LO STRANIERO E IL MAR MEDITERRANEO

Articolo di Alberto Parisi                                           

Fotografie di Roberta Giordano                               

 

Il mar Mediterraneo: da sempre un ponte fra le sponde prospicienti sul quale sono transitate culture ed arte, merci e popoli, democrazia e tirannide. Oggi che il mondo scopre il villaggio globale dove la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza devono esserne i cardini indispensabili, esso è esempio di genesi.

 

Fin dall’apparire dell’uomo sulle sponde del mar Mediterraneo, fin dallo sviluppo delle prime tecniche navali, questo immenso e magnifico ponte tra popoli e pensieri ha avuto come guardiani severi e a volte anche sanguinari parole e concetti dei tanti linguaggi che prolificavano sulle sue rive. Se la concezione di straniero come metà ospite e metà nemico che si ripete nelle parole delle antiche lingue, come ger e nirkan per gli Ebrei, come xenos e barbaros per i Greci e hospes e hostis per i Romani, perse le sue accezioni linguistiche nelle lingue successive conservandosi solo nel sistema di pensiero, la nuova concezione liberalista di tolleranza tutt’oggi aleggia sul Mediterraneo nella sua splendente lucentezza mostrando soprattutto oggi, nel formarsi di un nuovo villaggio globale, la sua intollerabile contraddizione e la sua necessaria superabilità.

La concezione di straniero tra le civiltà antiche del Mediterraneo si è sempre divisa tra due accezioni linguistiche più o meno antitetiche che sono solite vederlo o come amico, ospite, da preservare, aiutare, immaginando un reciproco vantaggio se la situazione si ribaltasse, o come nemico, diverso e pericoloso, mezzo per affermare e conservare la propria identità, accezione che più è riuscita a penetrare nelle società e nella storia.

In una tra le più antiche civiltà del Mediterraneo, come è quella degli Ebrei, questa distinzione pregiudiziale era evidente nelle due parole usate per definire lo straniero, che poteva essere nekar, lo straniero culturale, l’uomo di diversa cultura e civiltà e perciò spesso vittima di discriminazione e odio per il pericolo che apportava alla società di impronta familiare, oppure ger, lo straniero senza terra e povero ospite nella propria casa, quasi un ricordo dei tanti anni di peregrinazione del popolo ebraico prima dell’insediamento in terra di Israele.

Ma come gli Ebrei anche i Greci erano soliti marcare nel loro linguaggio una netta differenza tra popoli ellenici e barbari, tra xenoi, cioè tra stranieri in quanto provenienti da un’altra polis, quindi diversi da un punto di vista politico, ma familiari nella cultura, e barbaroi, stranieri in senso culturale, totalmente diversi da loro e in qualche modo perciò anche avversi. Proprio sulle differenze e sulle guerre con i barbaroi, infatti, essi fondavano la propria identità, ne sono un esempio le grandi guerre contro il nemico persiano che in seguito essi mitizzeranno a emblemi della grecità e della civiltà.

A questi due fondamentali lingue della storia mediterranea, successivamente, si accostò prepotentemente una terza destinata a diffondersi su tutte le rive di questo mare e ad accogliere in sé lo stesso sistema di pensiero, e cioè il Latino. Infatti se la parola latina hostis arcaicamente per i Romani doveva identificare lo straniero come ospite o come nemico, secondo la derivazione etimologica da hostiare che significa sia contraccambiare che offendere, fu solo con la trasformazione della società romana in nazione che si ebbe la catastrofe concettuale, per usare le parole del politologo C. Galli, che portò alla distinzione di ospite e nemico, di hostis e hospes, e alla definitiva presa di distanza da tutto ciò che era esterno, perché diverso, pericoloso, temibile, nemico. Lo straniero, infatti, una volta formatesi ormai la nazione e l’identità romana, era di pericolo a queste entità nascenti e anzi esse erano fondate proprio sulle differenze con lo straniero, e come i Greci si erano uniti di fronte al pericolo persiano, così i Romani si unirono di fronte ai Cartaginesi, portando alla definitiva catalogazione dello straniero come diverso e perciò nemico.

Anche se spesso le parole andarono perdute nelle epoche successive, il problema dello straniero e della diversità, di come doversi comportare con qualcosa di estraneo a sé, non smise mai di incombere sul mar Mediterraneo, ma cambiò solo le sue forme. Se infatti fino al XV secolo si erano susseguite, nel clima autoritario medievale e nella visione del diverso come nemico in salvaguardia della propria identità, le più diverse ipotesi di società utopistiche e di pacificazione universale, come fu quella prettamente umanistica promossa dal teologo ortodosso Gemisto Pletone e dall’Accademia neoplatonica di Firenze durante il Rinascimento italiano, solo nel XVII secolo si giunse all’apparente soluzione del problema destinata ad essere seguita fino ai giorni nostri: la tolleranza.

Il concetto di tolleranza sembra infatti un’apparente soluzione fin dalle sue prime apparizioni nei saggi dei grandi filosofi, poiché esso modifica nell’uomo l’apparente concezione dello straniero, continuando però a segregarlo nello stesso identico ghetto precedente, quello del diverso. Inizialmente applicata alle religioni, per il suo teorico, il padre del liberalismo, John Locke, si potrebbe dire che la tolleranza non è nemmeno giusta, ma conveniente. Lo straniero è percepito da un punto di vista meramente utilitaristico, è tollerato perché foriero di ricchezza, ma l’atteggiamento di superiorità che la tolleranza utilitaristica implica in colui che tollera (come la maggior parte degli studiosi oggi fa notare) conserva nella tolleranza il germe del male, della violenza sempre pronta ad esplodere non appena messo in discussione tale postulato, e mette terribilmente in luce una delle più grandi contraddizioni dell’età moderna e contemporanea.

La tolleranza, infatti, all’alba della formazione, grazie alle nuove tecnologie, del nuovo villaggio globale, pressoché totalmente imposto, mette in luce non solo le proprie interne antinomie, ma quelle dello stesso pensiero umano. I cardini su cui il nuovo mondo, sempre più unito, dice di formarsi, l’uguaglianza, la fratellanza e la libertà, idee che andrebbero immediatamente estese a tutti gli uomini e non solo a una classe sociale come alla loro primigenia formulazione nel periodo della Rivoluzione Francese, non possono tollerare la tolleranza.

Nel tempo in cui ormai il mar Mediterraneo si naviga in un minuto via internet e in un’ora si sorvola, sia la tolleranza e il falso perbenismo delle leggi e dei politici europei ed extraeuropei, sia la tolleranza utilitaristica del quotidiano (che è tolleranza finché vede un’utile, perché altrimenti diviene intolleranza) di quelli che prima di vedersi imputato il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina lasciano morire centinaia di immigrati nel mar Mediterraneo, com’è accaduto nell’ultimo mese presso Lampedusa, divengono i carnefici dei tanti clandestini morti che tentavano di giungere in un paese sviluppato, parte del grande villaggio globale.

All’uomo del nuovo villaggio globale, l’uomo schiacciato dall’omologazione totale del particolare nell’universale, l’uomo che vede il lontano farsi ogni giorno più vicino, non resta allora che superare queste parole e queste concezioni, non gli resta che superare la tolleranza e la visione della diversità come pericolo, senza però voler rendere l’altro identico, come il sistema globale vorrebbe, ma simile, senza cercare di distruggere la diversità col dispotico atteggiamento della tolleranza, ma, aprendosi alla somiglianza, riscoprire in questa le diversità che sono ineliminabili.

Se come scrissero i due grandi filosofi, Horkheimer e Adorno, nella loro Dialettica dell’illuminismo: “ L’illuminismo ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura”, allora i mari, e soprattutto il mar Mediterraneo, sottomessi a queste concezioni, non possono che continuare a riflettere ancora oggi dai crespi flutti questa luce. Solo nell’accoglienza della somiglianza, che è anche diversità, e nel superamento della tolleranza e della pretesa identità del tutto col tutto, i principi di uguaglianza, o meglio eguaglianza, fratellanza e libertà smetteranno di essere mere realtà ideali e in sé contraddittorie per diventare realtà effettive. E il mar Mediterraneo nascerà a nuova luce.

mediterraneo

 

2° APPUNTAMENTO DI “COSTRUIAMO I CITTADINI”: I CITTADINI EUROPEI AL VOTO DI MAGGIO

Articolo di Donatella Albergo                                     

Fotografie di Roberta Giordano                                           

 

DOPO L’INCONTRO CON IL SEGRETARIO GENERALE DEL COMUNE DI BARI, LA “SCUOLA DI FORMAZIONE ALLA CITTADINANZA ATTIVA – LIBERTIAMOCI”, IN QUESTO SECONDO APPUNTAMENTO, SI CONCENTRA SULL’UNIONE EUROPEA

Bari, 1 marzo 2014

Si è tenuto ieri, nella sala della Banca Apulia, in uno storico palazzo al n.102 di Corso Vittorio Emanuele, il dibattito aperto “L’Europa dei cittadini: quali sono e come funzionano organi e istituzioni europee”, organizzato dall’associazione “Scuola di formazione alla cittadinanza attiva – Libertiamoci”. Sono intervenuti il prof. Ennio Triggiani, del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari, direttore della rivista “Sud in Europa” e la prof.ssa Enrica Tulli, docente di Storia e Filosofia presso il liceo scientifico “Arcangelo Scacchi” di Bari. Ha guidato l’incontro il dott. Mario Dabbicco, presidente dell’Associazione.

E’ stato proprio il dott. Dabbicco ad aprire la serata presentando il nutrito programma dell’Associazione che, in vista delle elezioni amministrative ed europee, si pone l’obiettivo di avvicinare i cittadini alle istituzioni, anche partecipando alla vita pubblica del paese. Di questi appuntamenti elettorali, ha sottolineato Dabbicco, il più misterioso è il voto europeo, a cui i media non danno ancora alcuno spazio e di cui i cittadini non solo sembrano essere meno consapevoli, ma anche, purtroppo, più distanti e disinteressati. A torto, perché l’UE è una realtà, imperfetta e incompleta, ma viva sulla nostra pelle.

La prof.ssa Tulli ha parlato delle radici storiche dell’idea di un’Europa unita. Ha parlato di come, dopo le macerie della seconda guerra mondiale, in un’Europa senza identità, stremata, economicamente in ginocchio, a molti sembrasse impossibile pensare a un progetto unitario. La prof.ssa ha ricordato la vita e il pensiero della filosofa e storica di origini ebraiche Hannah Arendt che riteneva improbabile un’Europa federale e il ruolo federale della Germania in Europa. Anche Winston Churchill vedeva l’Europa divisa dalla “cortina di ferro”, eppure dalle macerie della seconda guerra e dalle divisioni del dopoguerra nacque l’idea di un’Europa come mediazione tra i due blocchi e nacquero i primi abbozzi di un’idea se non unitaria, comune.

Da allora gradi passi sono stati fatti: la pace prima di tutto. Quasi 70 anni di pace in un continente dilaniato nella sola prima metà del secolo scorso da due guerre mondiali e da orrori indicibili.
L’Art.2 della Costituzione Europea riguarda il Diritto alla vita: (1) Ogni persona ha diritto alla vita. (2) Nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato. E ancora: l’Art. 4 proibisce la tortura, le pene o i trattamenti inumani o degradanti.

Oltre la pace, è stata introdotta la moneta unica, l’abolizione delle barriere doganali, la libera circolazione di persone e merci, il riconoscimento dei titoli di studio e tanto altro ancora, ma purtroppo oggi l’euroscetticismo è palpabile, soprattutto fra i giovani: nel 2009, dei 96milioni di giovani europei aventi diritto al voto, si è astenuto il 70%! Manca ancora un’identità europea. “I giovani non si dichiarano europei, ma si sentono ancora italiani, francesi, tedeschi… – ha sottolineato la relatrice – oggi la tendenza alla consapevolezza di un’identità europea sembra migliorata, ma non è ancora sufficiente”.

Il prof. Triggiani ha ripreso l’euroscetticismo dei giovani che “va contro il loro futuro”. “O l’Europa porta a compimento il processo d’integrazione iniziato negli anni Cinquanta – ha detto il professore – o siamo destinati a un declino spaventoso”. Ritornare alle piccole patrie è impossibile: problematiche ambientali, di lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, organizzazione e distribuzione delle risorse non si possono pensare isolatamente, nel singolo stato. “Il problema non è sì o no all’Europa, ma quale Europa! E non è utopistico pensare anche a un’Europa politica. La politica troppo realistica, priva di utopia, è mera amministrazione del quotidiano” ha continuato il professore. Ormai le istituzioni “nazionali” adottano leggi europee e sono vincolate a osservare quanto stabilito dalla Corte di Giustizia dell’UE. Molte leggi e le loro interpretazioni sono realizzate in una sede che non è più quella nazionale. Dopo il trattato di Lisbona del 2007, il Parlamento Europeo è co-legislatore dei singoli membri e ogni cittadino europeo ha doppia cittadinanza. Nel parlamento europeo ci sono i parlamentari di tutti i paesi per orientamento politico, non per nazionalità. La Commissione Europea è ormai il governo europeo. E’ vero che non tutti i paesi hanno lo stesso peso nell’UE, ma il concetto di solidarietà, riequilibrio delle risorse e leggi di mercato possono bilanciare gli squilibri. Un’economia forte come quella tedesca può continuare a esportare i suoi prodotti, solo se continuerà ad avere mercati in grado di acquistare.

L’introduzione dell’euro ha significato la rinuncia alla moneta nazionale, ma già Helmut Kohl e Ciampi avevano previsto che all’unificazione monetaria occorreva affiancare uno stesso orientamento fiscale. A tale proposito, Ciampi parlava di “zoppia dell’euro”, ma il ritorno alla lira sarebbe spaventoso. Le banche svizzere hanno quantificato i costi per una reintroduzione della lira in decine di migliaia di euro per ogni cittadino. Senza parlare dei risparmi degli italiani nelle banche, risparmi svalutati dal 50 al 60 %.

Dalla serata è emerso il ruolo fondamentale che l’UE ha nella vita di tutti i giorni, ma un ruolo ancora poco conosciuto, soprattutto fra i giovani. In forza di questo ruolo che riguarda tutti, come l’aria che respiriamo (e non è solo una metafora), bisogna votare partiti che sono per l’Europa perché il rischio è che siano eletti parlamentari con lo scopo di boicottarla. La democrazia è faticosa e noi siamo diventati pigri. Dobbiamo difendere quello che i padri fondatori dell’UE ci hanno affidato.

Il dibattito seguito ha dimostrato un pubblico attento e informato, di diverso orientamento politico, richiamato dall’attualità degli argomenti, in vista del voto europeo.

prof.ssa Enrica Tulli

prof. Ennio Triggiani

Storia di una vagabonda seduta – Ilaria D’Este

Intervista con l’autore, a cura di Alessandro Amodio                                                                        

 

Si amplia il panorama dei giovani scrittori baresi, forti dell’ingresso nel club di Ilaria D’Este con il suo primo libro dal titolo “Storia di una vagabonda seduta”. Il romanzo narra delle peripezie di una giovane ragazza che si trova all’improvviso ad affrontare la più che mai dura realtà del mondo dopo un’infanzia vissuta nei confini di casa. Sorti alterne la condurranno a conoscere persone disposte ad amarla o a disprezzarla, mentre il suo spirito si forgia lentamente e il disincanto sparisce dai suoi occhi.

Ecco una nuova dimostrazione della reale presenza di un substrato socialmente e culturalmente attivo nella nostra città, che sembra essere nascosto ma va solo scoperto e valorizzato; vi proponiamo una breve intervista con la scrittrice, allo scopo di conoscerla meglio e scoprire ciò che l’ha portata alla stesura e alla pubblicazione del suo romanzo.

 

Ciao Ilaria, coltivi una passione non molto comune fra i giovani ai giorni nostri: perché ti piace scrivere?

Più che un piacere è, per me, una necessità. Direi che la scrittura sta alla mia anima come l’acqua al mio corpo, è parte di me e senza di essa non potrei sopravvivere. La scrittura è come un bluetooth incorporato nei cuori, attraverso le parole si crea questa condivisione di emozioni, una rete invisibile che lega le persone indissolubilmente.

 

Vorresti un giorno poterti dedicare solo alla scrittura o ti piacerebbe che rimanesse più che altro un hobby?

In futuro vorrei potermi dedicare completamente alla scrittura, la passione e la determinazione per fare in modo che questo sogno diventi realtà ci sono, nel frattempo resto con la testa sulle spalle e mi dedico anche ad altro.

 

E’ difficile arrivare alla stesura di un romanzo compiuto? E alla pubblicazione, per una giovane esordiente?

Quando scrivo solitamente non ho mai in mente la trama, mi lascio trascinare dagli eventi, dai personaggi, e vivo la creazione del romanzo come una scoperta continua e questo rende la stesura divertente e coinvolgente. Per quanto riguarda la pubblicazione, posso dire che la cosa più difficile per un esordiente è interfacciarsi con il mondo dell’editoria ed evitare di farsi scoraggiare. Per prima cosa non bisogna mai arrendersi di fronte ad un rifiuto perché ogni editore predilige un genere letterario e non è detto che il proprio libro sia un disastro, semplicemente potrebbe non concordare con la linea editoriale, e poi è importante non incappare in editori che chiedono soldi in cambio della pubblicazione perché non è sinonimo di serietà. Detto questo, ringrazio la Ego di David and Matthaus per aver creduto in me, è difficile trovare un editore speciale che ti faccia sentire speciale, coinvolgendoti in ogni fase della realizzazione del libro e investendo sul tuo talento.

 

Come hai scelto il periodo storico e i luoghi in cui il romanzo si svolge?

Mi piaceva l’idea di ambientare il romanzo nel periodo storico in cui i miei nonni sono stati giovani, mi raccontano sempre molte storie che riguardano il loro passato e questo mi ha influenzata. I luoghi invece sono stati scelti in modo casuale, mi sono lasciata trascinare dalla fantasia, non era importante tanto l’ambientazione territoriale quanto il  fatto che avvenisse il viaggio fisico ed emozionale della protagonista.

 

Il retro del libro dice che si tratta di una storia di donne: perché la ritieni tale?

Perché il pilastro fondamentale che regge il romanzo è l’amicizia che si instaura tra donne completamente diverse ma incredibilmente vicine e poi la storia è narrata in prima persona da una ragazza che descrive gli avvenimenti secondo la sua sensibilità, con un punto di vista femminile.

 

C’è qualcosa di autobiografico o di tratto da qualcuno che hai conosciuto, oppure tutti i personaggi sono frutto della tua fantasia?

I personaggi sono sia ispirati da persone che fanno parte della mia vita sia frutto della mia fantasia. Le donne del romanzo mi ricordano molto le donne della mia famiglia per la forza e la dedizione con cui affrontano gli ostacoli che si interpongono lungo il loro cammino, invece Matilde la sento molto vicina a me, entrambe viviamo in un mondo tutto nostro. Poi mi è capitato anche di incontrare dopo la stesura del romanzo persone molto simili ai miei personaggi e la cosa mi ha colpita, era come se dovessi per forza scrivere di loro.

 

Hai già in cantiere qualche altro lavoro o per ora pensi a goderti il meritato traguardo?

Scrivo continuamente, ho tante idee, completamente diverse tra loro, si tratta solo di decidere quale di queste sviluppare ma non voglio fermarmi, ho ancora tanto da raccontare.

 

Hai mai pensato di ambientare una storia a Bari?

Sì, in realtà uno dei lavori iniziati è ambientato proprio nella nostra città, l’idea è quella di sigillare il passato delle persone che amo sulla carta stampata ed evitare che le vicende che mi hanno portata fin qui si perdano nel nulla.

 

Cosa pensi si dovrebbe fare nella nostra città per incoraggiare i giovani alla scrittura e coinvolgerli di più nella lettura?

Credo che si dovrebbero organizzare più eventi letterari, magari incontri di lettura dei libri o manifestazioni legate alla cultura, abbiamo l’”International Film Festival” perché non fare la stessa cosa con i libri? Soprattutto è necessaria una maggiore pubblicità per fare in modo che gli eventi culturali non finiscano per essere un privilegio di pochi ma una risorsa per tutti.

 

Dove e come è possibile acquistare il tuo libro?

Il libro si può acquistare nelle librerie Feltrinelli oppure online, sempre sul sito della Feltrinelli, o su www.twins-store.it.

 

Sappiamo che curi anche un blog (http://ilariadeste.wordpress.com/); qual è la differenza tra scrivere sul web e scrivere su carta?

Ci sono i pro e i contro come per tutte le cose. Se da un lato la carta è limitante, dall’altro ti permette di creare un legame più profondo con il lettore che “contamina”, in senso positivo naturalmente, il libro, magari sottolineando le parti che l’hanno colpito, scrivendo delle note,e in quel momento la storia non è più solo di chi l’ha scritta ma diventa anche di chi la sta leggendo. La cosa positiva invece di scrivere sul web è la possibilità di vincere i limiti spaziali e temporali e di raggiungere istantaneamente il lettore anche se magari in maniera meno intima. Credo siano indispensabili entrambi per riuscire a farsi conoscere e trasmettere la propria passione a quante più persone possibili.

 

Infine, ecco a voi una breve BIOGRAFIA dell’autrice.

Ilaria

Ilaria D’Este è nata e cresciuta a Bari. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Biotecnologiche. Attualmente frequenta il corso di laurea specialistica in Scienze e Tecnologie Alimentari presso la Facoltà di Agraria. Nel 2011 ha partecipato al “premio letterario osservatorio”, classificandosi quarta con il racconto “L’altra vita”. Nel 2013 pubblica “Storia di una vagabonda seduta” con la Ego di David and Matthaus. Adora viaggiare, andare al cinema e i romanzi di Isabel Allende. Scrive dall’età di undici anni e nel tempo decide di condividere i suoi pensieri per permettere agli altri di passeggiare nella sua anima. Spinta dalla voglia di mettersi in gioco, apre un blog su wordpress http://ilariadeste.wordpress.com/ e vive sulla sua pelle il potere delle parole che diventano una finestra sulla propria vita. Riguardo al legame tra lo scrittore e le proprie opere dice: “ Uno scrittore attende di poter cullare tra le mani il proprio libro come una madre desidera abbracciare il figlio che porta in grembo. Alla fine il principio di generazione è lo stesso, cosa sono le storie se non il frutto di un incontro carnale tra fantasia e realtà? Io mi sento così, in attesa, bramosa di fiutare l’odore della carta stampata, piacevole e radicato nella memoria come quello di un bambino appena nato. I soldi e la fama non c’entrano. Una madre che ama il proprio figlio non lo partorisce per convenienza. Questo grande atto d’amore nasce dal bisogno primordiale di dare vita a qualcuno che ci assomiglia ed è completamente diverso da noi, di provare un amore incondizionato per una persona e di mettersi in discussione. L’unica differenza è che il ventre dei pensieri è il cuore.”

Fare bene il Bene

Articolo di Gabriella De Santis                                           

Fotografia elaborata da Roberta Giordano                                      

 

“I servizi pubblici sono il mezzo migliore per insegnare praticamente i sentimenti del dovere verso la comunità, dell’amore verso il proprio paese e dell’abnegazione. Il lavoro degli scout che in tempo di pace e di guerra si sono volontariamente assunti compiti difficili al servizio del proprio paese, è in sé stesso una prova dell’entusiasmo dei ragazzi nel fare del buon lavoro e della prontezza nel rendersi utili laddove scorgono buona causa. In questo senso abbiamo un mezzo potente per sviluppare praticamente l’ideale del civismo. Sono queste le parole con cui  vengono formati gli educatori scout e con le quali compiono il proprio servizio verso la cittadinanza, senza essere retribuiti, rimanendo sempre nelle quinte, ma svolgendo uno dei compiti più difficili e gratificanti : dar vita  ai cittadini del domani…cittadini migliori con un forte e “quasi innato” senso del civismo.

L’A.G.E.S.C.I. infatti si propone come un movimento politico non elettorale, che traendo la sua ragion d’essere dagli insegnamenti del suo fondatore B.P. , si impegna a  “far stare bene gli altri”  e a  rendere  il mondo migliore di come lo si è trovato. Vi chiederete com’ è possibile, in che  modo un gruppo di  “bambini vestiti da cretini e cretini vestiti da bambini” – come  gli scout furono definiti – possano apportare migliorie alla comunità?! Gli scout, diversamente da come l’immaginario collettivo li descrive, – a mio avviso frutto di un’IGNORANZA  ALLO STATO PURO – sono sempre al servizio altrui, dei meno fortunati e contribuiscono in parte a rendere migliore la vita della comunità. Ecco come  il significato di cittadinanza attiva si sposa perfettamente con la volontà di rendere il mondo migliore. Cominciando dalla realtà più vicina , dalla realtà cittadina.

Anche questa è politica e si nutre di  relazione, confronto e dibattito, senza  le quali  la politica vera, quella efficace, genuina, con la  P maiuscola sarebbe scevra delle sue  ragion d’essere. Allora ci si chiede che cosa è la politica? Quale il suo scopo?

Può essere facile trovare risposta nell’etimologia della parola, che deriva dal greco Téchne politiké cher acchiude in  sè la teoria della pólis, che era per i Greci uno spazio reale, un luogo, un topos, in cui si viveva. Ma, oltre ad esprimere questo concetto di realtà storica, fisica, nella quale si abita, pólis significava anche reticolo: un sistema di relazioni fra gli uomini, una forma di organizzazione della vita delle persone, degli individui che risiedevano in un certo territorio, che calcavano quel territorio, quella pólis, quella città. Non è strano quindi che Aristotele abbia definito l’uomo, in modo così radicale e deciso, come zoon politikón, animale politico.

Infatti, amministrare la “cosa  pubblica” è qualcosa che riguarda tutti da vicino, senza credere di doverla delegare ad altri – con il meccanismo tipicamente italiano dello ”scarica  barile” – poiché è  sempre molto facile  lamentarsi a   posteriori,  ma  ciò che veramente è complicato e richiede grandi dosi di coraggio è  il  mettersi in gioco in prima persona, assumendosi le giuste responsabilità e avendo la capacità di non cedere  alle tentazioni  di una politica che marcisce nella corruzione.

Testimonianza attiva de “Il coraggio della partecipazione e il tempo di essere protagonisti”  è stata offerta  da alcuni ex-scout che attualmente hanno impegnato la propria vita in un altro tipo di servizio..quello verso la comunità, la città in cui vivono.
Parliamo di:
Clementina Fusillo – Assessore del comune di NOCI (Politiche sociali- Inclusione e Solidarietà – Parità di genere – Cittadinanza attiva -Trasparenza Amministrativa);
Rosa Calò – Vicesindaco del Comune di BITONTO;  Assessore con Delega alle Politiche del Territorio, Mobilità sostenibile, Personale e Pari Opportunità;
Domenico Nisi – Sindaco di NOCI;
Guglielmo Minervini – Assessore Regione Puglia  Politiche giovanili, Trasparenza e Legalità  partecipazione di Marilina Laforgia, presidente del Comitato nazionale.

Nell’incontro tenutosi a Bari nel pomeriggio del giorno 18 Gennaio 2014 presso la sede dei Missionari Comboniani, i relatori dell’incontro hanno parlato delle loro esperienze di servizio scout e di come quest’ultimo abbia poi influito sulle decisioni future e li abbia supportati in questi atti di coraggio, quali le cariche che oggigiorno ricoprono.

“Troppi si occupano dell’amministrazione pubblica unicamente perché hanno il dono della parlantina o qualche nozione mal digerita sul modo con cui l’amministrazione dovrebbe essere condotta, sebbene poi non abbiano alcuna esperienza o reale conoscenza della faccenda…..” parlava così B.P. nel secolo scorso..ed è curioso vedere come nulla è cambiato ed è tutto ancora così stagnate! Ma Baden Powell parlava anche del coraggio di mettersi in gioco ed è lo stesso coraggio di cui i quattro ospiti si sono fatti portavoce. Hanno tutti riportato la propria esperienza, riuscendo a ricavare delle coordinate comuni, tra cui la “chiamata al servizio” vista inizialmente come una “vocazione al martirio” (Rosa Calò), qualcosa che spaventava – vista la grande portata delle responsabilità- ma nel momento in cui si è capito che non si trattava di se’ stessi ma di un’intera comunità, una qualche forza innata dal profondo ha spinto loro verso il fatidico “si”. “SI” al cercare di “migliorare ciò che non va” e a non aspettare che siano gli altri ad agire o che i cambiamenti arrivino dall’alt, ma far si che possano partire dal basso, dalla realtà quotidiana..da tutti noi!

Infine non c’è invito e provocazione più appassionato e commuovente di quello che si evince nel passo tratto da Giocare il gioco, Nuova Fiordaliso, Roma 1997, p.45 : “ è il carattere dei suoi cittadini, non la forza delle sue armi, che eleva un Paese al di sopra degli altri. Per “carattere” voglio che si comprenda che non penso solamente ad un autocontrollo e autodisciplina passivi: il concetto include anche, oltre a queste qualità, il desiderio attivo di fare le cose. Non è solo l’essere buoni, ma il “fare” del bene che conta.

ALLA FACCIA DELLA DIFFERENZIATA

Una strada di quartiere semicentrale come discarica.
Scossoni di indignazione in un’uggiosa domenica mattina

Articolo e Fotografie di Donatella Albergo    

 

Bari, 2 Febbraio 2014

Sembrava che non si fossero ancora spente le luci sull’incontro organizzato dalla “Scuola di Formazione alla Cittadinanza Attiva – Libertiamoci” il 31 Gennaio con il Segretario Generale del Comune di Bari, che il dibattito per promuovere l’informazione e la partecipazione del cittadino fluttuasse ancora nelle orecchie e nella mente, quando stamattina mi imbatto in questo scempio.

E’ una domenica mattina grigia e piovosa, le strade del quartiere non si sono ancora svegliate, ma l’angolo fra via Dante e via Nicolai è già fiorito di vecchi materassi. Però l’autore/autrice è stato accorto/a: i materassi sono ben allineati, accostati al muro e… vicini ai cassonetti perché si tratta di rifiuti!

Non ci sono parole, a voi le foto e il commento.

Ma purtroppo mi accorgo di parlare troppo presto e di inezie: mi indigno per materassi smaltiti per strada e apprendo ora per caso che stanotte dei balordi hanno tentato di dar fuoco a un clochard che dormiva in piazza Garibaldi. Il poveretto è salvo per miracolo, grazie al pronto intervento dei Vigili del Fuoco e del 118.

LIBERTIAMOCI è una scuola di formazione alla cittadinanza attiva, ha avviato un percorso di informazione e partecipazione del cittadino almeno alla vita del suo quartiere e della sua città, mira alla “costruzione di cittadini” consapevoli e attenti. Perciò, forza ragazzi, non mollate! Rimbocchiamoci le maniche: c’è ancora molto da fare!!

 

via Dante, via Nicolai

IL PRIMO MATTONE DI “COSTRUIAMO I CITTADINI” E’ STATO POSATO

incontro con il Segretario Generale del Comune di Bari Mario D'Amelio

incontro con il Segretario Generale del Comune di Bari Mario D’Amelio

Articolo di Donatella Albergo                            

Fotografie di Valerio Iacovone                             

Nella sala della Giunta Comunale di Bari, l’appuntamento di partenza dell’associazione culturale “Scuola di Formazione alla Cittadinanza Attiva – Libertiamoci” previsto per quest’anno: l’incontro tra il dott. Mario D’Amelio, segretario generale del Comune di Bari, e i cittadini.

Sotto gli sguardi severi o bonari nei ritratti dei passati sindaci di Bari, ritratti che tappezzano le pareti della sala della Giunta Comunale di Bari, si è svolto ieri 31 gennaio un incontro tra cittadini e istituzioni. Il confronto è stato organizzato dall’associazione culturale “Scuola di Formazione alla Cittadinanza Attiva – Libertiamoci”  e ha coinvolto il dott. D’Amelio, segretario generale del Comune di Bari, che ha illustrato lo Statuto Comunale, con particolare attenzione agli Istituti di Partecipazione e ai Diritti dei Cittadini. Ha guidato il confronto il dott. Mario Dabbicco, presidente dell’associazione.

E’ questo il primo degli incontri previsti. Seguiranno: un secondo incontro con i candidati sindaci, per chiarire programmi e impegni, e un terzo per preparare i cittadini al voto europeo. Intanto ieri sera c’è stata una buona partenza per la partecipazione attenta dei cittadini, fra cui molti giovani.

Il dott. Dabbicco ha dato il via al confronto cittadini-istituzioni, preparato soprattutto per chiarire al cittadino quali sono gli strumenti a sua disposizione per partecipare, migliorare e controllare la gestione del bene comune.

Il Segretario Generale del Comune di Bari ha illustrato sapientemente lo Statuto della Città di Bari, rivelando aspetti veramente poco noti, soprattutto sul tema della partecipazione e dei diritti dei cittadini. Dal Titolo IV dello Statuto Comunale si legge: “Il Comune promuove e tutela la partecipazione dei cittadini, singoli o associati, all’amministrazione dell’Ente, al fine di assicurare il buon andamento, l’imparzialità e la trasparenza”. E’stato questo il cuore degli argomenti presentati dal dott. D’Amelio. Il tema della partecipazione, ha ricordato il Segretario Generale, è stato potenziato negli anni Novanta, ma la  sua pratica è ancora poco esercitata dal cittadino forse per mancanza di fiducia o di informazione o di capacità o di mezzi. O forse un po’ per tutti questi motivi insieme. Insomma gli strumenti che lo Statuto Comunale mette nelle mani dei cittadini sono davvero tanti, sorprendenti e potenti, ma ancora poco usati.

Sono stati illustrati anche alcuni articoli relativi al Testo Unico degli Enti Locali del 2011, che è legge nazionale.

Per esempio: nell’art. 8 sono previste forme di partecipazione e istanze popolari, perfino referendum dei cittadini su alcune tematiche.

L’art. 9 riguarda la tutela ambientale e prevede anche una class action in sostituzione del comune. I cittadini di Taranto si sono serviti di quest’articolo per far riconoscere i danni ambientali dell’ILVA e ottenere un risarcimento in sostituzione dell’ente pubblico inadempiente, ha ricordato D’Amelio.

L’art. 10 riconosce il diritto di accesso all’informazione e agli atti. Tale accesso è aperto anche agli enti e alle associazioni.

Con la legge anticorruzione Severino, poi, sono stati potenziati controlli e trasparenza. Il cittadino può richiedere informazioni e deve ottenere risposte entro 30 giorni. La normativa è estremamente avanzata, adeguata agli standard dei paesi nordeuropei, ma anche questa purtroppo ancora poco nota ai cittadini.

Altra sorpresa emersa dalla presentazione dello Statuto Comunale è stato l’art. 39 che prevede un Consiglio Comunale dei Ragazzi con funzioni propositive e consultive in materia di verde pubblico, ambiente, sport, assistenza agli anziani ecc. , allenando i ragazzi alla partecipazione e alla conoscenza delle istituzioni. Ma questo Consiglio dei Ragazzi per ora è rimasto sulla carta…

L’art. 42 riguarda le modalità di partecipazione. E anche qui non sono mancate le sorprese! Il cittadino ha a disposizione: interrogazioni, proposte, consultazioni e perfino referendum per partecipare alla vita amministrativa della sua città. E non basta: i referendum possono essere consultivi, propositivi e abrogativi (totali o parziali).

Insomma, il dott. D’Amelio ci ha svelato un mondo davvero inaspettato. L’apparato normativo dà la possibilità di controllare e partecipare, ma questo apparato deve essere accompagnato dall’informazione del cittadino e da un minimo di investimento umano e materiale. I cittadini devono cioè essere informati e sensibilizzati, ma occorre anche che essi possano usare strumenti facili, agili e veloci da consultare. E questo purtroppo richiede risorse che al momento non sono state ancora investite.

E’ seguito un dibattito, soprattutto con ragazzi presenti, circa il distacco dei giovani, ma non solo, dalle istituzioni, la mancanza di partecipazione alla cosa pubblica, l’indifferenza alla vita cittadina. Si è cercato di capire le ragioni e di dare delle spiegazioni. Sono emersi vari aspetti: una mancata campagna di sensibilizzazione da parte delle istituzioni, un interesse maggiore alle vicende politiche nazionali, piuttosto che comunali e locali, le mancanze della scuola come istituzione nel preparare i giovani, la scarsa cultura al cambiamento, la solitudine e l’isolamento dei giovani, il loro individualismo. Il loro sentire comune stenta a nascere, ma le generazioni di ieri cosa hanno fatto per evitare questo? Stiamo in fondo parlando dei loro figli…

Insomma gli interrogativi sono rimasti tanti e aperti. Ma lo scopo degli organizzatori non è stato tanto quello di dare risposte in cattedra, quanto quello di sollecitare domande e porre questioni.

Studente al Sud… roba da pazzi (?)

Articolo e Foto di Alessandro Amodio                     

Arrivo per la prima volta nella Casa dello Studente, a pochi passi dall’ingresso principale del Politecnico di Milano: “Salve, sono qui per scegliere la camera che ho prenotato tramite il sito”; “Ma per caso sei di Bari? Ho dei parenti che abitano proprio in via Manzoni”. E’ una scena questa che si ripete molte volte nel corso del mio soggiorno milanese: mentre il mio stupore nello scoprire quanti pugliesi abbiano scelto questa città come dimora lavorativa va sempre più scemando, comincio pian piano ad aspettarmi che la persona che ho di fronte, se non è del Sud, sicuramente ha dei parenti da cui riparare nei periodi festivi.

Terminate le scuole superiori, ho cominciato ad assistere ad una vera e propria fuga di amici e compagni dalla città natia: chi a Milano, chi a Bologna, Roma, Torino, Trento… in cuor mio già sapevo che anche io avrei preso la medesima strada, attraversando l’Italia nella direzione puntata dell’ago della bussola, ma mi ero sempre limitato a guardare con nostalgia e ammirazione queste persone, immaginando la famosa vita da fuori sede come qualcosa di troppo lontano dalle mie abitudini.

Dopo i primi tre anni di università avevo già deciso che sarebbe stata ora di levare le tende; e infatti, senza neanche rendermene conto, senza avere avuto il tempo di pensare a cosa stavo lasciando e provare a immaginare cosa avrei trovato, mi sono ritrovato a seguire lezioni in un ateneo che, diciamocelo, somiglia veramente poco all’idea di Politecnico che mi ero fatto a Bari. Innanzitutto a colpire è la dimensione: ci sono due sedi in diverse zone della città (praticamente piccoli quartieri) ed ognuna comprende numerosi edifici con soffitti stranamente non pericolanti, aule dotate di sedie insolitamente integre, aule informatizzate con più computer funzionanti che studenti, bagni in cui le porte, per qualche motivo, non sono divelte; con mio grande stupore notavo come i professori arrivassero all’orario indicato, caricassero dispense e appunti puntualmente, segnalassero con notevole anticipo date degli esami e modalità, curassero insomma in modo particolare la didattica.

D’altra parte, vivendo in una residenza universitaria, ho avuto conferma del fatto che io non fossi un’eccezione, che il caso dei miei amici non fosse una realtà circoscritta, ma che effettivamente i Baresi sono un popolo di migranti: è un po’ come sentirsi a casa, chi non è pugliese o siciliano è calabrese, lucano o campano. Anche chi è genovese ha i genitori di Ruvo di Puglia. Insomma, non è così difficile immaginare i motivi di questo spostamento di massa, anche se prendere coscienza personalmente dell’entità della fuga e del numero di fuggiaschi è cosa diversa.

Non so però quanto sia giusto parlare di fuga, o meglio, non per tutti almeno; è vero, sono tanti quelli che partono indignati, che non si riconoscono nella realtà meridionale (stereotipata, ma troppo spesso veritiera) dove tutto va male e nessuno sembra curarsene, dove tutto è sporco, dove niente funziona, dove sembra che combattere per far andare le cose nel giusto verso sia impossibile o inutile. Tanti partono semplicemente in cerca di qualcosa di nuovo, di diverso, magari desiderosi di cambiare aria e andar via di casa: e una volta presa questa decisione, le mete possibili non sono tante e spesso, senza grossa sorpresa, ricadono fra le solite note, se non all’estero. Tanti partono col “magone”, con la consapevolezza che andarsene sia giusto, necessario per avere la possibilità di giocare appieno le proprie carte, per non rimanere imbottigliati in una realtà che non lascia molto spazio ad ampie possibilità di carriera. Diciamo che partono per necessità, perché magari a Bari quel determinato corso non c’è o comunque non ci sono sbocchi lavorativi e perché in fondo, a conti fatti, a Bari non ci si stava neanche tanto male.

La maggior parte degli studenti fuori sede tende infatti a miticizzare un po’ la propria terra di provenienza: fa sempre caldo, il tempo è bello, si fa il bagno da aprile a ottobre, si esce sempre ed è pieno di gente; all’avvicinarsi dei periodi di vacanza non si vede l’ora di tornare, rivedere gli amici, riempirsi un po’ la pancia e stare in famiglia. Ciascuno non perde occasione di vantarsi dei prodotti tipici che assaggerà al ritorno (dai panzerotti a patate riso e cozze, dalle cartellate alle mozzarelle: diciamocelo, per noi Baresi la lista è lunga e ci riempie d’orgoglio); ai Baresi in particolare piace diffondere la propria lingua dialettale e spesso ci si diverte ad insegnare detti e imprecazioni “in lingua” a chiunque, in particolare agli stranieri ( molte volte si ottiene un mix di accenti davvero notevole ).

Intanto, da Bari i ragazzi continuano ad andarsene; naturalmente non sono stato l’ultimo della lista e lo spopolamento sembra proseguire imperterrito. La domanda sorge spontanea: rimarrà qualcuno? Chi sceglie di restare porta con sé un arduo compito: quello di compensare la perdita di cervelli, ambizione e intraprendenza dei ragazzi che scelgono di rivolgere il proprio sguardo altrove; naturalmente e per fortuna Bari è ancora piena (e lo sarà sempre) di persone in gamba, con la voglia di lavorare, di mettersi in gioco, di sacrificarsi per ciò che credono giusto. Bisognerebbe che queste persone non sentano di essere sole, di essere una goccia d’acqua limpida in un oceano inquinato; bisognerebbe che sia reso il giusto merito a chi s’impegna e che si forniscano a tutti le possibilità per mettere a frutto le proprie possibilità. Bisognerebbe che chi sceglie di restare possa guardare con orgoglio chi è andato via, mostrandogli che, forse, si era sbagliato.

Purtroppo per ora non sembra che questa realtà sia vicina o in avvicinamento, mentre gli atenei del Sud Italia rimangono di serie B; tuttavia, notiamo bene che questa classificazione è vera più che altro per i servizi resi agli studenti, perché, a ben guardare, sono tantissimi i professori che si impegnano e credono in quello che fanno e, pur con mezzi notevolmente più ridotti dei loro colleghi settentrionali, svolgono attività di ricerca con risultati ottimi e che molto spesso ci riempiono d’orgoglio, quando vengono portati in giro per il mondo.

Insomma, chi rimane non è perduto, ha soltanto tanto in più da dimostrare; a volte, anche una barca a vela, in mani esperte e col vento a favore, può andare più veloce di una a motore.

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