

In altre manifestazioni politiche che hanno lo stesso scopo , fare la pace, si vietano alcune bandiere, addirittura vengono sequestrate. Qualcuno a giusta ragione ricorda che “La bandiera è un pezzo di stoffa, non è un’arma. La bandiera di uno stato che non può nascere -per le persistenti violazioni del diritto internazionale- andrebbe alzata più in alto, non nascosta e temuta. La bandiera è sempre un simbolo”. E quindi chiediamoci, perché arrivare a tanto? Fa bene allo scopo comune, unico e più necessario che mai, attualmente.

Oltre che sugli emblemi però l’altro elemento di divisione sono i diversi punti di vista, qualificati e qualificanti (intellettuali, saggisti o accademici), che sembrano non avere punti di unione o di condivisione, almeno di fronte all’acclarata oggettività scientifica (storica, geografica, ecc.) degli stessi.

Mentre penso a tutto questo, il corteo si è già mosso da un po’, così come lo striscione che lo apre: “La via della Pace non passa per l’astensione”. Il riferimento è alla risoluzione dell’O.N.U. di cessate il fuoco, che ha visto l’astensione (appunto) dell’Italia e di altre nazioni europee. Contesto che al momento mi risulta non essere diverso.

Aderiscono a tale iniziativa associazioni e organizzazioni sindacali, giovanili e no, il “volontariato”, ” la cittadinanza attiva”, quelle che la stampa chiama “sigle”. 

La manifestazione, che potrebbe sicuramente essere più numerosa, entra nel vivo e superato il lungomare e le vie limitrofe si snoda verso il centro cittadino, vestendosi di colori, di slogan, dei suoni (tamburi, timpani, piatti), dei e movimenti degli artisti di strada, partecipazione che non poteva mancare considerando la presenza dei  bimbi, anche in braccio o nei passeggini, in “marcia” con i loro genitori.

E mentre alla fine della manifestazione alcuni giovani accendono i fumogeni, comprendo  che disarmare ora più che mai non è utopia, ma un modo per chiedere all’umanità di dare un senso alla sua esistenza e al suo grado di civiltà. Basta con la guerra!

Esplorando la penisola di San Cataldo all’insegna della Cittadinanza Attiva

Articolo di Roberto Gristina

Fotografie di Roberta Giordano

Evento organizzato dall’Associazione L.U.C.A. (Libera Università Cittadinanza Attiva)

Il succo della bellissima gita, alla scoperta di come il concetto di cittadinanza attiva possa dare dei frutti nella città di Bari, lo abbiamo trovato, seduti sui muretti del lungomare e accarezzati dal rosa delle nuvole al tramonto sopra un mare placido che circonda la penisola di San Cataldo, nelle parole di Terry Marinuzzi, la gentile signora bionda che ci ha accompagnati: “Ho una grande vocazione alla politica ma non al potere”.

Di fronte avevamo un rudere di un Centro Sportivo abbandonato, nato come copertura di traffici illeciti. Ci ricordava che di lavoro da fare ce n’è ancora moltissimo, ma la camminata che stava per terminare ci aveva mostrato nettamente, con dolcezza e decisione, che la vocazione alla politica di tanti cittadini fa miracoli, riduce le stupide differenze sociali e porta a vincere battaglie che cambiano la vita.

La passeggiata era cominciata due ore e mezza prima, sempre al mare, dopo essere entrati nell’unico C.U.S. (Centro Universitario Sportivo) di tutta Italia che dà direttamente sul mare. Con le sue due piscine, il palazzetto, la pista e campo di atletica é il C.U.S. più grande in Italia per la dimensione degli impianti. Dal centro di una rosa di venti composta da piastrelle blu e verdi ci siamo trovati al centro di una foresta di alberi e tiranti di barche a vela. L’inizio è intriso di benessere e natura.

Poco prima di inoltrarci nella penisola Terry ci avverte che percorreremo una strada che non è stata snaturata dai tanti palazzi moderni successivi agli anni ’90. La via è ancora originale, ma purtroppo caratterizzata dalla presenza di ruderi.

Terry ci dice di prepararci ad attraversare lo specchio di Alice, la porta che ci conduce al centro della rinascita del quartiere.

E quali altri mezzi più idonei per una rinascita dalle radici forti e durature della Scuola e della Biblioteca?

Entriamo nella Biblioteca Marconi. Pulita, perfetta, inaugurata 2 settimane fa.

La Biblioteca fa parte della rete Colibrì, la rete delle biblioteche pubbliche di Bari, come ci ricorda una grande stampa che si mostra da un muro del corridoio. Sale linde illuminate da neon al massimo della loro potenza. Terry apre le persiane e veniamo precipitati in un giardino verdissimo con muri affrescati: é il giardino della scuola Marconi.

Sembrava che la scuola dovesse essere chiusa qualche anno fa, ora invece arrivano iscrizioni anche da altri quartieri!

Mentre Terry ci parla delle sue lotte in questo quartiere, per uscire da un trentennio di degrado sociale, da una finestra si affaccia Michele, il secondo protagonista della giornata.

Ci porta ad un piano superiore e si scopre il superman che ha dato il nome al quartiere: Guglielmo Marconi!

Il generosissimo Michele ci parla del padre del Wi Fi e del perché ci ha cambiato la vita. Con gesti magici toglie teli poggiati su tavoli ed un vero museo di “Modernariato” si mostra ai nostri occhi: radio, giradischi, macchine da ripresa!!! Il tutto circondato da fotografie e manifesti appesi alle pareti. Michele non smetterebbe mai di raccontare, di regalarci la sua passione di radioamatore, di ripercorrere vita e opere del suo eroe, soprattutto il perché Bari é collegata al nome di Marconi: il collegamento per aere tra San Cataldo e il quartiere Antivari a Bar in Montenegro.

Il tempo passa, Terry ci vuole portare al centro della penisola, per mostrarci come, per questi cittadini, non esista una piazza di aggregazione. C’era un albero della cuccagna, ora c’è un palazzo algido, senz’anima. Vanni ne approfitta per leggerci storie di pirati, tipiche dei posti di mare.

Ci dirigiamo verso il lungomare lì dove é cominciato questo modesto racconto. Le ultime parole che dice Terry non dobbiamo scordarle mai: “La scuola é la base di tutto, e bisogna lavorare sulla scuola mettendo al centro le famiglie”.

Gli ultimi graffi rosati del tramonto ci accompagnano al buio della sera….

Un po’ più in la, sempre a San Cataldo, incontriamo il set di una serie televisiva famosa. Anche grazie alla cinematografia Bari è al centro dell’attenzione nazionale, solo lo sforzo congiunto di tutti ci può permettere di passare dalla fiction ad una realtà senza disparità, degrado e malavita.

LA PACE SEMPRE

Articolo di Antonio Garofalo

Qualche mese fa in una delle tante iniziative cittadine, una ragazza di scuola superiore, mi disse: “La pace più che raccontarla, bisogna farla”. Frase netta, di candida attualità, infinitamente vera. Ma anche pensiero di schietta semplicità, messaggio e dovere, a cui i giovani richiamano noi adulti, iniziando proprio da chi si occupa di cittadinanza attiva.

È nata così questa intervista al dott. Vito Luca Micunco coordinatore del Comitato per la Pace di Terra di Bari. Mai come ora questa, “esigenza universale”, quella della pace appunto, diviene assillo e pungolo per chiunque si ponga come obiettivo, la “cooperazione e la solidarietà tra i popoli”, più che le guerre.  

Dott. Micunco qual è brevemente la storia della associazione Comitato per la Pace di cui sei coordinatore?

Come in altre città, anche qui a Bari è attivo un comitato per la pace il cui scopo principale è quello di rendere permanente un impegno di animazione sui temi della pace e della nonviolenza.

Il comitato di Bari si è costituito nel 2017 su iniziativa di oltre 40 tra gruppi, movimenti, associazioni, organizzazioni sindacali e comunità religiose e si pone in ideale continuità con una lunga tradizione di lotte che in questo territorio si sono caratterizzate soprattutto in senso antimilitarista.

A livello locale, infatti, il movimento pacifista nasce già nei primi anni 60 con le lotte contro la presenza dei missili Jupiter sull’Alta Murgia, cresce per tutti gli anni 70 con le lotte contro i poligoni di tiro militare, che sulla Murgia avevano preso il posto dei missili dopo che gli stessi erano stati smantellati, e culmina negli anni 80 con le lotte, ormai estese all’intera regione, contro un processo di militarizzazione sempre più intenso che faceva della Puglia una delle aree più militarizzate del paese.

Indubbio il valore politico della pace, ma in cosa quella che si chiede in Ucraina è più significativa, rispetto alle tante guerre che affliggono il nostro pianeta?

La guerra in Ucraina è parte di quella che, con intuizione profetica, papa Francesco ha chiamato terza guerra mondiale a pezzi.

Ma rispetto alle altre 50 guerre attualmente in corso, la guerra in Ucraina assume una rilevanza particolare perché non rappresenta semplicemente una guerra di carattere regionale ma una vera e propria guerra globale che coinvolge (sia pure indirettamente) tutti i paesi occidentali, con il rischio (tutt’altro che remoto) che il conflitto possa allargarsi anche ad altri paesi e divenire uno scontro diretto tra NATO e Russia, e dunque trasformarsi in una guerra nucleare.

C’è una pace “giusta” oppure “unica”?

È certamente vero che non c’è pace senza giustizia (l’ingiustizia è sempre la causa di ogni guerra).

Ma la sola giustizia non basta.

In primo luogo, perché c’è sempre il pericolo che si tratti di una giustizia unilaterale.

E in secondo luogo perché la giustizia è chiamata a creare le condizioni per una pace che sia duratura, obiettivo per il quale un criterio più valido sembra essere quello del bene comune, anzi del bene comune universale, ovvero di un bene che non è neanche nella disponibilità – in maniera esclusiva – delle parti in conflitto.

Cosa ne pensi sulla probabile costituzione di un partito “sulla pace”?

Per rispondere a questa domanda forse vale la pena ripercorrere le tappe principali del movimento contro la guerra in Ucraina.

In questi 19 mesi di mobilitazione il movimento ha attraversato almeno tre fasi, ognuna delle quali rispetto alla precedente si è caratterizzata per una migliore comprensione del senso e della portata di quanto sta accadendo e per una maggiore consapevolezza di cosa si possa e si debba fare per la pace.

C’è stata così una prima fase in cui il movimento si è limitato ad esprimere la propria solidarietà al popolo ucraino e a dare voce ad una generica volontà di pace del popolo italiano.

Ad essa è seguita una seconda fase, che è culminata con la grande manifestazione nazionale di Roma del 5 novembre dello scorso anno, in cui il movimento si è schierato incondizionatamente contro la guerra, chiedendo l’immediato cessate il fuoco e l’avvio di un negoziato per la pace.

Infine, si è avuta una terza fase (l’attuale) che di fatto vede la convergenza di tutto il movimento su una posizione di netta contrarietà all’invio delle armi, segno evidente che ciò che fin dall’inizio era chiaro a pochi, oggi è chiaro a tutti: siamo dentro una guerra che nessuno ha davvero voluto impedire e che nessuno ha davvero intenzione di fermare.

Si prospetta infatti una guerra di lunga durata che si protrarrà forse ancora per anni con pesantissime conseguenze in termini di vite umane, di devastazione ambientale, di carestia alimentare, di peggioramento delle condizioni di vita di milioni e milioni di persone.

Insomma, una catastrofe economica e sociale di proporzioni inaudite!

A farne le spese, oltre alle popolazioni direttamente coinvolte nel conflitto, saranno i paesi più poveri del pianeta e, nei paesi del ricco occidente, la parte più debole e vulnerabile della popolazione.

Di questo i cittadini italiani sono ormai consapevoli.

Forse allora è giunto il momento di aprire una quarta fase in grado di offrire uno sbocco politico al movimento.

Uno sbocco che dia una rappresentanza politica alla volontà di pace del popolo italiano e che imponga la guerra come la questione principale, la questione da cui ogni altra questione dipende e senza la quale ogni altra iniziativa in favore di un miglioramento delle attuali condizioni di vita e di lavoro verrebbe fatalmente vanificata.

In questa prospettiva abbiamo davanti due appuntamenti da non mancare: il rinnovo del decreto di invio degli aiuti militari a Kiev e le prossime elezioni europee.

Un’ultima domanda, essendo nella vostra denominazione associativa “…terra di Bari”, quali obiettivi e programmi dovrebbe provare a realizzare il prossimo sindaco della nostra città? Hai a mente chi potrebbe essere (un nome) quello ideale?

Le istituzioni locali, a prescindere dal loro colore politico, hanno il dovere di dare voce alla volontà di pace delle comunità che esse rappresentano.

È dunque fondamentale che anche il tema della pace riesca a trovare un proprio spazio all’interno dei diversi programmi elettorali, non solo con innocue dichiarazioni di principio ma con impegni concreti e vincolanti.

Per la nostra città tali impegni dovranno essere indirizzati in due direzioni fondamentali: verso l’interno con politiche efficaci per l’accoglienza e integrazione dei migranti e verso l’esterno con politiche per la promozione di scambi culturali e commerciali con i paesi del Vicino Oriente e della costa sud del Mediterraneo.

Ringrazio il dott. Micunco per aver dedicato una parte del suo tempo a sensibilizzare e far comprendere a noi tutti il valore di quel “bene comune”, a cui per nessuna ragione al mondo possiamo rinunciare.

Quindi, raccontare e soprattutto fare la pace, sempre.

Festa della Repubblica a BARI

Articolo di Antonio Garofalo

C’è sempre un modo di raccontare e insegnare alle giovani generazioni  la memoria del passato, senza dimenticare di ascoltarli su cosa hanno loro da dirci, magari  proprio su quell’idea di libertà che accomuna l’Italia, l’Europa, il mondo intero, oggi più che mai.

Lo spunto lo ha dato quanto è stato realizzato a Bari,  giovedì 1 giugno u.s. con la riuscitissima manifestazione “La Festa della Repubblica che ripudia la guerra”, svoltasi nel Parco 2 giugno della nostra città.

Alcune scuole di Bari insieme ad Associazioni di cittadinanza attiva hanno voluto con-dividere e manifestare, senza “retorica” la Festa della Repubblica. Promotore e ideatore della giornata ben organizzata il prof. Lucio Dabbicco, membro del Comitato della Pace della Terra i Bari.

In sintesi, quanto ha detto per presentare l’evento:

Credo fermamente che bisogna investire nei giovani, nonostante tutto quello che si possa dire in negativo e con preoccupazione della giovane generazione corrente (cosa che, tra l’altro, si è sempre detto delle giovani generazioni…): bisogna solleticare la loro curiosità e lanciare semi positivi nei loro cuori, sapendo “entrare nei loro linguaggi” (come mi insegnava un maestro). In ciò il coinvolgimento delle scuole risulta strategico perché la scuola può inquadrare una esperienza estemporanea come questa dentro un percorso educativo-didattico di senso”.

Il 2 giugno del ’46 si sarebbero avverati, dopo la sofferenza della guerra mondiale, i sogni e gli ideali di una comunità: scegliere democraticamente tra repubblica o monarchia, tornare a votare per un’assemblea costituente  e soprattutto dar vita a un “nuovo Stato” .

È per questo che in tanti hanno preso parte a tale iniziativa: far emergere quel patrimonio universale di parole che non sono solo segni scritti sulle pagine di una “Carta” seppur fondamentale (la Costituzione) o un semplice dire di “darsi delle regole”, ma riconoscere soprattutto, essere partecipi, del valore che ha la vita di qualunque cittadina o cittadino, proprio quando siamo a difronte alle difficoltà. E queste ultime, verrebbe da dire, ineluttabilmente sono universali.

Come è stato universale, a conclusione dell’evento, quel pensiero,  nel cerchio formato dalle ragazze e dai ragazzi delle scuole presenti sul prato, con al centro la più bella ed emblematica frase-invito-azione costituzionale del “ripudio alla guerra”.  Un monito per noi adulti: basta a insanguinare questo pianeta, cerchiamo tutti insieme soluzioni senza armi.

Abbiamo detto all’inizio che la nostra legge principale si basa sulla libertà, quella conquistata dopo una lotta di liberazione contro gli oppressori (nazifascisti). Ecco perché è opportuno concludere che oggi, quanto ottenuto a caro prezzo umanitario, sarebbe vano se non riuscissimo a pensare e tenerci accanto un’altra chiara e autentica idea generata dalla Costituzione: la Pace.

Stesso ideale che ieri ha unito dandoci una lezione e oggi ci divide nonostante quel “ripudio” che accomuna tutti fraternamente e, appunto, costituzionalmente.   

Queste le scuole e associazioni che hanno animato i diversi “momenti partecipanti”.

Per.I.P.L.O.LATERZA 2A
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
LATERZA 2C
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
MARGHERITA (15+16 stud. Scuola sec. di I gr)
Gruppo Soci e Socie Banca Etica Bari BATFIORE 2F
(24 stud. Scuola sec. di I gr)
AMALDI 2B
(19 stud. Liceo)
Gruppo EMERGENCY BariMICHELANGELO (18 stud. Scuola sec. di I gr)SALVEMINI, 4G (27 stud. Liceo)SALVEMINI 3AE (19 stud. Liceo)LATERZA 2B
(24 stud. Scuola sec. di I gr)
L.U.C.A (Libera Università di Cittadinanza Attiva)FIORE 2D
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
AMALDI 2A
(22 stud. Liceo)
G.E.P.SALVEMINI, 4G (27 stud. Liceo)MICHELANGELO
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
LATERZA 2B
(24 stud. Scuola sec. di I gr)
SALVEMINI 3AE (19 stud. Liceo)
Coop. Soc. Progetto Città ONLUSGRIMALDI-LOMBARDI 2^ (Scuola Primaria)LATERZA 2B
(24 stud. Scuola sec. di I gr)
LATERZA 2C
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
MARGHERITA (15+16 stud. Scuola sec. di I gr)
Comunità Bahà’ì
di Bari
SALVEMINI 3AE (19 stud. Liceo)MICHELANGELO
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
SALVEMINI, 4G (27 stud. Liceo)
Squola senza confini – Penny Wirton Bari OdVLATERZA 2B
(24 stud. Scuola sec. di I gr)
LATERZA 2A
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
FIORE 2F
(24 stud. Scuola sec. di I gr)
LATERZA 2C
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
Convochiamoci per BariFIORE 2F
(24 stud. Scuola sec. di I gr)
ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) SALVEMINI 3AE (19 stud. Liceo)MARGHERITA (15+16 stud. Scuola sec. di I gr)SALVEMINI, 4G (27 stud. Liceo)AMALDI 3B
(17 stud. Liceo)
Artists for Rojana                            AMALDI 1C
(18 stud. Liceo)
FIORE 2D
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
AMALDI 2B
(19 stud. Liceo)
Associazione “La giusta causa”AMALDI 2A
(22 stud. Liceo)
FIORE 2D
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
AMALDI 1C
(18 stud. Liceo)
MICHELANGELO
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
Eugema ONLUSLATERZA 2C
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
AMALDI 2B
(19 stud. Liceo)
LATERZA 2A
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
FIORE 2F
(24 stud. Scuola sec. di I gr)
RESS (Ricerche Educative e Studi Sociali)MARGHERITA (15+16 stud. Scuola sec. di I gr)AMALDI 2A
(22 stud. Liceo)
AMALDI 3B
(17 stud. Liceo)
AMALDI 1C
(18 stud. Liceo)
LibertiamociAMALDI 3B
(17 stud. Liceo)
AMALDI 1C
(18 stud. Liceo)
AMALDI 2A
(22 stud. Liceo)
FIORE 2D
(18 stud. Scuola sec. di I gr)
CGILAMALDI 2B
(19 stud. Liceo)
AMALDI 3B
(17 stud. Liceo)

AUTONOMIA DIFFERENZIATA: E’ UN BENE PER IL PAESE?

a cura di: Luciano Mininni

Caro Vanni,

comincio col farti le mie congratulazioni per la serata organizzata dalla tua Associazione, lunedì 20 presso la sede dell’U.A.A.R.. Una serata con la presenza di due relatori che, senza fronzoli, hanno ben chiarito i contenuti dello sgangherato disegno di legge Calderoli sull’autonomia differenziata.

 Non che avessi una opinione diversa, per quello che avevo sin qui letto sui contenuti della riforma Calderoli, ma le incongruenze di carattere costituzionale, ben rappresentate dai relatori della serata, sono di una tale evidente grossolanità da convincermi ancor di più sulla necessità di respingere l’ennesimo tentativo di dividere il Paese con diseguaglianze a tutto svantaggio del Sud.

Troppe e troppo importanti le materie (23) oggetto della richiesta della Regione Veneto di assumerle con competenza legislativa regionale ignorando e/o sottacendo i contenuti dell’art. 5 tra i principi fondamentali  della Carta sulla natura della Repubblica, una e indivisibile.

Se questa  richiesta veneta trovasse accoglimento, senza la dovuta preliminare ed inscindibile individuazione dei LEP e, soprattutto delle modalità di finanziamento degli stessi (ad invarianza finanziaria) rifuggendo dalla trappola che, in assenza della loro determinazione,  nell’arco di un anno, si tornerebbe (ignorando persino la clausola di supremazia dell’interesse nazionale)  al criterio della spesa storica col quale da troppo  tempo si finanzia la spesa delle Regioni (per cui quelle più ricche al Nord, continuerebbero a ricevere sempre di più rispetto a quelle più povere presenti al Sud).

Non vado oltre, perché già solo questo aspetto se replicato in tutte le Regioni ci porterebbe rapidamente al collasso istituzionale: potendosi registrare venti diversi percorsi normativi in materie come la sanità, l’istruzione, i trasporti, l’alimentazione, la protezione civile, la ricerca scientifica etc.etc.. Il Paese ne uscirebbe sgretolato, con la possibile costituzione (lo scrivo sorridendoci con amarezza) di due nuove realtà geografiche e politiche: la Padania e la Terronia !!!

Le recenti elezioni regionali in Lombardia e in Lazio e la deprimente affluenza alle urne sono un campanello  d’allarme della sempre più scarsa fiducia della popolazione nel ruolo di questi organi di governo del territorio.

Di altro allora ci sarebbe bisogno: l’Europa lo ha detto chiaro e tondo quando ha ritenuto con il PNRR di attribuirci una valanga di risorse destinate a colmare una volta per sempre, adesso  o mai più, il divario storico tra NORD e MEZZOGIORNO. Che vuol dire mettere tutte le Regioni su un piede di parità infrastrutturale prima della individuazione dei LEP e quindi non possiamo che opporci al disegno Calderoli, firmando quella proposta di legge di iniziativa popolare anche on line, come suggerivi, collegandosi al sito web www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it.

Un abbraccio

Luciano MININNI

LEGGI L’ARTICOLO DI ANTONIO GAROFALO

AUTONOMIA DIFFERENZIATA: E’ UN BENE PER IL PAESE?

a cura di: Antonio Garofalo
fotografia Roberta Giordano

Il varo dell’autonomia differenziata avvenuto lo scorso primo febbraio, con il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri (su proposta del ministro Roberto Calderoli), è cosa fatta. Nel pieno silenzio del Parlamento.

Quale coscienza critica, civile, politica, sociale e quanto la forza dei partiti, dei sindacati, delle associazioni di categoria e dei cittadini contrari a tale riforma, potrà tenere unito il Paese per respingere quella che è definita come la “secessione dei ricchi” o un “progetto fumoso” contro l’identità territoriale?

Il motivo di un incontro sull’autonomia differenziata, tra i tanti, sta tutto nel provare a dare almeno qualche risposta a uno di questi interrogativi.

È quanto è stato realizzato ieri sera, nell’incontro pubblico, dal titolo “Autonomia differenziata: è un bene per il paese?”.

Evento promosso dalla Scuola di formazione alla cittadinanza attiva Libertiamoci, con l’adesione delle altre associazioni: “Periplo”, “L.U.C.A.” (Libera Università Cittadinanza Attiva), “Comitato della pace di Bari”, “Officine della Legalità”, “Anchenoi movimento di cittadinanza attiva”.

Dott. Antonio Garofalo

I relatori, prof. Nicola Colaianni (giurista, costituzionalista) e il dott. Lino Patruno (giornalista, saggista, docente). La diversa “estrazione” culturale di entrambi giuridica del primo e storica del secondo (peraltro autore di un libro, pubblicato recentemente “Imparate dal Sud” Ed. Magenes), ha creato le basi per poter dare ai diversi fili tematici la giusta e corretta collocazione dell’argomento.

Il tema infatti non è squisitamente politico, ma giuridico, sociale, economico, geografico e altro.

Prof. Nicola Colaianni

Il prof. Colaianni ha sottolineato, nella parte introduttiva del suo intervento, di come l’autonomia differenziata di per sé non è una lacerazione per il Paese, anzi. Fu prevista dagli stessi costituenti, per le due isole e le regioni di confine con consistenti minoranze linguistiche.
La riforma del 2001 (del Titolo V della Costituzione) ha previsto la possibilità di estenderla anche alle Regioni ordinarie previa intesa con lo
Stato
. Ma “nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119”. Cioè l’istituzione di un “fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante” e la destinazione di “risorse aggiuntive” per interventi speciali. È evidente che se le Regioni non sono allineate sul nastro di partenza, quanto a spesa pro capite e a numero di prestazioni per diritti sociali, il rafforzamento dell’autonomia di alcune di esse non farebbe che aumentare il divario già esistente. Il regionalismo differenziato non potrà mai ridurre le diseguaglianze, perché renderà le Regioni del Centro-Sud — che avranno sempre meno risorse per riqualificare i loro servizi — clienti dei servizi prodotti dalle Regioni del Nord” (Report Gimbe). Ciò vale non soltanto per la sanità. Non a caso i costituenti avevano previsto contributi speciali “particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le isole”. Ma la norma fu cancellata dalla riforma del 2001, anche se poi reintrodotta l’anno scorso, con un’altra modifica costituzionale a favore delle isole ma non pure del Mezzogiorno. Per evitare una sterile contrapposizione Nord-Sud, tuttavia, va rilevato che ogni Regione estranea all’intesa rischia di essere danneggiata, nello stesso Nord, e comunque va tutelato l’interesse nazionale.

Dott. Lino Patruno

Il Dott. Lino Patruno, citando il suo recente libro “Imparate dal Sud, lezione di sviluppo all’Italia” ha detto che il Mezzogiorno è conosciuto per i soliti luoghi comuni Sud piagnone, poco produttivo, palla al piede, gente pigra, poco attiva, non interessata al progresso e all’integrazione col resto del Paese. Il nuovo governo dice che il Sud è in testa ai suoi progetti, ma poi approva l’autonomia differenziata per le tre Regioni più ricche del Paese che accentuerebbe in maniera definitiva il divario.

E invece, a suo avviso il Sud al quale fare giustizia è quello con un livello di servizi e di infrastrutture al pari del resto del Paese. Un Sud per il quale finora è stata violata la Costituzione secondo cui non deve esserci differenza di trattamento a seconda di dove nasci. Il Sud deve poter ripartire a parità di condizioni. Solo allora si potrebbe giudicarlo. Ma non si può iniziare sempre la partita da zero a due come finora.

“Fare il più col meno” Perché il Sud riesce a fare il più col meno. Riesce “nonostante tutto”. Il mio libro (chiede scusa per l’autocitazione) è un sorprendente viaggio in un Sud che non si conosce perché finora raccontato con pregiudizio. Bisogna imparare da questo Sud come si faccia senza i mezzi a disposizione degli altri. E figuriamoci se questi mezzi li avesse come gli spettano. Il Sud farebbe diventare l’Italia una Francia o una Germania.

È ciò che non si riesce a comprendere. Un esempio anche per parlare nel merito dell’autonomia differenziata e in particolare dei “paletti” che dovrebbero contenerla, i cosiddetti l.e.p. (livelli essenziali di prestazioni).

È stata nominata una commissione di “tecnici” (professori universitari, economisti, esperti ambientali, ecc.) per individuarli. Sarebbe stato invece più corretto definire senza nessun dubbio i l.u.p. ossia i livelli uniformi delle prestazioni, per far allineare tutti i territori alla stessa situazione. E invece così infine, si arriverà a creare i l.i.p. ovvero i livelli inutili di prestazioni.

Dott. Maurizio Moscara

Questi in sintesi gli interventi dei relatori ai quali è seguito un dibattito, più che interessante da parte dei partecipanti presenti. Si cita in particolare l’intervento del Dott. Moscara di Periplo, il quale ha sottolineato in modo preoccupato che se per i cittadini, soprattutto quelli del sud sarà sicuramente una riforma negativa in termini di uguaglianza, ancor più grave sarà per chi come gli immigrati chiede al nostro Stato accoglienza e integrazione soprattutto attraverso condizioni di vita e lavoro migliorative.

Ha concluso l’incontro l’intervento il Dott. Vanni De Giosa della Libera Università di Cittadinanza Attiva (L.U.C.A.) augurandosi che in nome dei diritti civili e sociali che tale riforma cerca in ultima analisi di cambiare, nel modo peraltro più iniquo, l’opinione pubblica e associativa, le cittadine e i cittadini tutti possano trovare slancio per opporsi e dar voce a un sentimento di interesse e unità nazionale.

È stato ricordato inoltre che qualcosa per opporci possiamo fare anche noi. Firmando un’apposita proposta di legge di iniziativa popolare (si può farlo anche online con lo Spid collegandosi al sito web (www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it).

Su tale sito curato dal prof. Massimo Villone costituzionalista sono precisati motivi e approfondimenti del perché l’autonomia differenziata così come pensata, appunto non è un bene per il nostro Paese.

LEGGI L’ARTICOLO DI LUCIANO MININNI

GUERRE E GENTI DIMENTICATE

Donatella Albergo

Prendo spunto da questo link segnalato da Antonio (https://www.guerrenelmondo.it/?page=static1258218333) , circa le guerre tuttora in atto nel mondo, per esprimere alcune considerazioni che letteralmente mi bruciano dentro e che non posso trattenere, anche se penso che potrei facilmente essere fraintesa.

Riflettevo sulla disparità di emozioni nella gente e di attenzione dei media fra le varie guerre, vittime e profughi. Tutta la mia partecipazione alla sofferenza del popolo ucraino e la condanna per l’invasore, ma non posso che indignarmi per il silenzio su altre vittime e altre guerre. Non solo silenzio, ma anche respingimento, rifiuto, indifferenza. Otto anni di guerra in Yemen, un paese fra i più poveri al mondo e con bambini che, se sopravvissuti alle bombe, muoiono di fame. Undici anni di guerra in Siria, guerra civile dove un dittatore più canaglia di Putin usa armi chimiche contro il suo stesso popolo. Settant’anni di guerra e occupazione in Palestina, paese scomparso dalle carte geografiche ecc ecc. Non parliamo poi dell’Africa e dei bambini-soldato africani… Il resto lo leggiamo dal link di Antonio…

Per questi bambini, dove sono i riflettori, le telecamere, gli inviati sul campo, gli aiuti e l’accoglienza? Perché l’Europa e l’Italia lasciavano morire in mare bambini e donne incinte provenienti dal cuore dell’Africa? Perché l’Europa si girava dall’altra parte e non poteva ospitare un certo tipo di profughi, anzi pagava stati aguzzini perché li tenessero in lager, lontano dai nostri nasi sensibili, alle porte dei nostri paesi? Perché sulle rotte balcaniche si alzano muri e si fanno morire nella neve gli afgani in fuga dai talebani? Perché per l’Ucraina si parla del diritto di autodeterminazione dei popoli e questo non vale per la Palestina? Dove sta guardando il mondo? Immagino con rabbia come staranno sghignazzando dittatori come per esempio Bashar al-Assad in Siria, per questo momento in cui tutti i riflettori sono rivolti all’Ucraina e hanno mano libera sulla loro terra e sui loro concittadini. E quanti altri Bashar sono ignorati o dimenticati nel mondo, liberi di fare i macellai nel silenzio dei media.

Questi sono più europei, li sentiamo più vicini a noi, ci appartengono di più e siamo più emotivamente coinvolti? Mi sono chiesta: forse è l’attenzione mediatica concentrata sull’Ucraina che ci fa sentire quella terra più martoriata e quei popoli più disperati di altri. Ma nemmeno questa può essere la risposta perché ci sono stati anni in cui i nostri tg erano strabordanti di barconi sull’orlo dell’affondamento perché strapieni di vite umane, bare nei porti di primo approdo, il Mediterraneo ridotto a un cimitero, mani artigliate che nell’acqua cercavano inutilmente un appiglio galleggiante, morti stipati sottocoperta peggio di bestiame, avvelenati per le esalazioni dei tubi di scarico, donne che hanno partorito su barconi, senza nemmeno il diritto al silenzio del privato. Ma gli italiani erano distratti, l’Europa ci rimandava indietro quei disperati o alzava muri ed entrambi sbattevano loro porte in faccia. Eppure la fame uccide come le bombe, anzi più lentamente e crudelmente.

Forse è la paura del nucleare o una guerra troppo vicina che ci fa sentire così buoni in questa attenzione ad intermittenza e solo verso alcuni popoli? Beh, per me non funziona così. Un bambino è un bambino. Un vecchio è un vecchio e una donna incinta ha la stessa cosa nella pancia. Se negli ecosistemi un battito di farfalla da una parte del mondo ha ripercussioni sull’altra metà del mondo, perché non dovrebbe essere così per un essere umano, da qualunque parte provenga?

Io partecipo alle sofferenze degli ucraini, ma condanno in silenzio, l’indifferenza, la resistenza e il rifiuto per altre vittime in guerra e in fuga dalle bombe e dalla fame. Per me si dovrebbe accendere un po’ di luce anche su e per loro.

E spero che in qualche modo Libertiamoci possa farlo.

(Mi scuso per l’eccessiva emotività e la scarsa efficacia argomentativa, ma ho scritto di getto, di pancia e poco di testa, perché mi è veramente difficile rimanere lucida su questo argomento)

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