ESSERE “CITTADINANZA ATTIVA”

di Antonio Garofalo

Essere semplicemente cittadino quale titolare di una soggettività giuridica, è cosa diversa dalla cittadinanza attiva ossia dalla capacità di agire da cittadini responsabili e di partecipare pienamente e consapevolmente alla vita civica, culturale e sociale della comunità.  

La definizione attinta e ottimamente richiamata dall’articolo 1, comma 1 della Legge 92/2019, normativa che ha introdotto l’insegnamento scolastico dell’educazione civica, rimarca (e fa bene) il diverso “peso specifico” dei due concetti.

E ciò è sempre più di rilievo, nel rispetto dei diversi cicli scolastici, nella formazione civica e sociale delle alunne e degli alunni.

Questa “rinnovata” intuizione del legislatore, posta nelle “Linee Guida” della legge ha concretizzato e permesso ad associazioni come “Libertiamoci” di poter realizzare nell’anno scolastico 2020/21 un’iniziativa, nel nostro caso un ciclo di incontri, su temi di rilevante attualità: immigrazione, cooperazione internazionale, legalità, ambiente. E soprattutto poter concludere parlando di antifascismo e della Carta dei diritti del cittadino UE.  

Un ideale connubio tra istituzioni e associazionismo, il giusto risalto alla Scuola che, in tale situazione emergenziale causa pandemia, non è stata a guardare, o a subire l’idea di una comunità vuota, ma si è resa attiva.

Si potrebbe sicuramente dire: “tutto si è svolto all’interno di un monitor”. È indubbiamente vero.

A maggior ragione perciò va riconosciuto un merito più grande, senza ombra di dubbio, per quella che è stata la nostra esperienza, al Liceo Classico “Socrate” di Bari attraverso la dirigente prof.ssa Santa Ciriello e le prof.sse Jessica Garganese e Antonella Castagna ovvero al Liceo Scientifico “Federico II di Svevia” di Altamura attraverso la prof.ssa Mariella Giannuzzi e la prof.ssa Elisa Cacciapaglia. Docenti con le quali –come Scuola di formazione alla cittadinanza attiva– abbiamo collaborato, per dare significato a quello spazio formativo affinché norme, diritti e doveri possano essere interiorizzati traducendosi in atteggiamenti e comportamenti, autentici per la vita scolastica ed extrascolastica.

Al centro del percorso formativo di cui si parla, filo conduttore di tutti gli incontri che si sono susseguiti dagli inizi di gennaio, è stata posta la Costituzione della nostra Repubblica; la Carta come “codice chiaro e organico di valenza culturale e pedagogica”, presentata ai discenti come bussola di valori da cui partire, e da seguire, per intraprendere la realizzazione di obiettivi in grado di essere condivisi, e accessibili a tutti, oltre che fonte d’ispirazione per discipline e attività che si svolgono appunto nella scuola stessa.

A tal proposito è corretto e opportuno citare ora, singolarmente, relatrici e relatori con i relativi temi trattati; un vero e proprio comitato scientifico che ha saputo sviluppare e portare a termine lo scopo che ci eravamo prefissi come associazione: conoscenza, sentimento, riflessione sui significati della storia contemporanea e di recente passato, sulla pratica quotidiana del dettato costituzionale, in relazione anche all’aspetto “sovranazionale” dell’Unione Europea.

Un autentico grazie a:

  • dott. Maurizio Moscara che ha sviluppato il tema dell’immigrazione anche sulla base del libro di cui è autore “Marenostro, naufraghi senza volto”;
  • dott.sa Carla Lucia Leone titolo della sua relazione “Cooperazione internazionale e solidarietà: viaggio attraverso la crisi dei rifugiati siriani in Libano e gli effetti del cambiamento climatico nell’Africa Sudorientale”;
  • dott. Enzo Suma educatore ambientale e naturalista che ha parlato di “Riuso e progetto nazionale di Archeoplastica”.  “Tutela degli ulivi monumentali della Puglia”;
  • dott. Mario Dabbicco fondatore in Puglia dell’associazione “Libera” il quale insieme a Giuseppe Fazio hanno provato a far comprendere “ai ragazzi” il valore educativo delle vittime innocenti di mafia, partendo da una bellissima frase di Giovanni Falcone, “Perché una società vada bene, basta che ognuno faccia il proprio dovere”;
  • prof. Pasquale Martino il quale ha tenuto una lezione dal titolo “Dall’antifascismo alla Costituente. Nascita di una Repubblica”;
  • prof. Nicola Colaianni anche lui ha svolto una lezione su “La cittadinanza attiva nella Costituzione (e nella Carta dei diritti del cittadino della UE)”;

e non ultimi le prof.sse Donatella Albergo, Bianca Maria Fanti, Giuseppina Perrini e la sig.ra Roberta Giordano che per l’associazione hanno creato e si sono impegnate per la migliore riuscita degli eventi, come effettivamente a mio avviso poi è stato. Non me ne vogliate se concludo dicendo che i veri protagonisti, alla fine, sono state le domande, le riflessioni, le sensibilità, i commenti delle “ragazze e ragazzi”, studenti (maturandi e non) che hanno dato vita al dibattito seguito a tali incontri, compresi coloro che sono rimasti in silenzioso ascolto. Sono convinto che i frutti arriveranno.

Parole a sinistra

Data l’attualità del tema, pubblichiamo l’articolo ricevuto dal dott. Maurizio Moscara (Dirigente pubblico presso gli enti locali dipendente del Ministero degli interni; Coordinatore nazionale dell’ente Officine della Legalità; Responsabile dell’Organizzazione di volontariato PER.I.P.L.O), per promuovere un eventuale dibattito sul tema da lui proposto.

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Le parole sono importanti. Le parole contano. Perché non sono solo parole. Sono il nostro biglietto da visita, sono il nostro modo di presentarci. Sono anche il nostro modo di essere, di affermare chi siamo: sono la nostra identità. E vanno scelte con la stessa cura con cui si prescrivono le medicine per un paziente debilitato dalla malattia affinché la cura non finisca con l’essere peggiore del male. Fragili o forti, sussurrate o urlate, sono capaci di demolire o costruire. Non sono mai solo parole. Allora, sceglierle con convinzione diventa importante; anche ignorarle – o evitare scientemente di utilizzarle – è importante e può essere letto come un segnale. Un segnale inequivocabile.

Ebbene, una parola – fondamentale – è la parola “ultimo”, “ultimi”. Farebbe parte innanzitutto del vocabolario della c.d. sinistra se non fosse stata accantonata già da un bel po’. Con coscienza e volontà, come si dice a proposito dei reati dolosi. Eh sì: su quella parola era nato il solidarismo, su quella parola si erano costituite le società di mutuo soccorso, su quella parola si era fondato il sindacalismo, il cooperativismo, lo stato sociale, evoluzione di quello di diritto. Non che gli ultimi non ci fossero mai stati prima, anzi. Ma la rivoluzione industriale e quella francese ebbero il merito di costituire il presupposto per la genesi di una coscienza di classe: il quarto stato, il proletariato urbano e rurale acquisivano, per la prima volta, la consapevolezza di essere stratificazione del contesto di riferimento, si guadagnavano una dimensione sociale; prendevano atto della loro assoggettamento allo sfruttamento e della loro condizione di ultimi, quindi oppressi, e iniziavano a immaginare – cosa più importante – un futuro di emancipazione e di liberazione. Nasceva in quel momento, nei sobborghi urbani, nei capezzali rurali, nelle periferie delle città, il concetto – anzi il sogno – di sinistra poi elaborato dai teorici e filosofi che analizzarono queste fondamentali trasformazioni sociali. Si può tranquillamente affermare che se la storia non avesse prodotto gli ultimi – e dunque gli sfruttati e gli oppressi – il mondo avrebbe potuto fare tranquillamente a meno della sinistra.

Ebbene, quella parola è stata cancellata dalla memoria della sinistra occidentale negli ultimi decenni, per non dire che è stata avversata.

Fu il vecchio e saggio Pietro Ingrao a rendersi conto della perversa mutazione genetica all’inizio degli anni ’90 e a ricordare a tutti che la sinistra deve ripartire dagli ultimi, perché se non riparte dagli ultimi, sinistra non è. E’ un’altra cosa, come è stata un’altra cosa, come è stata una cosa e niente di più.

Tornare alle parole, però, costa perché poi bisogna essere coerenti: non si può parlare da don Chisciotte e comportarsi da don Abbondio. E costa anche perché, per servirsi di quella parola, “ultimi”, bisogna avere coraggio. Quello stesso coraggio che è mancato a chi, di fronte a quel caterpillar che è stato il jobs act, è rimasto nel governo (per uscirne un anno dopo, non si capisce bene per quali motivi); a chi ha taciuto di fronte alla progressiva precarizzazione delle condizioni lavorative iniziata con le riforme Treu, che hanno fatto carta straccia delle straordinarie conquiste del mondo del lavoro tornando indietro nel tempo e riportando le lancette dell’orologio allo status ante 1970; a chi ha coltivato interessi di bottega di fronte all’inarrestabile privatizzazione dei servizi pubblici essenziali; a chi ha fatto spallucce di fronte al progetto di legge sullo ius soli, attendendo che lo scorrere del tempo svuotasse i poteri del parlamento e ne rendesse vana ogni aspirazione; a chi ha ritenuto di non dire nulla circa il progressivo abbandono delle periferie collaborando anzi alla perversa operazione di taglio alla spesa pubblica di ospedali e pensioni; a chi, di fronte alla modifica dell’art. 81 della Costituzione e alla introduzione del principio del pareggio di bilancio in Costituzione ha addirittura votato a favore; a chi dinanzi ad autonomia differenziata e gabbie salariali non batte ciglio, anzi.

Sì: la sinistra ha davvero smarrito la strada perché, in definitiva, ha perso l’anima ed è diventata, appunto, una semplice cosa. Che non è né carne né pesce perché è una entità senza identità, una brodaglia tiepida da somministrare indifferentemente d’estate e d’inverno perché l’oste dice che quello passa il governo e che quella minestra sciapa è comunque meglio dell’olio di ricino (e hai voglia a implorarlo di dire qualcosa di sinistra). Con il risultato che quando poi qualcuno dice che non c’è più differenza tra i due schieramenti politici non lo si può biasimare. E se negli ultimissimi anni una differenza c’è, tutto questo non è dovuto a una sinistra ferma, inerte, indolente, apatica, bensì a una destra che si sta progressivamente radicalizzando, che è riuscita finanche a sdoganare lo spauracchio del fascismo, cosa impensabile quando la sinistra era forza di lotta e di governo, cioè quando aveva l’autorevolezza per ricordare a tutti che il fascismo è un reato in base alla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione; che l’antifascismo è un valore costituzionale e non una semplice corrente di pensiero, perché la Costituzione è antifascista, non in quanto contraria a qualcosa o qualcuno, bensì perché rivendica esattamente tutte le libertà, diritti e conquiste che il fascismo aveva cancellato e che continua ad avversare essendo esso un metodo e non una ideologia nella accezione classica del termine. Ma per una classe dirigente amorfa, anche l’antifascismo poteva essere riposto nell’armadio con un po’ di naftalina: chi può dimenticare il tentativo di una destrutturazione valoriale della Resistenza in nome di una vuota e melliflua pacificazione nazionale?

Aveva ragione il povero don Abbondio quando affermava, dopo il colloquio con il cardinale Federigo, ‘Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare’: proprio quella parola, “ultimi”, comporta infatti una buona dose di coraggio poiché obbliga a compiere una decisa scelta di campo, rende impossibile rimanere neutrali. Come insegna il compianto Luciano Gallino le due vittime principali della restaurazione ordoliberista e turbocapitalista sono state l’uguaglianza e il pensiero critico. Quest’ultimo è stato scientemente destrutturato fino a quando non si è riusciti a rendere incapace di reazione una intera area di opinione che faceva riferimento ai c.d intellettuali di sinistra o progressisti. L’intellighenzia di sinistra è stata così cannoneggiata dai potenti mainstream delle forze neoliberiste e ridotta alla resa in breve tempo. Un esempio? Quando si discute di risorse, quando si chiedono soldi per la crisi determinata dal Covid, arriva subito il sorrisino ebete dell’economista presunto progressista di turno che alza il dito e chiede: E dove sono le risorse con la situazione di debito che abbiamo e con tutta la povertà che c’è in giro?

In realtà, le risorse ci sono. Eccome. Poiché, altrimenti, non si spiegherebbe come mai negli ultimi 30 anni e, in particolare a partire dalla Grande Recessione del 2008, la forbice tra ricchi e poveri si sia divaricata, il numero dei più ricchi si sia ridotto con un aumento contestuale dei loro patrimoni e il numero delle persone più povere si sia invece incrementato con una diminuzione delle risorse a loro disposizione; e come mai, infine, la classe media continui, costantemente e progressivamente, a perdere pezzi. Tra l’altro, è normale che la ricchezza di un Paese aumenti con il passare del tempo salvo che non vi siano fattori patologici a deviare il corso degli eventi: in un tempo relativamente breve aumentano le conoscenze, le tecnologie e i saperi; l’uomo si evolve, scopre nuove tecniche, ad esempio come incrementare i raccolti, rinviene nuove fonti energetiche per preservare il pianeta e ridurre conseguentemente le spese collegate ai danni prodotti dall’inquinamento. In effetti il PIL mondiale aumenta ogni anno. Perché il problema è piuttosto quello della concentrazione dei beni e della distribuzione delle ricchezze; quello della disponibilità e della accessibilità delle risorse; quello della utilizzazione dei capitali, della loro allocazione, della selezione dei destinatari.

Su tutto ciò la sinistra occidentale non dice nulla da trent’anni: si limita piuttosto a subire l’imposizione di modelli ingiusti di distribuzione del reddito estranei alla propria impostazione teorica, perdendo progressivamente la propria capacità reattiva. E questo avviene perché si è deciso di sacrificare tutto sull’altare del dio denaro elevando a dogma assoluto il modello di sviluppo capitalista e il sistema di produzione e distribuzione dei beni e di accesso ai servizi da questo imposto. Non è un caso, a proposito di linguaggio, che la c.d. sinistra abbia adottato un idioma, un gergo, ritenuto semplicemente ostile fino a pochi anni perché deputato a demolire tutto ciò che fosse pubblico, che appartenesse allo stato, alla collettività, alla comunità. Privatizzazione dei servizi pubblici, razionalizzazione della spesa pubblica, flessibilità del rapporto di lavoro, libertà del datore di lavoro nella gestione dell’azienda. Erano e sono le parole dell’ipocrisia, usate per non pronunciare i termini che invece evidenziano con chiarezza lo stato reale delle cose: accaparramento, riduzione, precarizzazione, licenziamenti. E ci voleva un papa a sollevare il problema, provocando l’ira di una parte consistente dei poteri che dominano il mondo e che sfruttano i popoli.

La sinistra non è sinistra se non abbandona quel linguaggio e non denuncia con determinazione che questo perverso modello di sviluppo è fallito e non va riformato, va sostituito. Non è sinistra se non coltiva almeno l’idea di costruire un modello alternativo. Non è sinistra se parla di transizione ecologica e non di conversione ecologica; di riformismo e non di alternativa; di condizioni che determinano disagio sociale e non di situazioni di ingiustizia sociale. Non è sinistra se non parla delle cause di impoverimento degli stati, delle cause di sfruttamento dei popoli.

Sì, le parole sono importanti e la sinistra le ha perse per strada perché ha smarrito proprio la strada. E tuttavia adesso è giunta l’ora di liberarsi dal pesante fardello che ha schiacciato il pensiero progressista e socialista occidentale. Perché adesso? Perché siamo alla vigilia della più grande trasformazione sociale ed economica del mondo dal secondo dopoguerra ad oggi: il virus ha messo a nudo i difetti di un mondo costruito sulla finanza e sull’economia che si è trovato impreparato dopo aver smantellato ospedali, medici, infermieri, dopo aver ridotto la spesa pubblica per ricerca scientifica e medica. Il nostro mondo è un mondo nudo di fronte alle grandi difficoltà, incapace di difendere le persone. E poi da questa crisi emerge potenzialmente un nuovo senso di comunità perché è evidente che per battere il virus e la povertà che ne è conseguita servono coordinamento, cooperazione e solidarietà globale: ci accorgiamo di aver bisogno gli uni degli altri come mai accaduto prima. Questa crisi ha messo in luce le differenze sociali enormi che non possono essere più accettate; ha evidenziato un sacrificio dell’idea di pubblico e di collettività che ha determinato danni sulla comunità e su ciascun individuo; ha lasciato sole le persone perché sino a questo momento hanno cercato di convincerci su quanto sia giusto dare centralità a individualismo, competitività, produttività.

In realtà, gli “ultimi” sono il centro della politica, non un aspetto, non un dettaglio, non un tema di essa. Prendiamo ad esempio le persone migranti. Nei contesti sociali occidentali sono fisiologicamente gli ultimi, come se ciò fosse quasi ordinario: anzi, sono gli ultimi degli ultimi, i deboli dei deboli, gli oppressi degli oppressi. Anche nelle realtà cosmopolite (New York, Londra, Parigi) il rischio di esclusione e di emarginazione tocca con maggiore frequenza i migranti: livello degli stipendi, qualità dei posti di lavoro, scarsità di incarichi di prestigio, posizione sociale, necessità di accesso ai servizi sociali, propensione alla devianza, sono elementi fortemente indicativi della condizione di generale marginalità di chi non è autoctono. Orbene, il grado di attenzione che una società riesce a prestare a queste persone, costrette ad una posizione di oggettivo svantaggio, è emblematico della sensibilità che la stessa comunità riserva a tutte le situazioni di esposizione, fragilità e sofferenza. Non si può avere sensibilità per l’italiano povero e non per il mendicante straniero; non si può provare compassione per il disabile del proprio condominio e non per quello che abita in periferia; non si può intervenire in favore della famiglia disagiata di colore bianco e chiudere le porte in faccia a quella di altro colore. Non si può perché la cura dei deboli funziona esattamente come la cura dei malati (trattandosi appunto di cura): come un medico – in conformità al giuramento di Ippocrate – non può fare distinzione tra malato e malato, così una società non può discriminare al suo interno elaborando un concetto di maggiore o minore diritto, di maggiore o minore prossimità. E non si può perché tale ragionamento tenderebbe inevitabilmente a ridurre in modo progressivo la platea degli aventi diritto alle prestazioni sociali. Siccome le risorse economiche sono limitate, si metterebbe in moto un meccanismo di costante riduzione di chi è considerato meritevole di intervento fino al momento in cui, radicalizzando il ragionamento, ciascuno di noi potrebbe rimanerne vittima. E sì. Perché il concetto di “ultimo” non è un concetto fisso, stabile, statico ma è fluido, mobile, dinamico: “ultimo” non è solo il migrante arrivato con il barcone, ma è anche il quadro licenziato dalla grande multinazionale che delocalizza all’estero la manodopera; oppure il capofamiglia che si trova all’improvviso senza lavoro, senza casa, senza contesto di riferimento; o il commesso della boutique del centro che chiude a causa degli effetti del lockdown; o la famiglia monoreddito che stenta ad arrivare alla quarta settimana del mese. “Ultimo” può diventare ciascuno di noi. “Ultimo” è chi si trova improvvisamente in uno stato di bisogno che nella sua mente aveva scartato totalmente come ipotesi.

Ecco perché l’argomento “Ultimo, ultimi” dovrebbe costituire la preoccupazione principale di ogni sforzo politico, il cuore di ogni politica di sinistra, diretta a salvaguardare prima di tutto le condizioni difficili delle persone che versano in uno stato di maggiore difficoltà per poi, gradualmente, interessarsi degli altri.

I care, ho a cuore, mi interesso dell’altro, certo. Come diceva don Milani, però; non come una certa sinistra che, mentre cavalcava comizi e convention con questo detto, stringeva alleanze con i più forti, con quelli cioè che costituiscono ancora oggi la causa principale di quel processo di impoverimento e di quella operazione di disuguaglianza che attanagliano la nostra società e che stanno, progressivamente, cancellando la classe media.

Allora, la sinistra riparte dagli “ultimi”. “Ultimi”: questa parola che deve catturare la sua attenzione, che non deve permettere distrazioni, ben numerose in questi ultimi trent’anni in cui, non a caso, il consenso ai partiti occidentali di sinistra si è spostato dalle periferie sempre più sporche ai centri urbani sempre più eleganti: dai poveri ai ricchi, dagli oppressi agli oppressori. Ed è così che ha preso forma la sinistra dei talk show, dei salotti, delle nicchie, delle elite, spogliata della sua anima, incapace di rimboccarsi le maniche e di sporcarsele. Quella sinistra condannata a cercare di recuperare terreno sul piano dei diritti individuali (dimenticando che nelle democrazie liberali, questi sono un patrimonio di tutti: in GB è stato Cameron a promuovere e approvare la legge sulle unioni gay). Archiviando così la centralità dei diritti sociali che esprimono una condizione del tutto e dei tutti, che non appartengono al singolo ma che si identificano nella collettività. Perché, se è vero che l’uguaglianza senza libertà può diventare autoritarismo è anche vero che i diritti senza uguaglianza diventano privilegio: consentito a chi se lo può permettere perché ha già messo a posto tutto il resto. A fare parte uguali tra diseguali si commettono le peggiori ingiustizie (sempre don Lorenzo Milani) perché l’uguaglianza è giuridicamente concreta solo quando essa costituisce salvaguardia della libertà diseguale. Altrimenti è formalismo giuridico, propenso e funzionale a mantenere le distinzioni e i privilegi presenti nella società civile. Come accade con il famoso brocardo in base a cui La legge è uguale per tutti: che non è vero perché il diritto è più eguale per chi ha la possibilità di pagarsi gli avvocati migliori e di sfruttare così i meccanismi e le procedure in modo a sé favorevole. Il formalismo giuridico garantisce le libertà solo in modo astratto ed è questo il vortice da cui si è fatta inghiottire la sinistra occidentale tra la fine del XX secolo e l’inizio di questo. Il dibattito si è così concentrato sui diritti civili poiché essa non aveva più niente da dire su quelli sociali, finiti nelle fauci di un neoliberismo vorace e predatorio, inghiottiti dal totem dell’efficientismo a ogni costo, da quell’idea economicista e monetarista della società in base alla quale le persone vengono dopo, essendo merce. Una specie di sorpasso a destra del liberismo classico, se così si può dire. Non più e non solo il lavoratore come merce ma la mercificazione della persona, la conversione in chiave economica dell’essere umano che ha diritto alla vita in quanto in grado di produrre. Vacca da mungere fino alla pensione: e dunque innalzamenti continui dell’età pensionistica e riduzioni costanti del trattamento economico spettante; così, tagli di spese alla sanità lasciando maggiormente in difficoltà chi la visita o l’esame privato in poco tempo non se lo può permettere e deve aspettare i tempi di una sanità pubblica martoriata dalle misure di contenimento (fiscal compact e crimini del genere).

Si chiama cultura dello scarto e si pratica mediante l’eugenetica: cioè la selezione dei più deboli. Tremendamente coerente con la dottrina neoliberista e sciaguratamente attuale nella gestione del Covid da parte dell’occidente (e non solo): la morte di poche persone (in numero assoluto), specialmente trattandosi degli anziani e dei più deboli, è stata ritenuta un sacrificio accettabile perché nel frattempo l’economia doveva girare. Quando il numero delle vittime è aumentato e, inevitabilmente, si è scoperto che non sono solo le persone più anziane ad avere problemi, è ripartita una politica delle chiusure più rigide ma solo perché il fenomeno rischia comunque di provocare dei danni a livello economico.

Ebbene, per la sinistra è giunto il tempo di andare alla ricerca, di recuperare le parole perdute, di prendersene finalmente cura per farle crescere di nuovo: “ultimi”, “oppressi”, “sfruttati”; e poi “fragili”, “vulnerabili”, “soli”; e ancora “deboli”, “esposti”, “sensibili”. Dare nuova linfa a queste parole significa scegliere da che parte stare, preferire una parte del campo, evitare di rimanere al centro, evitare di farsi consumare da uno sterile riformismo che ha prodotto vuoti apparati partitici e vanagloriosi comitati elettorali, rinunciando alle proprie idee sepolte da una terminologia vuota e inconsistente: stakeholder, management, governance, spending review, accountability. Espressioni funzionali alla menzogna, all’inganno, utilizzate per raggirare quella gente, quelle comunità, quella grande parte di popolo che aveva a lungo coltivato il sogno della sinistra: e cioè la speranza in un futuro di emancipazione e di liberazione. Quando Tarantelli affermava che L’utopia dei deboli è la paura dei forti, lui che era riformatore e non riformista, si riferiva proprio a questo: al coraggio delle parole che la sinistra ha perso.

Parte proprio dalle parole la riscossa della sinistra sulla quale grava una grande responsabilità, derivante dal fatto che la destra liberale, libertaria e democratica non esiste quasi più: Churchill, Khol, Chirac, La Malfa, Rothard non ci sono più. Esiste un’altra destra, strettamente legata al ventennio e agli anni bui della Repubblica. Si tratta cioè di affrontare la sfida decisiva perché lo scontro finale è arrivato alle sue estreme conseguenze e perché così ha voluto la storia: scontro che si definirà o in una condizione di emancipazione più o meno permanente e stabile delle classi subalterne, come sembrava stesse accadendo nell’Europa degli anni ’60/70 dello scorso secolo, o nel nuovo asservimento, nella nuova schiavitù.

Adesso è il tempo: la sinistra deve ritrovare le parole giuste per fare pace con la propria coscienza, che poi significa fare pace con la propria gente, quella che tradita dai propri punti di riferimento a casa propria si è buttata tra le braccia dell’ammiccante avversario. Come è successo a Mirafiori, nelle periferie delle grandi città, nelle campagne del tavoliere pugliese, nelle miniere del Sulcis, in parte di quella roccaforte rossa che dal Delta del Po’ all’Argentario, passando per gli Appennini, taglia in due lo Stivale. Bisogna fare pace proprio con loro: con gli “ultimi”.

E non c’è più tempo, non si può prendere ancora tempo, non si più perdere tempo. Perché ne è stato già sprecato tanto: abbiamo buttato al vento in questi anni intelligenze e risorse, abbiamo sprecato idee, abbiamo disperso energie e giovani. E ci siamo ingrigiti, appiattiti, omologati. Imbastarditi. Sostanzialmente siamo stati proni. E abbiamo ricusato le visioni e le utopie, abbiamo abdicato a ogni spinta verticale, abbiamo rinunciato alle parole su cui un sogno, quel sogno, era stato faticosamente costruito. Ma ora non c’è più tempo.

Gli “ultimi” non possono più aspettare.

Maurizio Moscara

“Mare nostro, naufraghi senza volto”: incontro associativo con i giovani maturandi del liceo “Socrate” di Bari

Il primo appuntamento inserito in un ciclo di quattro incontri, si è svolto giovedì 7 gennaio 2021.

L’Associazione di cittadinanza attiva “Libertiamoci” anche per quest’anno ha promosso, in collaborazione con le Istituzioni scolastiche, dei momenti di incontro, dialogo, confronto, a favore dei discenti, su temi attuali e correlati alla “vita civica, culturale e sociale della comunità”.

La scelta di individuare la scuola come destinataria delle nostre attività, nasce dal fatto che essa si pone, a nostro avviso, come ambiente di apprendimento non soltanto degli alfabeti della cultura, ma anche degli alfabeti riferiti alle relazioni sociali e civili. Uno spazio formativo in cui le norme, i diritti e doveri possano essere interiorizzati traducendosi in atteggiamenti e comportamenti per la vita scolastica ed extrascolastica.

Affermazione quella predetta che ben si coniuga con gli obiettivi, scopi che sono anche richiamati nelle linee guida, adottate in applicazione della legge n.92/2019, recante appunto l’introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica.

La legge afferma la necessità che la Scuola, possa generare comportamenti improntati a una “cittadinanza consapevole, non solo di diritti, dei doveri e delle regole di convivenza, ma anche delle sfide del presente e dell’immediato futuro”.

Il primo appuntamento si è svolto giovedì 7 gennaio 2021 con l’incontro di due classi di maturandi del liceo classico “Socrate” di Bari, coordinate dalla prof.ssa Antonella Castagna.

Si è parlato di immigrazione con il dott. Maurizio Moscara, autore del libro “Marenostro, naufraghi senza volto”.

L’introduzione si è incentrata sul significato di “cittadinanza attiva” ossia acquisire la consapevolezza che essendo ciascuno di noi parte integrante del proprio quartiere, della propria città, di una nazione, di un continente, del mondo intero: dobbiamo fare la nostra parte.

È infatti nel “partecipare” che quel “partem capere” latino, può tradursi “nel prendere una parte del mondo e trasformarlo, in proporzione a quanto attivi siamo come cittadini”.

Pertanto è proprio la partecipazione che rende il cittadino comune un cittadino attivo, e quindi che mette ciascuno di noi nella condizione di promuovere, proporre, impegnarsi, insieme, per migliorare la nostra società.

Come si acquisisce questa consapevolezza?

La risposta è attraverso dei riferimenti validi e comuni. In primis la Costituzione della Repubblica Italiana, poi il sapere (come informazione e conoscenza) e il sentimento: nel concreto, amore per la cosa pubblica.

Nel corso dell’incontro in video-conferenza sono stati letti brani e poesie tratte dalla stessa opera, da parte di Irene Coropulis e Hashim Frough. Hanno interpretato e dato “voce alle voci di chi in vita, non ha avuto il diritto di essere donna o uomo, bambina o bambino”. Racconti di chi fuggiva da violenze, persecuzioni, fame, guerre ed “ora giace nel Mediterraneo a due passi da casa nostra”.

È stato un modo per parlare della nostra città, di quell’ 8 agosto del 1991, di quando il sindaco di Bari Enrico Dalfino fu svegliato poco dopo l’alba, intorno alle 6, da una telefonata della capitaneria di porto che aveva appena avvistato una nave a largo di Bari: si chiamava «Vlora», con il suo carico di quindicimila vite disperate in fuga dall’Albania. Egli si recò subito al porto, prima ancora che la Vlora sbarcasse. A Bari non c’era nessuno del mondo istituzionale, erano tutti in vacanza, il prefetto, il comandante della polizia municipale, persino il vescovo era fuori. Egli però non immaginava di lì a poche ore quello a cui stava andando incontro. Una marea di disperati, assetati, disidratati, che fu l’unico appunto ad accogliere. Sono persone – ripeteva – persone disperate.

Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro ultima speranza.
Così però non la pensavano il Governo e soprattutto l’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che etichettò il sindaco di Bari come “cretino” e pretese delle scuse proprio per il suo comportamento umanitario. Le stesse frasi oggi sono divenute un “monumento” in linguaggio morse, emblematiche e campeggiano su un palazzo del waterfront di San Girolamo. Ricordo indelebile di quel momento per la città, e non solo.

L’incontro poi è proseguito con altri interventi e aspetti sul tema.

Il prossimo incontro si terrà nel mese di febbraio e s’intitolerà “Cooperazione internazionale e solidarietà: viaggio attraverso la crisi dei rifugiati siriani in Libano e gli effetti del cambiamento climatico nell’Africa Sudorientale”. Relatrice la dott.ssa Carla Lucia Leone.

Elezioni Regionali Puglia 2020

“Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Lo afferma la Costituzione.

È anche atto di fiducia in un’idea di politica che realizzi (o provi a farlo) le aspirazioni di tutti, indistintamente.

La Scuola di Formazione alla cittadinanza attiva “Libertiamoci”, perseguendo tale principio democratico riguardante la scelta dei propri rappresentanti di governo territoriale, ha proposto ai candidati Presidenti della Regione Puglia, di inviarci il loro programma politico, evidenziandone priorità e punti salienti, in caso di elezione.

Scopo della richiesta,  è stato unicamente quello di rendere disponibili tali documenti, per tutti i cittadini, sul blog www.liberiamoci. bari.it , che potranno così prenderne visione, approfondirli, e rendersi partecipi con eventuali, brevi commenti e domande.

E’ sicuramente un’iniziativa proposta in par condicio, che invita al voto e chiama eletti ed elettori a una maggiore consapevolezza, impegno e responsabilità.

Pubblichiamo di seguito, come promesso i programmi pervenuti.  

Buona lettura.
Antonio Garofalo

Il programma del candidato Pierfranco Bruni (candidato alla Presidenza della Regione Puglia per Fiamma Tricolore): PROGRAMMA POLITICO

Il programma del candidato Andrea D’Agosto (candidato alla Presidenza della Regione Puglia per Riconquistare l’Italia): PROGRAMMA POLITICO

Il programma del candidato Michele Emiliano, sia in versione short che completa: www.micheleemiliano.it

Il programma della candidata Presidente Antonella Laricchia, sostenuta dalla lista MOVIMENTO 5 STELLE e dalla lista civica Puglia Futura: https://drive.google.com/drive/u/0/folders/1GV4Fhkvmub19k1DKAZExM1plCl0-PpQI
programma esteso: https://www.antonellalaricchiapresidente.it/programma.php

Referendum 2020 le ragioni del SI e del NO!

Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Lo afferma la Costituzione.

Per aiutare i Cittadini ad esprimere un voto consapevole e responsabile a proposito del referendum costituzionale del 20 e 21 settembre, e nel rispetto della par condicio, pubblichiamo le ragioni del NO espresse dalla coalizione PCI, Rifondazione Comunista e Risorgimento Socialista per “Lavoro Ambiente Costituzione” e le ragioni del SI’ espresse da un rappresentante del Movimento Cinque Stelle di Puglia che ha inviato questo articolo. I lettori potranno prenderne visione, riflettere ed eventualmente esprimere i loro commenti.

Vi ricordiamo il testo del quesito referendario:

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente”Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n.240 del 12 ottobre 2019?»

PER IL “NO”
https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/volantino-campagna-referendum-20-21-settembre-iovotono/

PER IL “SI”
https://medium.com/@simonepiunno/perché-voterò-sì-al-referendum-a733dc2b1ffa

“La città è un libro aperto che racconta una storia tutta da scoprire”

intervista di Antonio Garofalo a  Rossella Mauro

Partendo da un progetto, ideato dalla nostra associazione e non realizzato, “Tracce di Storia nel mio Quartiere”, a causa del Covid-19, ho sentito la necessità di farlo “ripartire” idealmente, con chi studia e vive la città di Bari, descrivendola, nelle sue bellezze. Parlo di Rossella Mauro insegnante e scrittrice. Questa intervista poi mi ha dato lo spunto per parlare, con lei di “scuola elementare” e dell’esperienza “irreale” e inaspettata di quest’anno vissuta dai bambini.

Il “distanziamento interpersonale” imposto dal coronavirus, ha determinato il “vuoto” non solo della comunità, compresa quella educativa, come la scuola di ogni ordine e grado, ma anche di alcune iniziative che erano state pensate proprio per la didattica.

“Tracce di storia nel quartiere” è una di queste. Promossa dalla scuola di formazione alla cittadinanza attiva “Libertiamoci”, con il patrocinio del Primo Municipio di Bari e dell’UNICEF avrebbe dovuto riappropriarsi e rivitalizzare alcuni “elementi smarriti”, come è stato scritto nella presentazione di tale evento. Un progetto pensato per le scuole medie a cui poi si sarebbero aggiunte le scuole elementari, pensate per i quartieri del Municipio I, tra cui appunto Libertà, Murat e altri.

“Negli anni che viviamo, sempre più frenetici e convulsi, si corre il rischio di incorrere nella superficialità e nel disinteresse, dimenticando le proprie radici e le capacità di analizzare consapevolmente il presente e il vicino che sono il risultato di un lontano. Partendo dalla convinzione che conoscere sé stessi, i luoghi di appartenenza e le proprie radici sia il primo passo per la condivisione, l’apertura mentale e l’accoglienza, il progetto prova a risalire, attraverso la scoperta di tracce di una storia “minore”, alle coordinate del nostro tempo”.

E’ chiaro che per il prossimo anno scolastico, in “presenza”, le finalità di tale progetto sono tutte pronte per essere realizzate: guidare i giovani nella comprensione del valore storico e artistico di elementi architettonici, scultorei, grafici e di varia natura presenti nel quartiere. Promuovere la ricerca e l’analisi degli elementi storico-artistici dei beni culturali, anche minori. Promuovere messaggi di comunicazione sociale. Stimolare la creatività e l’espressione artistica. Guidare gli studenti nel passaggio dalla conoscenza degli elementi osservati al rispetto del quartiere, della città, del Paese, del mondo.

Io penso che per parlare di scuola e della storia del proprio quartiere, non c’è persona più appropriata di Rossella Mauro, laureata in pedagogia, insegnante di scuola elementare e autrice di libri, due su tutti, “speculari” tra loro: “A spasso per Bari Vecchia” e “A spasso per Bari nuova”, per ragazzi e più piccoli.

Com’è stato quest’anno scolastico nella scuola elementare dove insegni?

Sicuramente l’anno scolastico appena concluso sarà ricordato nella storia come il primo anno in cui una “relazione educativa” è avvenuta a distanza. Distanza e relazione: due termini non complementari, anzi all’antitesi. Proprio perché persone, non possiamo immaginare la relazione senza il coinvolgimento fisico di tutto il nostro essere: la parola si modula afferrando la risposta di chi ascolta e la risposta è non solo nella parola, ma anche e soprattutto nello sguardo e in tutto il corpo che tende all’altro. Quante volte, durante una videolezione, dall’altro capo del monitor scorgevi chi tranquillamente era sprofondato in un divano o consumava una merenda o parlava con la mamma che in quel momento passava nella stanza! (quando non si sostituiva all’alunno!) E non poteva la voce dell’insegnante o il suo sguardo o una carezza richiamare l’attenzione … perché? Perché era semplicemente DISTANTE. E la distanza fisica poteva facilmente trasformarsi in una distanza delle menti o del cuore. Nella nostra scuola, come in tutte le scuole, all’inizio ci si è trovati tutti un po’ impreparati. L’informatica era già entrata nella didattica, nel nostro istituto quasi tutte le classi sono fornite di LIM. Si era, però, impreparati all’uso delle piattaforme e delle classi virtuali. Dopo il primo disorientamento, i docenti si sono attrezzati per rispondere alle nuove esigenze. La quasi totalità degli alunni è riuscita a seguire le lezioni a distanza con computer, tablet o semplici cellulari.

Inoltre, noi docenti abbiamo compreso che era importante prestare attenzione agli stati d’animo, ascoltare i racconti degli alunni che vivevano una situazione inaspettata quanto inadatta alla loro età e non solo.

Sono nati allora dei progetti che hanno cercato di coinvolgere emotivamente gli alunni: scrivere filastrocche sul Covid o raccontare la nuova vita da reclusi. Alcune classi hanno partecipato virtualmente ad una gita ad Urbino organizzata dall’Università di quella città. Si è lavorato, insieme ad altre classi, per progetti comuni: è stato realizzato un padlet su San Nicola, abbiamo terminato il progetto Palimpsest con l’Università di Bari che ha visto i bambini raccogliere la testimonianza dei nonni per recuperare antiche tracce narrative sulla città. Infine, più classi hanno partecipato attraverso un gioco virtuale creato dai docenti, ad una caccia al tesoro per le vie della città vecchia.

Scuola a “distanza” ovvero “in presenza”: possono a tuo avviso coesistere? Quale il tuo punto di vista?

Nel momento in cui la scuola avviene “in presenza” non credo ci sia bisogno di “distanza”. Ovviamente l’uso di alcuni programmi o di piattaforme può migliorare alcuni lavori scolastici. Penso, per esempio, al gemellaggio con un’altra classe e all’utilizzo di zoom per una videoconferenza.

Cosa fare nel prossimo anno scolastico per rigenerare una “comunità vuota”, come da più parti è stata definita quest’anno la scuola, compresa quella media ed elementare?

Bisognerà ripartire da una riflessione sul momento storico che abbiamo vissuto, analizzare le emozioni e i sentimenti provati nel periodo di chiusura. È fondamentale ripartire dalle relazioni. La lontananza ne ha fatto comprendere il valore e la necessità. In una comunità scolastica così rinsaldata, si può creare quel clima positivo che è alla base del processo di apprendimento e da cui nasce di conseguenza la “voglia di scoprire” e di scoprire “insieme”.

“Tracce di storia nel proprio quartiere”: quanto secondo te a livello didattico si investe sui luoghi “emblematici” o significativamente “minori”, in termini di storia e ricerca di elementi artistici, culturali, che parlano attraverso i nostri quartieri, della storia di Bari?

Negli ultimi anni fioriscono sempre più proposte didattiche attente alla storia della città. Da parte mia ritengo che attraverso la storia locale si possa comprendere meglio la storia generale. La nostra storia è un frammento della storia dell’umanità, per questo, costruendo la propria identità culturale si possono riconoscere le altre identità culturali e, tramite il confronto, individuare analogie e differenze. Durante la mia carriera professionale ho sempre insegnato storia partendo dal vicino sia che fossi al San Paolo o al quartiere Libertà o nel Murattiano. Credo che negli ultimi anni si siano fatti numerosi passi avanti. Le nuove generazioni conoscono meglio Bari, alcune vicende legate alla sua storia, i suoi monumenti. Venti anni fa, quando ho scritto il mio primo libro “A spasso per Bari vecchia”, molti baresi avevano paura a metter piede nel centro storico. Ora non è più così: molti docenti approfondiscono con gli alunni la storia locale e ai ragazzi piace entrare nella città vecchia per una lezione dal vivo. Sì, perché Bari vecchia e così tutta la città è una grande aula all’aperto. Ancora molto c’è da fare perché la storia locale entri nel curricolo di studio a pieno titolo: corsi di approfondimento per i docenti, maggior numero di ore per laboratori storici, flessibilità e apertura all’interdisciplinarietà.

Ma io sono ottimista e credo che un po’ di amor proprio sia scattato nei baresi.

E infine: quale consiglio dare ai più piccoli e ai ragazzi, durante queste vacanze, appena iniziate?

Il mio consiglio per le vacanze? Guardarsi intorno e farsi prendere dalla curiosità di scoprire ogni dettaglio. Osservare con occhi nuovi quello che ci sta davanti e chiedersi: perché è lì? da quanto tempo? chi lo avrà messo? … e porsi mille domande ancora.

E poi? Cercare delle risposte.

Perché la città è un libro aperto che racconta una storia tutta da scoprire.

                  

 

 

 

Costituzione e cittadinanza: prova d’esame superata

Promosso alla fine del percorso didattico e scolastico 2019/2020, un incontro virtuale con discenti (maturandi) e docenti. L’esperienza della Scuola di Formazione alla cittadinanza attiva “ Libertiamoci” con alcuni Licei di Bari, Molfetta e Altamura.
(a fine articolo i link per visualizzare le interviste)

La parola “cittadino” si riempie di contenuti quando si scoprono e coltivano i diritti che esserlo realizza, come i doveri che immancabilmente siamo chiamati a compiere.

D’altro canto non basta dire di essere un bravo cittadino, se poi non si costituisce insieme ad altri la partecipazione, la sensibilità al benessere comune e una cultura civica che deve essere patrimonio di tutti.

Siamo sempre stati convinti come associazione che gettare tale seme in un terreno fertile, quale quello della scuola, potesse dare sempre tanti e buoni frutti.

E’ ciò che si è fatto, con l’iniziativa promossa dalla Scuola di formazione alla cittadinanza attiva Libertiamoci che si è sviluppata con la partecipazione di alcuni licei di Bari (Salvemini, Scacchi, Fermi), di Molfetta (Rita Levi Montalcini), Altamura (Federico II di Svevia) e proseguirà, nel futuro me lo auguro con altre scuole.

Il tema è “Costituzione e Cittadinanza”, materia che quest’anno costituirà prova di esame di Stato.

Cosa ha realizzato tale progetto. Abbiamo promosso alla fine del percorso didattico e scolastico 2019/2020, un incontro virtuale con discenti (maturandi) e docenti, sull’argomento di cui si è detto. Materia, come i docenti interpellati hanno ribadito, che abbraccia molteplici discipline, in particolare: diritto, storia e filosofia.

Abbiamo posto alcune domande, ai discenti e docenti, che hanno mosso riflessioni e considerazioni, più che significative, sul percorso formativo intrapreso.

Interrogativi che hanno innestato un proficuo dibattito a tutto vantaggio di chi, come noi, si è sintonizzato all’ascolto degli intervistati.

Per ogni scuola che ha aderito, è stato creato un video, quale documento qualificato di confronto, dialogo, discussione, sul tema della Carta fondamentale dello Stato e della cittadinanza, ascoltando, coloro su cui si innesterà il cammino futuro della nostra società.

La nostra associazione, è sorta nel 2013 e ha sempre avuto come finalità quella di trasmettere soprattutto ai più giovani il valore autentico dell’essere cittadini. Gli eventi, dibattiti, incontri con e per i cittadini, progetti e iniziative nelle scuole, approfondimenti formativi, di denuncia e miglioramento dell’ambiente urbano e non, come potremmo ben dire la storia delle nostre attività, è tutta racchiusa nel blog Libertiamoci.Bari.it

“Costituzione e cittadinanza”, poi, collegata ai programmi del M.I.U.R. , si coniuga con i propositi previsti dal nostro statuto. E’ vero lo dice bene la legge ispiratrice di tale nuova disciplina: “non si può prescindere da una Scuola quale laboratorio permanente di partecipazione e di educazione alla Cittadinanza attiva”… Ne siamo più che convinti e ne abbiamo toccato con mano i risultati. E di questo va dato merito all’impegno e professionalità degli insegnanti. Su tale disciplina, superfluo è il ribadirlo, andrebbe investito, anche nei prossimi anni.

Sappiamo quanto per gli studenti, quest’anno scolastico, il “presente”, sia e continua ad essere denso di difficoltà, di quanto costa non relazionarsi emotivamente tra di loro e con gli educatori. E di tante altre cose che mancano nella scuola a distanza. Ecco perché è indubbio, il modo positivo di come proprio i giovani stanno superando tale emergenza. Una vera e singolare lezione di cittadinanza attiva, oltre che già di maturità.

Sarà anche perché l’attualità sta dimostrando come sia sempre più avvertita l’idea e la consapevolezza di appartenere ad una comunità. Di come l’azione dei singoli e i comportamenti di ciascuno di noi debbano essere partecipati, solidali, consapevoli per il benessere comune.

Cos’è quindi la cittadinanza attiva. E’ l’idea di appartenere a una collettività (politica, sociale), condividerne i valori, rendere concrete delle azioni che possano migliorare la società stessa. Soprattutto impegnarsi a farlo insieme ad altri cittadini.

All’indomani della seconda guerra mondiale, subito dopo la nascita della Repubblica, nonostante il momento non facile del nostro Paese, innanzitutto cittadini come noi, eletti in una commissione costituente, partendo proprio da una coscienza comune, e pur provenendo da una storia politica diversa, opposta in molti casi, diedero vita alla Costituzione. Oggi oltre che applicarla, si studia, si legge, si cita frequentemente: non abbiamo dubbi, perché continua ad essere una bussola, in grado di orientarci in qualsiasi momento.

L’unicità della Costituzione, la sua bellezza, per quella che è la mia esperienza, anche associativa, è data dal fatto che al suo interno c’è un sapere e un sentire, che oltre ad essere conoscenza e sentimento, e anche amore, da parte di chi l’ha scritta. Qualcosa che noi adulti, docenti e non, genitori e non, dovremmo essere bravi, cari ragazzi, a trasferirvi. Perché se riuscissimo tutti a far camminare le nostre idee, le nostre azioni politiche, che sono anche scelte di vita, su questi due binari, avremmo una società più giusta e sicuramente migliore.

Non posso concludere tale intervento se non con dei ringraziamenti a tutti coloro, docenti e discenti, che hanno partecipato e che parteciperanno, offrendo la loro disponibilità e impegno. I miei complimenti vanno, inoltre, alla prof.ssa Bianca Maria Fanti per “intuizione e regia” dell’iniziativa; alla prof.ssa Donatella Albergo per come ha animato e condotto il dibattito con i ragazzi e le loro insegnanti, non era facile; alle prof.ssa Giuseppina Perrini per aver divulgato e promosso in modo più che significativo tale idea fuori dei “confini cittadini” e alla dott.ssa Teresa Scolamacchia per partecipazione e supporto. Complimenti, tale idea di cittadinanza attiva, non può che portarci lontano.

Antonio Garofalo
(Presidente dell’Associazione “Libertiamoci”

Intervista con docenti e studenti del Liceo Scientifico “E. Fermi” di Bari
sul percorso di studi riguardante il tema di Cittadinanza e Costituzione
Insegnanti: Francesco Trocino
Studenti: Gabriele Ciavarella e Giulia Carone

 

Intervista con docenti e studenti del Liceo Scientifico O.S.A. “Rita Levi Montalcini” di Molfetta /Ba
sul percorso di studi riguardante il tema di Cittadinanza e Costituzione
Insegnanti: Ignazio Minervini
Studenti: Antonio Tempesta e Angelo Alberto Iannone

 

Intervista con docenti e studenti del Liceo Scientifico e Linguistico Statale “Federico II di Svevia” di Altamura /Ba
sul percorso di studi riguardante il tema di Cittadinanza e Costituzione
Insegnanti: Mariella Giannuzzi e Nunzia Cacciapaglia
Studenti: Elena Rinaldi e Teresa Lella

 

Intervista con docenti e studenti del Liceo Scientifico Statale “A. Scacchi” di Bari
sul percorso di studi riguardante il tema di Cittadinanza e Costituzione
Insegnanti: Nunzia Leporino e Maria Laura Fusillo
Studenti: Mauro Vigilante, Martina Losito, Francesco Neglia

 

Intervista con docenti e studenti del Liceo Scientifico Statale “G. Salvemini” di Bari
sul percorso di studi riguardante il tema di Cittadinanza e Costituzione
Insegnante: Anna Maria Mercante, docente di Filosofia e Storia.
Studenti: Francesco Genchi, Francesco Buongiorno, Viviana Campanello, Ivana Nuzzaco.

Dalla parte degli oppressi

Articolo scritto da Maurizio Moscara

Abdullah era sudanese, viveva a Caltanissetta con la sua famiglia. Era arrivato in Italia nel 2005 quando aveva 38 anni perché laggiù, nel suo paese, le cose non andavano per niente bene. Qui aveva ricominciato una vita, mettendo su una dignitosa famiglia con una ragazza conosciuta in Italia. Abdullah faceva parte di quel proletariato agricolo stagionale che si sposta di regione in regione a seconda, appunto, del periodo dell’anno e dello stato di maturazione dei prodotti ortofrutticoli. Tecnicamente viene definita manodopera a basso costo. Nell’era antica si chiamava, invece, più propriamente, servitù della gleba. Eh sì: perché Abdullah lavorava per 12 ore al giorno guadagnando poco più di venti euro: quasi due ero all’ora per spezzarsi la schiena tutto il giorno sotto il caldo rovente del solleone estivo, senza riposo settimanale (perché bisognava sfruttare al massimo tutto il periodo della avvenuta maturazione) e con una ridotta pausa giornaliera, giusto il tempo di consumare un frugale pasto. Il 20 Luglio del 2015 era il suo primo giorno di lavoro in Puglia, nelle campagne di Nardò. Nessun contratto di lavoro da firmare, nessuna visita medica da effettuare, solo qualche svogliata parola pronunciata con irritante indolenza dal caporale di turno: una bocca impastata di fumo e di birra per spiegare in cosa consistesse il lavoro di quel giorno. Parole buttate al vento perché Abdullah è morto qualche ora dopo, con la schiena piegata dalla fatica e il cuore spaccato dai 42 gradi delle due del pomeriggio. Abdullah, quel giorno, aveva 47 anni.

E, siccome sfruttamento e oppressione non fanno differenza tra italiani e non, la stessa sorte era toccata una settimana prima ad una donna italiana, Paola Clemente, 49 anni, nelle campagne di Andria, intenta a lavorare alla acinellatura dell’uva. Medesimo destino è spettato poco meno di un anno fa a Daniel Nyarko, ghanese, assassinato a 51 anni a colpi di pistola – nel foggiano – mentre rincasava in bicicletta dopo una estenuante giornata di lavoro. Aveva una colpa, sì: quella di aver denunciato un sistema di estorsioni nel Tavoliere. E non c’erano neanche i soldi per le sue esequie. Anche Sacko Soumayla, ventinovenne maliano, è stato ucciso: assassinato la notte del 3 Giugno 2018 nel vibonese da un colpo di fucile che qualcuno sparò dopo aver preso la mira per quattro volte da una distanza di 150 metri. Sacko era un attivista sindacale dell’Usb, un ragazzo da sempre in prima fila nelle lotte per difendere i diritti dei braccianti agricoli sfruttati nella Piana di Gioia Tauro e costretti a vivere in condizioni fatiscenti nella tendopoli di San Ferdinando. Invece, Amadou Balde, ventenne arrivato dalla Guinea, è morto nel 2018 con altri quindici ragazzi in due distinti incidenti stradali, di ritorno dai campi nel nord della Puglia, stipati su furgoni come fossero bestie.

Sono oltre 1.500 i braccianti morti negli ultimi sette anni nelle campagne italiane. Dietro quei numeri ci sono nomi, affetti, sogni, storie, corpi. Storie passate come un fulmine sulle pagine dei nostri giornaloni, senza lasciare memoria.

E allora, della memoria ce ne occupiamo noi: oggi è il Primo Maggio 2020 e parliamo di queste storie che ci prendono per i capelli e ci scaraventano indietro nel tempo. Ci riportano a un passato privo di diritti, di tutele, di dignità del lavoro. Ci riportano al 1^ Maggio del 1906, anno in cui fu condotta una importante inchiesta parlamentare sulla situazione dei braccianti agricoli. E in cui era riferito quanto segue: “Nel sud Italia, le condizioni dei lavoratori della terra sono disperate, segnate da grande miseria e sfruttamento disumano che i grandi proprietari terrieri impongono alla manodopera, attraverso tariffe irrisorie, orari estenuanti e diritti negati”. La realtà si staglia incredibilmente davanti a noi: i disperati, i grandi proprietari terrieri, lo sfruttamento, i guadagni irrisori, i diritti negati, i tempi di lavoro disumani. Primo Maggio 1906, Primo Maggio 2020: tutto immutato, nel tempo, nello spazio, nella ragione e nella coscienza.

Il lavoro delle 5P – Precario, Pesante, Pericoloso, Poco pagato, Penalizzante socialmente – tocca sempre ai più deboli, agli ultimi. Che poi è lo stesso lavoro delle 3D, cioè i DDD jobs: Dirty, Dangerous and Demeaning (Sporchi, Pericolosi Umilianti).

Lo chiamano caporalato, sfruttamento, riduzione in schiavitù, a seconda del narratore di turno. In realtà siamo di fronte a qualcosa di peggio: è una operazione di rapina della dignità, perpetrata ai danni di esseri umani che partono da una posizione di estrema vulnerabilità, perché in stato di bisogno. Una dequalificazione della persona resa ancora più mortificante dai chiacchiericci insulsi e ipocriti di una politica che ulula contro il caporalato guardandosi bene dall’adottare misure di contrasto realmente efficaci. Perché è troppo attraente il giro di soldi che ruota intorno allo sfruttamento: quei pomodorini vanno a finire negli stabilimenti dei grandi marchi alimentari e terminano il loro viaggio sulle nostre tavole, a prezzi irrisori. In quella miseria di prezzo c’è tutta quella operazione di espianto di dignità dal corpo e dall’anima di un uomo: pensiamo alla fatica, al sudore, alle sofferenze, alle oppressioni, alle morti, alle tragedie che servono a produrre quei pomodori; pensiamo agli stranieri che vengono da lontano per poter lavorare la terra, agli italiani che non hanno una alternativa per mantenere le proprie famiglie, agli affetti lasciati lontano; pensiamo ai mal di schiena, alle ferite, alle febbri, alle poche ore di sonno, ai pasti frugali consumati velocemente; pensiamo alle ore consecutive di lavoro trascorse sotto il caldo, alla totale mancanza di riposo settimanale; pensiamo alle donne, agli uomini, alle madri, ai padri e ai bambini che piangono sui loro congiunti caduti sui campi di lavoro e che non avranno più quella mano callosa da stringere. Ma davvero la vita di una persona vale il costo di un barattolo di pelati al supermercato?

E poi c’è anche chi sostiene che l’ingresso in Italia di lavoratori provenienti da paesi non comunitari determini un abbassamento delle condizioni di lavoro degli italiani. In base a questo bizzarro teorema, i nuovi arrivati sarebbero una delle cause dello sfruttamento e non l’effetto, in quanto disposti ad accettare condizioni lavorative ben peggiori di quelle degli italiani: tecnicamente si chiama dumping salariale. Ma non ci sfiora per caso il dubbio di essere colpevolmente inadeguati a difendere il lavoro nel nostro paese? Di aver rinunciato a preoccuparci della dignità delle future generazioni? Di aver lasciato finanche i nostri figli soli a mendicare un posto di lavoro decoroso (ricevendo invece in cambio offerte di lavoro indecenti)? E continuiamo invece a dire sciocchezze proprio qui, qui nella terra di Giuseppe Di Vittorio: quella stessa terra che è entrata in bocca ad Abdullah pochi secondi prima di morire, mentre si accasciava, stremato. E noi abbiamo lasciato che lo calpestassero quando era ancora vivo, che i padroni e gli sfruttatori – quelli stessi che ci procurano i pelati che finiscono sulle nostre tavole – schiacciassero la sua testa e quella dei suoi compagni di sventura con i loro stivali, con l’arroganza tipica di chi pensa di essere padrone di tutto, anche della vita degli altri. Dietro quel furto di libertà, di dignità, di vita, ci siamo noi.

E allora, in questo Primo Maggio 2020, nella barbarie dello sfruttamento e del razzismo, che oggi sono componenti importanti delle perverse mappe del lavoro nel nostro Paese, serve ricordare; serve la memoria per promuovere sensibilità e connettere la solidarietà con le azioni di lotta, di sciopero e di organizzazione. Per trasformare lo sfruttamento, la rabbia e il dolore in cambiamento sociale.

Non si tratta semplicemente dell’uomo bianco contro l’uomo nero, perché, a volte, il razzismo diventa un comodo alibi, utile a nascondere il senso delle cose, il vero significato degli eventi. Si tratta di qualcosa che va oltre il mero razzismo (che c’è comunque). Si tratta di una storia antica, pesante, che ci carica tutti quanti di enormi responsabilità: è la storia degli oppressi e degli oppressori. E’ una storia che ci chiede di scegliere da che parte stare. Perché loro – gli oppressori – hanno già scelto.

E allora ciao Abdullah, lo dedichiamo a te questo Primo Maggio. Con un impegno preciso perché, questo, è un Primo Maggio particolare. Viviamo una emergenza, sanitaria, economica, sociale, che ci mette tutti di fronte alla responsabilità di pensare a un modello di sviluppo diverso, ad un sistema di vita alternativo, a un mondo nuovo; che ci impone di non commettere l’errore di tornare a quella “normalità” che ha strappato la dignità a te e a miliardi di persone su questa terra.

Certo Abdullah, lo dedichiamo a te questo Primo Maggio e lo ricordiamo, lo ricorderemo a tutti. Cosa? Che il nome Abdullah, dalle tue parti, significa “Servo di Dio”, non certo degli uomini.

25 APRILE 1945: LA LIBERTA’ CHE NON CONOSCE SCONFITTA

Intervista di Antonio Garofalo a Rosaria Lopedote
foto tratte dalla pagina facebook di R. Lopedote

In città le bandiere sui balconi, inondate dalla luce di primavera, riempiono ormai da tempo le nostre giornate e aspettano di tornare a sventolare.

è come se l’inizio della nuova stagione portasse con sé l’unica fiducia, di cui ora abbiamo bisogno: neutralizzare e lasciarsi alle spalle le “giornate più difficili”, come quelle che indiscutibilmente abbiamo e stiamo attraversando a causa della pandemia.

Ciò penso sarà successo anche settantacinque anni fa, per altre ragioni e cause ovviamente, quando quel 25 aprile del 1945 il Paese si liberò dal nazifascismo: sradicati dal passato, con un presente da ricostruire e tanta incertezza sul futuro.

Eppure quel momento, quella data è divenuta a distanza di tanti anni, il simbolo di una rinascita, di una memoria per quanto travagliatamente “conquistata”, innegabilmente legata al bene più grande a cui un popolo possa aspirare: la libertà.

Discuterò su tale argomento con Rosaria Lopedote, già parlamentare, della Segreteria dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), in occasione dell’imminente “Festa del 25 aprile”, che quest’anno si realizzerà in un contesto meno “pubblico” e più “virtuale”, ma non per questo poco significante.

Inizierei con una domanda personale.

Chi è Rosaria Lopedote e per quale motivo è iscritta all’ANPI Associazione Nazionale Partigiani d’Italia?

La mia famiglia di origine, del proletariato urbano del quartiere Libertà, mi ha insegnato la dignità del Lavoro, la solidarietà, il rifiuto della guerra e di ogni forma di prevaricazione. Attraverso gli studi ho poi conosciuto le nefandezze del fascismo: la privazione delle libertà, il confino e il carcere per gli oppositori, le leggi razziali, il ruolo delle donne confinato a quello di “fattrici”, la ferocia della repressione esercitata nelle colonie, l’alleanza col nazismo, la guerra…. Da qui la scelta del valore, ora come allora, dell’antifascismo e la conseguente adesione all’Anpi.

Il valore, a distanza di settantacinque anni, del “25 aprile”: perché è corretto oggi tenerne alta la memoria?

In questi anni abbiamo assistito a vari tentativi di negare il valore storico e nazionale della guerra di Liberazione, declassata in qualche caso a guerra civile “tra opposte fazioni”…. In alcuni nefasti governi della nostra Repubblica alcuni ministri hanno disertato le manifestazioni del 25 aprile: inutile dire che si trattava di ministri espressione di area politica vicina al fascismo. Perché, benché sia vietata dalla nostra Costituzione la ricostruzione, sotto qualunque forma, del partito fascista, quella matrice non è stata debellata. Senza tornare agli anni bui dello stragismo, in cui gruppi neofascisti collusi con pezzi deviati dello Stato, seminarono bombe e morte a Milano, Brescia, Bologna. Ci basti pensare a tempi molto più recenti.

L’accanimento sistematico contro gli immigrati, il richiamo alla violenza negli stadi e contro le donne rispetto alle quali si è evocato più volte lo stupro come strumento d’intimidazione, l’intolleranza, l’antisemitismo e aggressioni di Casapound (che abbiamo ben conosciuto anche a Bari) sono tutte manifestazioni di un pericoloso rigurgito fascista che richiede una costante vigilanza democratica. 75 anni fa, il 25 aprile l’Italia si liberava dal nazifascismo; sottolineo il “si”, perché a liberarsi e a riscattare la dignità del proprio Paese fu un intero popolo. Furono i ragazzi della muraglia della città vecchia di Bari, i “femminielli” napoletani, le ragazze che facevano le staffette, le Brigate partigiane, i cattolici, sacerdoti come don Pietro Pappagallo, insegnanti come Gesmundo (cito questi martiri delle fosse Ardeatine perché di Terlizzi). Furono i frati che nascosero i partigiani nei conventi, gli operai che proclamarono lo sciopero generale, i carabinieri fedeli al Paese e non al regime, i militari che scelsero di disertare piuttosto che aderire alla repubblica di Salo’. Ecco il valore del 25 aprile: nasce qui, dalla Liberazione, l’Italia democratica che abbiamo il dovere di difendere ancora oggi.

“Altro che bella ciao, la resistenza la fanno medici e infermieri”. Cosa risponde a Sallusti che ha lanciato questa provocazione sul suo giornale?

Sallusti ha recentemente lanciato una provocazione (cosa che per lui non costituisce una novità): nel continuo tentativo di delegittimare la Resistenza, ha scritto che “oggi “la resistenza la fanno medici ed infermieri”. Quasi un virus possa paragonarsi a una sistematica azione di guerra, repressione, violenza, razzismo, perpetuata dai fascisti. I nostri medici e infermieri stanno mostrando professionalità e abnegazione. Ben 167 le vittime tra il personale sanitario ad oggi. Non eroi, ma morti sul lavoro, come tanti (1538 lo scorso anno) nel nostro Paese; anche in questo caso andrebbero ricercate responsabilità, omissioni, superficialità. Non ora, ma verrà il tempo in cui “chieder conto”.

Una domanda, però non può prescindere dall’autentica e difficile attualità che stiamo vivendo: in un contesto in cui abbiamo capito cosa significa vivere nell’incertezza, e che per forza di cose impone alla società un cambiamento “epocale” rispetto ai nostri comportamenti, quale valore ha la “Liberazione” per noi, il nostro Paese, l’Europa?

In un momento come l’attuale, possiamo ancora attingere ai valori e alla testimonianza della Resistenza per affrontare i temi inediti che ci sono posti dalla necessità di rifondare un’Europa solidale, ripensare alla produzione ed organizzazione del lavoro, democrazia partecipata, cittadinanza attiva, alleanza tra produttori e consumatori, un diverso rapporto con la natura. Come allora, occorre che ci si rimbocchi le maniche, ognuno faccia la sua parte con responsabilità e dedizione, e si operi insieme: la Liberazione fu una grande opera “collettiva ”e lo stesso spirito dovremmo mettere ora in campo per affrontare un problema epocale e costruire un futuro di pace tra i viventi.

Cosa sente di dire ai più giovani sul 25 aprile?

Nel mio lavoro d’insegnante ho cercato di trasmettere “memoria” perché senza memoria non si riconoscono le proprie radici e non si può costruire la propria identità. Questo vale per gli individui e per i corpi sociali. Alcuni errori sono stati commessi nel non dare nei percorsi didattici il giusto spazio alla storia del ‘900 e questo ha comportato la difficoltà di decodificare l’oggi. Il rischio è un presente che non è frutto del passato e non costruisce il futuro, un appiattimento sull’oggi, ”qui e ora” e capiamo bene come questo pregiudichi i rapporti sociali, l’accettazione delle diversità, la capacità di accoglienza, i consumi, l’uso e l’abuso delle nuove tecnologie. Ma ho una grande fiducia nei giovani e nella loro curiosità: allora, parliamo loro, raccontiamo, anche attraverso testimonianze, quello che è stato: che la tragedia del fascismo non si ripeta, che i valori fondanti della nostra Costituzione, forse la migliore al mondo, siano attuati, a partire dall’articolo 1 che quella democrazia conquistata il 25 Aprile di 75 anni fa sia difesa, che se ne abbia cura sempre.

Quest’anno, con l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo e che ci costringe a stare lontani, la Festa della Liberazione rappresenta più che mai il momento per riaffermare con forza i valori della Resistenza, della Costituzione e della democrazia. Anche se non potremo scendere in piazza, il 25 aprile è l’occasione, ancora una volta, per celebrare la Festa della Liberazione guardando al futuro, per impegnarci ancora di più ad affermare i principi della nostra Costituzione, convinti che solo così il nostro Paese potrà ripartire all’insegna dell’unità e della speranza. Ecco l’appello dell’ANPI per quest’anno: chiedere a cittadini e associazioni (tante hanno già dato assenso) di aderire al flash mob #bellaciaoinognicasa: il 25 aprile alle ore 15, l’ora in cui ogni anno parte a Milano il grande corteo nazionale, invitiamo tutti caldamente ad esporre dalle finestre, dai balconi il tricolore e ad intonare Bella ciao.

E se un giorno uno “Stato di diritto” si trasformasse in “Stato di delitto”, secondo la celebre espressione di Hannah Arendt (a proposito dei regimi totalitari dell’Europa tra le due guerre), non potremmo che seguire, oggi e per sempre, gli insegnamenti lasciati dalla Resistenza. Grazie Rosaria per averceli espressi e ricordati, attraverso questa tua mirabile sintesi.

 

 

NEL CUORE DEL QUARTIERE LIBERTA’ GERMOGLIA “UN SEME DA COLTIVARE”

E’ IL PROGETTO FINALIZZATO ALLA SENSIBILIZZAZIONE DEL RISPETTO AMBIENTALE, ALLA VALORIZZAZIONE DEI PRODOTTI DELLA TERRA, ALL’EDUCAZIONE ALIMENTARE. COSI’ NASCE L’ORTO URBANO ALL’INTERNO DEL MUNICIPIO1.

Articolo e foto di Donatella Albergo

La mattina del 20 dicembre, nel giardino del Municipio1, in via Trevisani, è stato inaugurato l’Orto Urbano, con la partecipazione di bambini di scuole elementari e materne, insegnanti, genitori, dirigenti scolastici e cittadini. L’evento è stato animato da musiche, giochi, spettacoli di clown, il battesimo dello Spaventapasseri, la piantumazione di cicorie, finocchi, cime di rapa, broccoli, cipolle e altro ancora.

Il progetto è nato dalla collaborazione tra la Cooperativa SoleLuna e il Municipio1, al fine di coinvolgere non solo le scuole con percorsi didattici studiati e calibrati, ma anche genitori, adulti e cittadini, per sollecitare la partecipazione, il rispetto del verde e dell’ambiente, per migliorare gli stili alimentari, per saldare i rapporti tra cittadino e istituzioni.

Abbiamo rivolto a Fabio Sisto, il consigliere municipale, Presidente della Seconda Commissione e responsabile del progetto, alcune domande.

Innanzitutto, ci potrebbe presentare l’iniziativa?

L’orto è un metafora di vita per educare e responsabilizzare non solo i bambini, ma anche gli adulti, alla cura dell’ambiente e alla tutela del nostro patrimonio naturale. Con queste finalità è nato il progetto “Un seme da coltivare”.

Quali scuole sono state coinvolte?

Scuole materne ed elementari non solo del quartiere Libertà, ma del Municipio1, a cominciare dalla Scuola Materna che ha sede proprio all’interno di questo Municipio. Ma il progetto corona anche il lavoro dei consiglieri De Giosa, Boccasile, Cassano, Manzari e naturalmente del Presidente Lorenzo Leonetti che ha appoggiato e sostenuto quest’idea fin dall’inizio.

Quanto durerà questo progetto e cosa prevede?

Da questo momento di gioco e di speranza nasce il nucleo dell’orto urbano, che continuerà a vivere e crescere nei prossimi anni, sperando che possa ricevere le cure e il rispetto che vogliamo seminare insieme a queste piantine. A gennaio decideremo a chi affidarne la cura, ma nei prossimi mesi sono già in programma visite didattiche e iniziative formative. Sono previsti percorsi conoscitivi delle materie prime e delle verdure, soprattutto quelle che la nostra terra ci regala, senza perdere di vista il rispetto dell’ambiente e la corretta alimentazione dei cittadini.

Anche il Presidente Leonetti, nel suo intervento, ha parlato di “Un progetto ambizioso, che vuol piantare semi di educazione alimentare e sensibilizzazione ambientale, per vedere poi germogliare cittadini capaci di prendersi cura di sé e del mondo che li circonda, sempre con l’obiettivo di generare cittadini attivi. Questo del Municipio1, sarà l’orto di tutti.”

Abbiamo poi incontrato Rachele Calabrese, insegnante, anzi, “maestra di strada”, come ama definirsi, che ci ha fatto un po’ la storia di questo progetto che risale ad alcuni decenni fa. Infatti, l’idea di un orto cittadino nasceva circa quarant’anni fa da Francesca Caffiero, maestra della scuola elementare San Giovanni Bosco. Con un manipolo di colleghe altrettanto convinte e profetiche, Francesca e Rachele intuirono che con l’osservazione, la ricerca, la scoperta e una scelta ecologica di vita, si potevano togliere i bambini dalla strada e offrire loro il bello della ricerca scientifica e civica. Non nacque l’orto urbano, come oggi, ma bulbi e piantine furono coltivate in classe, i bambini impararono a rispettare l’ambiente e il quartiere si arricchì di cittadini più rispettosi del verde. Il cortile della scuola e gli spazi verdi intorno si colorarono di fiori e piantine. Il progetto fu seguito poi anche dall’università e dal prof Macchia, direttore dell’orto botanico.

Interessante fu l’individuazione iniziale della location del progetto: l’ex manifattura dei tabacchi, oggi mercato coperto del quartiere Libertà. Chiamata dai baresi semplicemente “la manifattura” e inaugurata nel 1913, fu una modernissima fabbrica per la lavorazione del tabacco; dava lavoro a più di mille operaie e al suo interno comprendeva anche un cinema, un centro ricreativo per i dipendenti, un asilo nido e una nursery con lactarium. Questo era costituito da un ampio spazio con vetrate, dove le operaie potevano allattare i propri bambini. Ideale per una serra e per un orto cittadino quando, negli anni Settanta, “la manifattura” fu chiusa. Ma non se ne fece più nulla e gli edifici rimasero in abbandono fino alle recenti ristrutturazioni e cambiamenti d’uso.

Possiamo ora capire e condividere l’emozione per questa giornata davvero speciale e augurare lunga vita al neonato Orto Urbano che finalmente ha visto la luce in questo 20 Dicembre 2019.

 

 

 

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