In fondo

Intervista e foto di Alberto Donadeo a                      

Francesca Palumbo e Lucia De Marco                                                 

 

 

Le recenti proteste divampate nelle periferie romane contro i centri di accoglienza per migranti hanno riacceso il dibattito nell’opinione pubblica sul problema dell’integrazione. Tutta la coltre di indifferenza che circondava le tragiche vicende degli sbarchi clandestini sta andando oggi dissolvendosi, spazzata via da nuove e vecchie intolleranze, rabbia sociale e degrado urbano.

Lontane dalle facili retoriche che ingombrano il campo della discussione, una scrittrice e una illustratrice esordiente, trovano a Bari nei tipi della giovane casa editrice Fasi di Luna, l’opportunità di raccontare la propria storia. Nasce così In fondo, scritto da Francesca Palumbo e illustrato da Lucia de Marco, una graphic novel che ci parla di solitudine e affetto, compassione e solidarietà.

Protagonisti sono la piccola Marina, bimba riflessiva alle prese con la paura dell’acqua e del nuoto e Amir, giovane immigrato giunto in Italia. Attraverso un’insperata immedesimazione Marina troverà, grazie al contatto col mondo di Amir, la possibilità di oltrepassare i propri limiti.

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Tutti i ricavati dei diritti d’autore dell’opera saranno devoluti all’organizzazione umanitaria Emergency, fondata da Gino Strada.

Abbiamo deciso di intervistare le autrici del libro per conoscere il loro punto di vista.

Alle prime domande risponde Francesca Palumbo, scrittrice e blogger barese, autrice del romanzo Il tempo che ci vuole (Besa), della silloge di racconti Volevo Dirtelo e dell’Instant book La vita è un colpo secco (Atmosphere).

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Francesca, perché sei convinta che proprio il linguaggio delle graphic novel rappresenti il veicolo più adatto per rappresentare un tema così urgente come quello delle migrazioni?

In realtà la scelta di condividere le mie idee attraverso la forma narrativa della graphic novel è nata semplicemente da un desiderio: quello di vedere disegnata la mia scrittura e dunque di provare ad affrontare un tema così urgente attraverso un linguaggio altro, un linguaggio che rendesse per immagini le mie emozioni, il mio punto di vista. Volevo in definitiva giocare una sfida con me stessa, misurarmi con una narrazione che affidasse a dei quadri lo status quo, gli interrogativi, l’idea dell’attenzione all’altro da sé e il senso di partecipazione. In realtà, ho già posto le basi anche per un romanzo che sarà pubblicato nei prossimi mesi e che tratterà lo stesso argomento in maniera completamente diversa, ma la graphic mi affascinava come possibilità di raggiungere ogni tipo di destinatario, soprattutto i lettori più giovani, ad esempio i ragazzini che divorano i manga e i bambini che amano i fumetti. Ho pensato che certe situazioni potessero restare più impresse mostrandole come fossero diapositive o foto, in questo caso immagini colorate.

 

Cosa pensi che il vostro libro aggiunga al dibattito sul tema?

Credo che fondamentalmente l’idea di cambiare il punto di vista e raccontare l’immigrazione dal punto di vista di una bimba di 6 anni, aggiunga al dibattito in corso il senso di una maggiore consapevolezza in generale, perché costringe il mondo degli adulti a dare delle risposte, a soffermarsi con più attenzione sull’urgenza che i bambini ci restituiscono, attraverso le loro domande spesso disarmanti, di comprendere il mondo e i sentimenti che lo muovono. I bambini hanno il potere di inchiodare noi adulti alla verità, alla consapevolezza di ogni parola che pronunciamo, di ogni azione che agiamo, e dunque anche alla colpa dell’indifferenza o dell’assuefazione.

 

Perché avete scelto di devolvere i ricavati dei diritti d’autore proprio ad Emergency?

Perché Emergency rappresenta una delle associazioni più attive nell’area dell’immigrazione e del disagio sociale. Già da anni ha attivato una serie di ambulatori, anche mobili, per garantire assistenza sanitaria gratuita ai migranti, con o senza permesso di soggiorno, ed è fisicamente presente in Sierra Leone a fronteggiare l’emergenza Ebola con una quantità di medici volontari che mettono quotidianamente a repentaglio le proprie vite per salvare il prossimo.

 

Alle ultime due domande risponde invece Lucia de Marco, che a seguito di una formazione pittorica presso una bottega barese si appassiona all’illustrazione e giunge con In fondo alla prima esperienza editoriale.

 

Quali difficoltà hai incontrato nel tradurre in immagini sentimenti complessi come la compassione, la paura dell’altro e la scoperta di una possibile solidarietà?

 

La maggiore difficoltà sta nell’esprimere emozioni e sentimenti in maniera credibile e coerente fra i volti e i gesti di tutti i personaggi, che in queste favola hanno tutti età e dunque modi di percepire la realtà molto diversi. Marina, coi suoi occhi curiosi di bambina, la mamma donna matura e cosapevole del mondo in cui vive, Amir giovane ragazzo pieno di sogni e allo stesso tempo del carico doloroso della sua storia, e il nonno, dolce e saggio anziano che mette al centro il ricordo e la memoria.

Ciascun personaggio vive in maniera assolutamente soggettiva e personale i momenti di questa storia e la difficoltà è rendere visibile questo punto di vista senza essere eccessivamente didascalici.

 

Perché il tono delicato e metaforico dei tuoi acquerelli credi possa esprimere la realtà di un dramma così violento e concreto come quello dei naufragi dei migranti?

 

C’è una maniera di essere gentili anche nel racconto della sofferenza e del dolore. Questa maniera è ciò che ci permette di arrivare ai bambini senza dover occultare immagini molto forti che non negano la violenza della realtà che ci circonda. La delicatezza degli acquerelli era il miglior veicolo per rappresentare il mondo interiore di Marina che sa guardare, porsi domande e astrarre le esperienze vissute per portarle e rielaborarle nel suo mondo di bambina. L’atmosfera a tratti sognante intervallata da momenti di profondo realismo rendono questa storia universale e attuale allo stesso tempo e ci permettono di poter rendere più livelli di lettura: da uno puramente letterale ad uno più simbolico, e dunque abbracciare un pubblico di lettori il più vasto possibile.

In memoria di Nino Lavermicocca

Articolo e foto di Roberta Giordano                                

 

 

Si è svolta ieri, nella Sala Consiliare del Comune di Bari, una commemorazione in onore di Nino Lavermicocca, archeologo e studioso del Medioevo pugliese, scomparso nel marzo di quest’anno.

Lo hanno ricordato tanti amici e rappresentanti di associazioni, cui lo stesso Lavermicocca aveva aderito negli anni o con cui aveva collaborato.

Ha aperto la serata il professor Vito Leccese, che si è detto onorato di essere stato chiamato a fare da moderatore tra i tanti che hanno voluto spendere una parola per l’amico scomparso.

Primo atto è stato quello di dare lettura delle parole del giornalista Lino Patruno, all’indomani della triste notizia della morte di Nino Lavermicocca: “Le campane di tutte le chiese di Bari Vecchia dovrebbero suonare insieme, per lui. E i santi di strada che occhieggiano dalle edicole dovrebbero rivolgergli un saluto per l’ultima volta. Perché Nino Lavermicocca di Bari Vecchia non era solo amante e cantore e rabdomante di tesori. Ne era una pietra dei basolati, l’anima delle corti, il lampo degli archi, lo scrigno delle tradizioni, il genius loci (lo spirito del luogo) e il genius gentis (lo spirito della gente)”.

E’ toccato poi alla dott.ssa Francesca Radina, responsabile della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, che lo ha ricordato ripercorrendone la biografia, fino al suo incarico come Ispettore archeologo medievista per la Puglia. “Era insofferente ai lacci della burocrazia…” dice la Radina parlando di lui e delle sue qualità professionali.

E ancora: Padre Damiano Bova, in rappresentanza della Basilica di San Nicola, il Santo che Nino Lavermicocca considerava elemento identitario della comunità barese e di cui immaginava un possibile cammino di pellegrinaggio al pari di quello di Santiago di Compostela.

Lucia Aprile, presidente dell’Adirt, Associazione difesa insediamenti rupestri e territorio che  “Nino, amico fin dai tempi dell’università”, aveva contribuito a far nascere nell’aprile del 1982.

Il professor Dino Borri, esponente del Fai, la prof. Raffaella Cassano, Presidente dell’associazione “Italia Nostra”, Franco Neglia, promotore dell’associazione “Murattiano”, e Rochy Malatesta del Cesvir (Centro Economia e Sviluppo Italo-Russo).

Commosse e dure le parole dell’amico Lettiero Munafò, generale dell´Aeronautica a riposo e presidente per la Puglia della Sipbc (Società italiana per la protezione dei beni culturali), a sottolineare le difficoltà con le istituzioni, il disinteresse di queste per la cura del territorio e per la salvaguardia della storia di questo paese, l’amarezza dei Nino Lavermicocca per i tanti progetti non realizzati, per le perdite continue di un patrimonio che troppo spesso le nostre istituzioni non hanno apprezzato.

Sarà il dott. Antonino Greco, presidente dell’Archeoclub Bari a.p.s. “Italo Rizzi”, a riportare il discorso dall’amarezza all’impegno di Nino Lavermicocca, un impegno costante in nome di una identità religiosa e culturale che lui intravedeva per Bari e la Puglia, in nome di quel Santo distintivo, a noi tanto caro, che proprio oggi si celebra.

In chiusura la lettura del pensiero del Sindaco Antonio De Caro, che non è potuto intervenire, ma promette di portare in giunta la proposta di intitolare una piazzetta o una via di Bari Vecchia allo studioso che tanto ha fatto per questa città,

Infine le dolci e affettuose parole di uno dei figli, Stefano, che prova a fermare il tempo per dire che non finisce qui, che ancora c’è speranza per cambiare, per realizzare questo futuro che è di tutti, perciò “grazie papà!”

 

Bari, 6 dicembre 2014

VIA SAGARRIGA VISCONTI ANGOLO CALEFATI: UN OSPEDALETTO E UN GIOCATTOLAIO

Articolo e fotografie di Donatella Albergo                    

              

In questo spigolo di strade, generazioni di mamme del quartiere hanno comprato giocattoli tutto l’anno e maschere a carnevale, hanno preparato alberi e presepi, festeggiato con bandiere e festoni la nazionale di calcio, trovato ogni sorta di cianfrusaglie per i bambini e anche per la casa e il fai da te. E tutto molto prima che i cinesi arrivassero. Siamo in via Sagarriga Visconti angolo via Calefati, davanti alla “storica ditta di giocattoli Carrassi”, tappa obbligata in ogni passeggiata a piedi con bambino/a. Aveva i prezzi più bassi e trovavi proprio tutto, anche se di qualità non eccelsa.

Tutti conoscono quel negozio nel quartiere, ma non tutti sanno che l’angolo tra via Sagarriga e via Calefati è stato l’ex Ospedaletto dell’ex Ospedaletto dei bambini di via Trevisani. Per essere precisi, prima che il 29 settembre 1912 fosse inaugurato l’ “Ospedaletto dei bambini poveri” in via Trevisani, l’attuale negozio di giocattoli fu una delle sedi dell’Ambulatorio dei Bambini poveri e malati, nato in seguito alle donazioni in favore del “Comitato di soccorso per bambini poveri e malati”, costituitosi con lo scopo di dare un ospedale pediatrico alla città.

Ma procediamo con ordine: questa lodevole iniziativa nacque dal prof. di matematica Enrico Nannei, in seguito alla morte prematura della figlioletta. La piccola si spense per una difterite nel 1891, quando aveva poco più di un anno e nel 1893 il professore, insieme all’on. Nicola Balenzano diede vita al Comitato per raccogliere fondi. A gara vi parteciparono non solo le più facoltose famiglie baresi, ma tutta la cittadinanza. Prima che l’Ospedaletto di via Trevisani fosse inaugurato sul suolo di proprietà del Comune, il negozio di giocattoli ad angolo tra via Sagarriga e via Calefati fu la sede ambulatoriale, da cui sarebbe nato il primo vero ospedale pediatrico della città. Se ne prendevano cura le Suore d’Ivrea ed era un appartamento situato al primo piano di via Sagarriga Visconti 51. Comprendeva una stanza per gli interventi chirurgici, una per l’ambulatorio ed altre per il refettorio, l’ufficio, la cucina e l’abitazione delle tre suore.

Nella foto di Michele Lopez del 1898 è visibile il palazzo ad angolo sede dell’Ambulatorio e, a sinistra, il portale di destra della chiesa del Preziosissimo Sangue in San Rocco.

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Nel 1912 l’Ospedaletto di via Trevisani aveva un solo piano, ma negli anni Cinquanta fu ampliato con il primo e secondo piano, nuovi reparti e nuovi laboratori. Il 27 aprile 1977 fu definitivamente chiuso e trasferito in via Amendola, dedicato a “Giovanni XXIII”, il Papa che amava i bambini. La vecchia, gloriosa palazzina fu lasciata all’incuria e all’abbandono per molti anni, fino al recupero che ne fece la sede dell’VIII Circoscrizione.

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Anche il palazzo ad angolo Sagarriga/Trevisani fu rifatto nel secondo dopoguerra e sopraelevato di tre piani. Nel 1970 fu la sede della ditta Carrassi prima con la vendita di casalinghi (come orgogliosamente ricordano ancora le insegne), poi di giocattoli. Ma per me e mia figlia fu sempre e solo la sede del giocattolaio del quartiere.

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Quanta storia dietro quelle pareti e quelle vetrine fitte di ciarpame e giocattoli, quando la piccola signora Rosa dai capelli d’argento stava alla cassa e i suoi tre figli, tutti maschi, mi guidavano nelle scelte. Ancora oggi Francesco, Benedetto e Nicola sono in negozio e hanno ormai anche loro i capelli bianchi. Quanti giocattoli comprati per mia figlia e per i nipotini, e non solo a natale… ma come scatole cinesi, una storia più antica e preziosa era nascosta in quei muri ormai un po’ impolverati.

 

Foto d’epoca tratte da:    http://www.dondialetto.it/bari/articles.asp?id=76&page=197

 La foto del negozio Carrassi 1898 è tratta da un articolo della “Gazzetta del Mezzogiorno”

 

MARCO SACCO, LAUREATO IN INGEGNERIA, VOLONTARIO PER L’ASSISTENZA AGLI EMARGINATI, FOTOGRAFO… E GIOVANE PROMESSA DELLA NOSTRA TERRA

Articolo di Donatella Albergo                                  
Fotografie di Marco Sacco                                                       

Ho conosciuto Marco come volontario In.Con.Tra. quando distribuiva la cena in stazione per i senza fissa dimora. Quando aveva il suo turno, arrivava con la vecchia Panda piena di teglie di pasta al forno e latte caldo d’inverno. E la macchina fotografica era già con lui, appesa al collo. Si è laureato in Ingegneria, ma quella fotocamera era sempre lì con lui a raccontare storie, a fermare atmosfere, a scavare nell’anima, a far indignare, a denunciare, a presentare, a consolare…

 

Marco nasce a Bari. Dopo il liceo s’iscrive alla Facoltà d’Ingegneria del Politecnico di Bari. Durante gli studi universitari inizia ad interessarsi di fotografia. La sua attenzione è fin dal primo momento concentrata sull’uomo e sulla società. La fotografia diviene lo strumento per testimoniare la realtà. Privilegia la valorizzazione delle persone e della realtà comune restituendo attraverso le immagini una memoria. Egli avverte la disattenzione umana, frutto della vita veloce che conduciamo, fermandosi ad osservare uomini e luoghi che inevitabilmente muteranno e scompariranno senza a volte lasciare traccia e ricordo del proprio passaggio.

La sua percezione umanistica, quasi antropologica, unita alla curiosità ed alla spensieratezza del fotografo vagabondo, solitario e senza meta, lo porta a imbattersi nella strada, quel luogo dove egli avverte il fluire della vita. Ma oltre ad una fotografia da flâneur, la sua indagine personale spazia, inevitabilmente, nel reportage sociale. Tra i suoi progetti, tutt’ora inediti, alcuni privati e sempre in via di sviluppo, vengo a conoscenza di diversi lavori, come quello sulle culture giovanili, oppure sul mare e sui pescatori ed, inoltre, una serie di fotografie su Bari Vecchia.

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A quali lavori sei più legato e perché?

Sono legato a tutti i lavori, intesi sia come singole fotografie che come storie, nella stessa maniera. Certamente ci sono lavori che hanno una valenza sociale e politica superiore ad altri. Ultimamente il lavoro sui rifugiati è quello che ha suscitato in me un coinvolgimento maggiore.

Mi incuriosisce tanto sapere com’è nata questa tua passione per la fotografia.

Da sempre ho avuto una predisposizione all’osservazione delle persone. Fin dall’infanzia ho sviluppato una curiosità nei confronti dell’uomo e del suo ruolo nella società. La fotografia è diventata, di fatto, il mezzo che mi permette di creare una testimonianza di quel vedo e di quel che vorrei mostrare.

Ed ora eccolo qua l’ultimo reportage di Marco Sacco, Seconda Accoglienza, uscito a luglio sul Witness Journal n° 65 e ad agosto pubblicato su Vogue.it, sui rifugiati dell’ex liceo classico Socrate di Bari. Anche in quest’ultimo lavoro, Marco è sempre se stesso: con lo sguardo sui più deboli, graffia coscienze addormentate e scruta con occhio vigile. I suoi scatti sono rigorosamente in bianco e nero, taglienti e pietosi nello stesso tempo, denudano e frugano, ma con dignità e pietà.

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Marco, vuoi parlarci tu stesso di questo tuo ultimo reportage? Cominciando dall’inizio: com’è nata quest’idea?

Causalmente sono venuto a conoscenza dell’occupazione dell’ex-liceo Socrate di Bari da parte di immigrati (prevalentemente del Ciad, Sudan ed Eritrea). Essi sono giunti in Italia con l’intenso flusso migratorio del 2009. Ho deciso di documentare proprio nell’estate del 2014 la condizione di questi rifugiati, con l’intenzione di porre l’attenzione, in questo momento storico segnato da un’ondata migratoria senza precedenti, sulla realtà e sugli sviluppi che vivono gli immigrati dopo anni dal loro arrivo e sulla totale assenza delle autorità competenti.

Cosa ti ha spinto ad occuparti soprattutto degli “ultimi del mondo”?

Certamente vale il pensiero espresso in precedenza. Ma occorre fare delle precisazioni sulla motivazione più profonda che mi ha spinto ad entrare nell’intimità dei soggetti fotografati. Non ho voluto usare il dolore altrui per appagare il mio ego, per soddisfare la mia curiosità, o per fare delle “belle foto”. La mia mission va ben oltre questo. Il fine ultimo del mio reportage (che è ancora work in progress) è quello di sensibilizzare gli spettatori su un tema così attuale, tema che vede lesi e negati i diritti umani. Mi auguro che questo reportage tocchi le corde più profonde dell’anima delle persone a capo delle autorità istituzionali (e non solo) e che, adempiano al loro lavoro, aiutando questi rifugiati che versano in condizioni al limite della stessa dignità.

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Infine, Marco, vuoi dirci quali sono i tuoi progetti per il futuro: farai l’ingegnere, il fotografo o il volontario e qual è il tuo sogno nel cassetto?

Non so cosa mi riserverà il futuro. Cerco nel mio piccolo, ma con tutti i mie sforzi, di realizzare un sogno.

Allora in bocca al lupo! Stoffa, idee, talento, ambizione, cuore e testa non ti mancano di certo!!!

 

Link:

Seconda Accoglienza on Witness Journal 65:

http://witness.fotoup.net/wj/index.php?issue=65

 

Second Reception on Vogue.it:

http://www.vogue.it/people-are-talking-about/vogue-arts/2014/08/marco-sacco

 

Sito Web:

http://marcosacco.altervista.org/

 

UN MARE DI TUTTI


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Articolo e fotografie di Donatella Albergo                                       

Benidorm, Spagna, luglio 2014

 

C’è una città, a circa 150 km a sud di Valencia, che come Las Vegas fionda in alto i suoi grattacieli in mezzo ad aridi paesaggi. Benidorm, che abbaglia di giorno con il suo sole e di notte con le insegne dei suoi locali notturni, è un enorme villaggio vacanze con colate di cemento fino al mare. La speculazione edilizia è arrivata con grattacieli di alberghi e di appartamenti a mangiarsi la costa, fermandosi solo davanti al lungomare e alla playa dorada.

 

Però già dal lungomare qualcosa cambia: panchine e poltroncine in pietra, legno o muratura, punteggiano numerose i posti più ombreggiati e chi si stanca o chi non può ha la possibilità di noleggiare piccoli automezzi elettrici e scooter, a uno o due posti, sul lungomare chiuso al traffico. Prezzi contenuti, pulizia di spiagge, mare e strade, buona viabilità, servizi efficienti, clima soleggiato gran parte dell’anno, spiagge attrezzate e pubbliche, fanno di Benidorm la meta preferita dei turisti nordeuropei che trascorrono qui non solo le vacanze estive, ma spesso vi risiedono nei mesi invernali.

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A Benidorm la spiaggia è davvero di tutti, senza barriere e senza ingressi a pagamento, perché qui lo stato non ha ceduto a privati alcuna concessione per quattro soldi. Una lunga passerella di legno porta te o le carrozzine dei disabili fino alla battigia. Sulla spiaggia, l’Ayuntamiento (Comune) di Benidorm, con il suo “Plan de playa accesible” ha attrezzato un settore per dare ai disabili l’accesso al mare e il loro posto al sole. Su una pedana di legno, sotto una tenda parasole, essi guardano il mare e si ubriacano di iodio. La zona è attrezzata con bagni, docce, zona wi-fi, carrozzine in plastica per prendere il sole o arrivare fino al mare. E mazzi di bastoni canadesi fioriscono sulla pedana per dare un aiuto a chi ha il passo incerto. Gli assistenti, giovani selezionati per questo servizio, fanno loro anche la doccia e lavano i capelli dal sale dopo il bagno. Li accompagnano fino al mare e li riportano in spiaggia.

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L’Ayuntamiento impiega gli assistenti con contratto stagionale, ma l’amicizia con il disabile dura tutta la vita. Si conoscono, si sorridono, si chiamano per nome. I bisogni gridano, ma ci sono anche i sorrisi per il sollievo di un bagno nel Mediterraneo. E’ questo il compito di Pablo Recio Sànchez, 21enne bagnino di salvataggio in estate, ma studente di restauro presso l’università di Valencia per il resto dell’anno, che ci ha fatto da guida in questa visita.

I disabili con le loro famiglie vengono da tutta la Spagna e anche dal nord Europa. Un bel successo per Benidorm che dimostra che l’accessibilità a strutture e spiagge paga e non solo in termini di immagine! Sì, qualche centinaio di metri alle mie spalle le barriere architettoniche sopravvivono, ma qui oggi ho visto arrivare al mare senza gambe, ho visto bagnarsi e fare la doccia chi, più fortunato, poteva aspirare al massimo ad una stanza d’albergo con aria condizionata senza il “Plan de playa accesible”. Oggi è una bella giornata!

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La spiaggia accessibile è possibile e gratuita, non servono investimenti faraonici: qualche passerella in legno, carrozzine in plastica, una cabina con servizi, qualche giovane assistente da impiegare 2-3 mesi l’anno… Questa la parte facile. Il difficile sarebbe cambiare le coscienze, creare la sensibilità e il dovere morale di dare il mare e la spiaggia a tutti, di accorciare le distanze, di pareggiare le disuguaglianze.

E anche “Pane e pomodoro” sarebbe più bella se ci aggiungessimo “il sale”…. Sindaco, che ne dici? Quando “Torre Quetta” e “Pane e pomodoro” come Benidorm?

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Ringraziamo il nostro giovane amico Pablo Recio Sànchez e i suoi colleghi per la loro disponibilità e i bagnanti di Benidorm che con disinvoltura e simpatia hanno posato per i nostri click.

Buone vacanze!

Bando del Concorso Fotografico “Bari da ricordare, Bari da dimenticare”

Bando di concorso
“Bari da ricordare, Bari da dimenticare”

il file pdf del bando può essere scaricato a questo link: https://drive.google.com/file/d/0B-C3DPTkwz-2cmJTX2toWXI3WWM/edit?usp=sharing

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Concorso di fotografia dell’Associazione Culturale

“Scuola di formazione alla cittadinanza attiva – Libertiamoci”

Anno 2014

La Scuola di formazione alla cittadinanza attiva – Libertiamoci indice un concorso di fotografia a premi aperto a tutti.

I fini del concorso sono i seguenti:

  • Invitare all’osservazione della propria città e del proprio quartiere;
  • Stimolare i cittadini all’espressione artistica attraverso la fotografia;
  • Promuovere l’Associazione Libertiamoci, attraverso il proprio giornale virtuale, quale mezzo d’espressione e comunicazione a completa disposizione dei cittadini;
  • Creare un archivio di documentazione fotografico;
  • Spingere il pubblico verso la partecipazione attiva alla cittadinanza.

REGOLAMENTO

1.modalità di partecipazione

I concorrenti potranno partecipare al presente concorso presentando almeno due o più (massimo 5) fotografie fatte da loro stessi, che saranno valutate da una apposita giuria, individuata dal Consiglio Direttivo dell’Associazione.

Attraverso la fotografia la “Scuola di formazione alla cittadinanza attiva – Libertiamoci” si ripropone di sollecitare l’interesse dei cittadini, o di quanti vogliano partecipare, verso la città di Bari. Vi chiediamo quindi di immortalare gli aspetti che più Vi piacciono e Vi colpiscono di questa città, ma anche ciò che secondo Voi andrebbe cambiato e migliorato. Poiché il fine ultimo del nostro giornale virtuale è incoraggiare la cittadinanza attiva, Vi chiediamo di mettere in mostra le luci e/o le ombre del nostro territorio per poter essere orgogliosi della bella città in cui viviamo o per evidenziarne le anomalie e poterle migliorare.

Per la prima volta, in questa edizione del Concorso Fotografico, viene richiesto ai partecipanti di presentare NON singole fotografie bensì un progetto fotografico di minimo 2 e massimo 5 fotografie che risultino collegate tra loro da un filo logico (sia esso rappresentato dal soggetto, dal significato o dall’interpretazione delle immagini). La giura non giudicherà le singole foto, ma il loro insieme, premiando quindi un progetto e non il singolo scatto.

Il tema del concorso sarà dunque “BARI DA RICORDARE, BARI DA DIMENTICARE” la cui interpretazione può seguire tre differenti declinazioni a discrezione del concorrente:

  1. Bari da ricordare – le foto dovranno mostrare gli aspetti positivi della città cui siete più affezionati, che più Vi piacciono e Vi fanno amare Bari;
  2. Bari da dimenticare – le foto dovranno mostrare gli aspetti negativi della città, ciò che Vi rende poco orgogliosi di Bari e che andrebbe cambiato;
  3. Bari da ricordare e da dimenticare – unendo le due interpretazioni precedenti, il concorrente potrà inviare foto che mostrino aspetti contrastanti della città pur essendo comunque collegate da un filo conduttore.

Dopo aver scelto una delle tre interpretazioni precedenti, il concorrente dovrà rispettare e tener presenti le seguenti regole:

  • Le foto saranno ammesse soltanto se scattate all’interno del territorio d’interesse del nostro giornale, ovvero la città di Bari e dintorni;
  • il progetto fotografico dovrà essere accompagnato da un titolo (non è obbligatorio invece presentare un titolo per ogni singola fotografia) e da una breve sinossi esplicativa della personale interpretazione del concorrente al fine di permettere alla giuria di valutare l’attinenza al tema e la potenza comunicativa degli scatti;
  • gli elaborati dovranno essere obbligatoriamente accompagnati da nome, cognome e data di nascita dell’/degli autore/i. Inoltre si pregano i partecipanti di segnalare il luogo in cui la foto è stata scattata. Tali dati saranno custoditi ed utilizzati nel pieno rispetto della normativa sul trattamento dei dati personali (dlgs 196/2003) per i soli scopi di organizzazione del concorso;
  • la partecipazione è gratuita e non è richiesta alcuna iscrizione, basterà presentare i propri file entro i limiti di tempo specificati sotto;
  • è consentito presentare un progetto a più voci, ovvero da un gruppo di autori che si accorpano per esibire un unico progetto.

2.tipologia e requisiti delle foto

Le opere dovranno essere inedite. Lo scatto potrà essere stato eseguito con apparecchi analogici (pellicola) o digitali (fotocamere di telefoni cellulari comprese). Per questi ultimi, la risoluzione minima richiesta è di 1200×800 pixel (la giuria si riserva la possibilità di accettare risoluzioni inferiori).

Le immagini potranno essere ritoccate digitalmente e possono essere presentate sia a colori che in bianco/nero. Ogni concorrente potrà presentare un massimo di 5 fotografie.

Le immagini possono essere anche presentate sottoforma di scansioni in alta risoluzione purché di originali realizzati dall’autore stesso.

La qualità dovrà rispondere ai requisiti minimi di stampa (minimo 1200×800 pixel)

Per facilitare l’organizzazione del materiale, si chiede ai partecipanti di controllare che le immagini da inviare abbiano le seguenti caratteristiche:

  • formato jpg con compressione minima (ossia con la massima qualità)
  • risoluzione 200 dpi
  • il nome del file dovrà essere composto dal cognome e dal nome dell’autore, dall’eventuale titolo della foto, dal luogo in cui è stata scattata e dal numero progressivo dell’immagine
    ad esempio:
    Mario_Rossi_ titolo_luogo_1.jpg
    Mario_Rossi_ titolo_ luogo_2.jpg
    Mario_Rossi_ titolo_ luogo_3.jpg
    Mario_Rossi_ titolo_ luogo_4.jpg.

3 PREMI, MODALITA’ DI CONSEGNA E PUBBLICAZIONE

L’elaborato dovrà essere consegnato in formato digitale inviandolo al seguente indirizzo e-mail libertiamoci.concorso@gmail.com

Il concorso si aprirà il giorno 18 luglio 2014 e si chiuderà il giorno 31 dicembre 2014, termine ultimo per consegnare i file.

La giuria sarà composta da membri della redazione del giornale Libertiamoci e da un fotografo professionista ed il suo giudizio è insindacabile.I criteri generali di valutazione saranno i seguenti:

  • originalità nell’interpretazione del tema;
  • efficacia espressiva degli scatti in relazione al tema e all’interpretazione scelta;
  • qualità tecniche.

La premiazione dei vincitori avverrà durante la mostra fotografica, aperta al pubblico, che si terrà nello Spazio Giovani concesso dal Comune di Bari. Il numero di vincitori e l’entità dei premi sarà comunicata a breve sul sito di Libertiamoci (www.libertiamoci.bari.it)

4. ACCETTAZIONE DEL REGOLAMENTO

La partecipazione al Concorso comporta, per i partecipanti, l’accettazione incondizionata e totale delle regole e delle clausole contenute nel presente Regolamento senza limitazione alcuna. La partecipazione a questa manifestazione a premi è libera e completamente gratuita.

I diritti e la proprietà delle immagini restano ai titolari delle stesse, i quali concedono, a titolo gratuito, al giornale Libertiamoci l’uso delle fotografie inviate a concorso, per i seguenti usi: la stampa di un eventuale catalogo o altro materiale informativo gratuito, la pubblicazione sul sito del giornale, sui siti web e sui canali di social network in contesti legati al concorso, l’esposizione e la proiezione in manifestazioni promozionali, l’allestimento di mostre.

La redazione si riserva dunque il diritto d’uso non esclusivo delle opere inviate che potranno essere pubblicate su qualsiasi mezzo e supporto (cartaceo e/o digitale).

Ogni partecipante è responsabile di quanto forma oggetto delle proprie opere, sollevando gli organizzatori da ogni responsabilità, anche nei confronti di eventuali soggetti raffigurati nelle fotografie. Il concorrente dovrà informare gli eventuali interessati (persone ritratte) nei casi e nei modi previsti dall’art.10 della legge 675/96 e successiva modifica con D.Lg. 30 giugno 2003 n.196,nonché procurarsi il consenso alla diffusione degli stessi qualora i dati contenuti nelle immagini possano essere considerati sensibili. Inoltre l’invio di immagini da parte del partecipante al concorso fotografico presuppone che lo stesso sia in possesso delle liberatorie in caso di persone o cose e edifici ritratti sottoposti a vincoli di riprese fotografiche.
Infine, i plagi saranno puniti con la non ammissione al concorso.

Come già detto, i dati personali inviati insieme alle foto saranno utilizzati ai fini del concorso e la partecipazione allo stesso presuppone l’autorizzazione al loro trattamento.

5. ulteriori informazioni

Per qualsiasi informazione, in ordine al presente Regolamento e/o alla suddetta manifestazione a premi, saranno competenti in via esclusiva la redazione del giornale ed il responsabile del progetto (Valerio Iacovone – raggiungibile all’indirizzo libertiamoci.concorso@gmail.com). Gli utenti possono inoltre contattare la redazione per eventuali richieste o chiarimenti direttamente sulla nostra pagina facebook Libertiamoci.

6. ESCLUSIONI

Non possono partecipare al presente concorso i componenti della giuria.

 

 

il file pdf del bando può essere scaricato a questo link: https://drive.google.com/file/d/0B-C3DPTkwz-2cmJTX2toWXI3WWM/edit?usp=sharing

Quattro passi nel Quartiere Libertà

Articolo di Roberta Giordano e Donatella Albergo             

Fotografie di Roberta Giordano                 

L’Associazione “Scuola di formazione alla cittadinanza attiva – Libertiamoci” è stata invitata, durante l’evento: “Piazza senza frontiere”, organizzato nell’ambito del Progetto Finis Terrae, a svolgere una passeggiata nel quartiere Libertà quale pretesto per conoscere meglio il proprio quartiere e parlare di mobilità sostenibile e della sua vivibilità oggi! Da questa esperienza nasce questo testo che unisce fatti storici ed emozioni. Immaginiamolo come una passeggiata virtuale attraverso il quartiere.

Dopo l’espansione del borgo murattiano, caratterizzata da una urbanizzazione squadrata e lineare, sullo stile francese, nella seconda metà dell’Ottocento, si programma per Bari un nuovo ampliamento edilizio. Il progetto è affidato, nel 1884, all’ingegnere capo dell’ufficio tecnico del Comune Carlo Marena e all’ingegnere di sezione Angelo Cicciomessere. Questi, ripresa la regola di composizione urbanistica europea, ipotizzano un nuovo quartiere lungo la direttrice ovest del borgo murattiano, verso la Cinta Daziaria progettata nel 1870 da Michele Lofoco (attuale via Brigata Regina). Vengono progettati grandi isolati con edilizia di tipo residenziale, piazze e ampi spazi verdi. Tuttavia il piano fallisce. “La città mostra una tendenza spontanea di espansione residenziale verso sud, oltre la linea ferroviaria, mentre la zona ad ovest della città è destinata sempre più ad accogliere funzioni produttive ed infrastrutturali a servizio della città centrale” [1].

A conferma di tutto ciò, la costruzione, nei primi anni del Novecento, della Regia Manifattura dei Tabacchi. A metà degli anni Trenta in Puglia si concentrava infatti il 47% della superficie coltivata a tabacco in Italia. Fu l’ingegnere Vittorio Emanuele Aliprandi a progettare la Manifattura di Bari. Nel 1905 già ne parla il “Corriere delle Puglie” e nel 1909 il cantiere è avviato. I mattoni arrivano via nave da Rimini. Purtroppo un episodio funesto macchia la nascita della Manifattura: il 12 agosto 1909 un garzone, Pietro Luisi, di soli 13 anni, precipita nel cantiere da una impalcatura [2]. Voluta e progettata dalla “Direzione generale delle Privative”, la Manifattura fu pensata come una fabbrica modello, per criteri distributivi, funzionali e per innovazione tecnologica [3], eppure le condizioni di lavoro del personale, in buona parte femminile, erano durissime. Dice V.A. Leuzzi che regole ferree impedivano alle operaie di circolare tra i reparti [4].

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La scelta topografica del quartiere rivelò nel tempo dei problemi, soprattutto di natura idrogeologica. Infatti le tre alluvioni che colpirono la città nel primo trentennio del Novecento, 1905, 1915 e 1926, determinarono allagamenti e lutti L’alluvione del 1905, come racconta Nicola Mascellaro, avvenne a seguito delle piogge che interessarono l’area di Bari fra gennaio e febbraio di quell’anno. Le acque che si riversarono in città dalla Murgia, dove le abbondanti piogge avevano sciolto la neve, attraversarono le frazioni di Canneto e Loseto per incanalarsi nell’antico letto del torrente Picone. La massa d’acqua raggiunse il muro di cinta della ferrovia Adriatica abbattendolo e si riversò nelle strade del centro (via De Rossi, Quintino Sella, Sagarriga Visconti e Manzoni) spazzando carrozze, abitazioni e genti e raggiungendo via Napoli e infine il mare. “Lo scontro fra l’acqua alluvionale e il mare fu così violento da scavare una fossa profonda due metri” [5]. Cinque furono i morti. Anche peggiori furono le successive alluvioni. Nel 1915 le vittime furono diciassette, mentre nel 1926 più di venti. Le targhe poste agli angoli di via Garruba e via Trevisani riportano le differenti altezze dell’onda d’acqua in quelle zone, nei diversi anni.

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Sarà a seguito dell’ultima catastrofe in pieno ventennio fascista, che saranno edificate le case destinate agli alluvionati, tutt’oggi presenti alle spalle della Manifattura. Si tratta di un’edilizia popolare, con portoni distribuiti ai quattro angoli e lungo il lato maggiore dell’isolato, con sopra riportata l’iscrizione VI novembre 1926. Sul fronte che affaccia sulla Manifattura è presente un’edicola celebrativa, con inciso l’anno fascista di edificazione, composta da due colonne di marmo, sormontate da un’aquila reale, e da una nicchia, ormai vuota, che probabilmente ospitava un “fascio littorio”. Gli stessi fasci sono riportati a decoro del cancello che immette nel cortile del blocco edilizio, sul lato opposto dell’edificio.

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Nello stesso pugno di strade, fra gli alloggi degli alluvionati e la Manifattura, sorge la Chiesa del Redentore. Alla fine dell’Ottocento i Salesiani stanno cercando un terreno per edificare la loro chiesa. La Congregazione, quella dei Salesiani nasce nel dicembre del 1859 a Torino-Valdocco, ad opera di Giovanni Bosco, allora di soli 44 anni [6]. Il comune offre al canonico Beniamino Bux un suolo di circa 2000 mq, in una zona centrale di Bari, ma nell’aprile del 1900 arriva a Bari don Rua a dissuaderlo. Questi gli suggerisce, invece, di comprare un terreno più ampio, anche se più marginale. Il Comune rilancia l’offerta, con un terreno di 5000 mq, ma don Bux finisce con l’acquistare un terreno di 12.600 mq, oltre la via vecchia di Bitritto e la strada di San Giorgio [7]. Nel 1930 il canonico Bux ha messo insieme 187mila lire, sufficienti all’impresa De Bellis per cominciare a costruire la nuova Chiesa. Nell’aprile del 1935 la Chiesa è pronta e inaugurata dall’Arcivescovo di Bari: Monsignor Marcello Mimmi [8]. La facciata è neo-Medievale, in asse con la strada (via Crisanzio). L’imitazione medievale guarda al Romanico Pugliese, ma nella Chiesa del Redentore vi è una nostalgia gotica.

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Anche l’edificio scolastico “San Giovanni Bosco”, che sorge di fronte, risale al 1927. Sebbene negli anni abbia assunto diverse denominazioni, da “Principessa Maria José” a “Rosa Maltoni Mussolini”, nel 1961 prese l’attuale intitolazione, sempre in riferimento ai preti Salesiani, di cui Don Bosco è appunto il fondatore.

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Quando nacque, il quartiere Libertà non aveva dunque solo lo scopo di quartiere dormitorio, periferico. La Bari ovest nacque, infatti, squadrata da fabbricati che replicavano quelli della Bari murattiana, ma la sua non era solo edilizia privata, vi sorsero insediamenti pubblici come “l’ospedaletto”, ovvero un ospedale pediatrico oggi sede della circoscrizione, così come le scuole superiori di prestigio e alta professionalizzazione quali il liceo classico “O. Flacco” e l’istituto nautico “F. Caracciolo”, oltre la Chiesa del Redentore e la grande fabbrica della “Manifattura tabacchi”. Tutto questo rese il quartiere una parte viva e operativa della città di Bari.

Sarà intorno agli anni settanta che questi insediamenti cominciano a perdere la loro centralità quando, oltre la ferrovia, è realizzato un nuovo liceo classico, o al nascere di altre scuole professionali che depauperano il nautico, o quando l’ospedaletto si sposta in una struttura più grande, in via Amendola e, soprattutto, nel 1966 quando una legge antismog vieta di tenere una fabbrica inquinante in piena città.

Il rilancio avviene con l’apertura del nuovo palazzo di giustizia, il Tribunale, che ancora oggi costituisce uno dei cardini vitali del quartiere [9].

 

 

[1] (Uliano Lucas – “La città all’ovest”; saggio “Il piano interrotto” di Arturo Cucciolla)

[2] (Uliano Lucas – “La città all’ovest”)

[3] (http://www.sissco.it/index.php?id=1293&tx_wfqbe_pi1%5Bidrecensione%5D=2182)

[4] (Uliano Lucas – “La città all’ovest” – saggio “Dietro il muro rosso” di Vito Antonio Leuzzi)

[5] Bari 1905. La prima disastrosa alluvione cittadina del secolo scorso – articolo di Nicola Mascellaro apparso su: LSDmagazine il 12 maggio 2010 (http://www.lsdmagazine.com/bari-1905-la-prima-disastrosa-alluvione-cittadina-del-secolo-scorso/4887/)

[6] (http://redentorebari.donboscoalsud.it/go/Salesiani_Don_Bosco.aspx)

[7] (Uliano Lucas – “La città all’ovest”)

[8] (http://redentorebari.donboscoalsud.it/go/Parrocchia.aspx)

[9] (Uliano Lucas– “La città all’ovest”; saggio “Bari-Libertà: una metafora” di Nicola Colaianni)

 

 

Perché voto!

Articolo di Antonio Garofalo                                        

Foto di Roberta Giordano                                             

 

Perché voto? E’ una domanda posta al singolare, volutamente, proprio perché riguarda ciascuno di noi, in prima persona.

Potremmo al riguardo citare l’art. 48 della Costituzione, cercare pareri autorevoli di chi potrebbe darci motivazioni inattaccabili, forse leggermente appuntabili, ma ciò che conta è provare a dare noi stessi, come “cittadini attivi”, una risposta. Scrivendo e confrontandoci.

Il voto è libero, si dice, ed è vero: rappresenta, infatti, una delle più alte espressioni di libertà. Il popolo sarebbe “nullo”, senza il voto. Nessuno lo può “comprare” (almeno a parole…), nessuno lo può “vendere” (almeno a parole…); ognuno però lo può “spendere” per approvare, disapprovare, dissentire e provare a cambiare lo stato delle cose; per poter finalmente prendere una posizione, non solo a parole…, ma concretamente.

E’ indubbio che tutto vada fatto insieme, in modo democratico, all’interno della comunità in cui viviamo, in quel sistema che ci vede parte di quartieri, città, nazioni, ecc… Democrazia è una parola oggi forse troppo “inflazionata”, ma nel bene e nel male è sempre il cuore di ogni dibattito, di ogni azione, perché deve esserci sempre un giusto equilibrio nelle cose, e la sua vera natura, la sua forza, è che vivendola in prima persona, condividendola con gli altri, la si può sempre migliorare!

Votare tuttavia non basta, impone anche un controllo da parte dell’elettore, termine questo che va di pari passo con il saper discernere nel voto la dignità del futuro eletto. Questo esame nei confronti di chi ci governa potrebbe evitare quelle situazioni, eclatanti o degradanti, di disonestà diffusa. Un controllo in favore del rispetto delle leggi, per dare un senso alla legalità, base del vivere civile.

E poi c’è un interesse comune dietro ogni voto. Quello che lega chi potrebbe farsi prendere dallo sconforto e dal disinteresse, con chi invece, soprattutto i giovani, intravede un sogno che potrebbe realizzarsi: un lavoro, un’università, una scuola a loro misura e, certamente, tanto altro.

Proviamo a parlarne?

Il voto è fiducia, che deve accompagnarsi alla conoscenza e informazione. Tanto più ho “cultura” di quello che dico, meglio riesco a contrastare la sfiducia del cittadino indifferente, negativo, privo di qualsiasi tipo di aspettativa nei confronti di chi ci amministra. E questo, è indubbio, ormai capita a tutti. Il voto appunto è dar “voce” anche a chi pensa di non averne più.

Non è pubblicità (fortemente) gratuita al voto, ma piuttosto dar credito a un elettorato sempre più alla ricerca delle sue legittime aspirazioni le quali, anziché essere abbandonate, vanno coltivate. Non vuole essere una difesa estenuante e a ogni costo del voto, cui siamo chiamati nei prossimi giorni o nel futuro, piuttosto un modo per “scoperchiare” il silenzio di chi ormai è stanco anche solo di parlarne.

Noi, vale a dire ciascun singolo elettore, siamo pronti ad ascoltarti, anche se non andrai a votare, purché la tua sia una scelta consapevole, benché il rischio possa essere la pura indifferenza!

“Costruiamo i cittadini” Un voto per le prossime europee.

Articolo e Fotografie di Roberta Giordano            

 

Fra uno spettacolare Giro d’Italia e la pioggia, che certo non hanno facilitato gli spostamenti in città, si è tenuto il secondo appuntamento in par condicio organizzato dalla “Scuola di Formazione alla Cittadinanza Attiva – Libertiamoci”. Occasione dell’evento le imminenti elezioni politiche europee.

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Mario Dabbicco

Apre l’incontro, come da tradizione, il Presidente dell’associazione dott. Mario Dabbicco, chiamato a introdurre gli intervenuti: il Neurochirurgo Enrico Pierangeli, candidato per la lista “Fare per Fermare il declino”, e la dott.ssa Teresa Masciopinto, per “L’Altra Europa con Tsipras”. Pur avendo aderito all’incontro, non vi hanno partecipato l’Onorevole Pinuccio Gallo (Fratelli d’Italia), rimasto bloccato in tangenziale per un incidente, e l’europarlamentare e candidato del PD: Pino Arlacchi. Va evidenziata anche l’assenza di esponenti delle liste “Forza Italia, “Nuovo Centro Destra” e “Movimento 5 stelle” le cui segreterie non hanno ritenuto di inviare loro rappresentanti, pur essendo stati sollecitati diverse volte.

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Enrico Pierangeli

Dopo una breve presentazione di sé e del suo lavoro, il dottor Pierangeli, che ha tenuto a sottolineare di non aver mai avuto tessere di partito e di essere stato tirato dentro questa avventura grazie alle sue competenze linguistiche e alla sua esperienza all’estero, ha proposto una carrellata di quelli che possono dirsi i punti fondamentali della sua lista. “Noi vogliamo più Europa, ma un’Europa seria – dice Pierangeli – dobbiamo costruire l’Europa e comprendere che l’Europa non è l’Euro”. Nucleo centrale del suo intervento: la stretta relazione fra Liberismo e Democrazia. Non sono termini antitetici, come storicamente li abbiamo sempre considerati, ma due aspetti conciliabili e perseguibili per realizzare il nostro futuro.

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Teresa Masciopinto

Dopo un tempo stabilito, correttamente rispettato dai relatori, la parola passa alla dott.ssa Masciopinto. Contrariamente al Pierangeli, ci tiene a ribadire la sua lunga militanza politica, il suo impegno civile e sociale in centri di sostengo sul territorio, prima a Japigia e poi al San Paolo, e soprattutto il suo concreto impegno nella fondazione della Banca Etica, di cui è responsabile per il Sud Italia dal 2006. L’impegno della sua lista è quello capovolgere il luogo comune di un’Europa vista come lontana e causa di tutti i nostri mali, per un’Europa fatta di persone, di diritti, che possa aprire opportunità e prospettive ai giovani e che ridiscuta il modello economico della nostra società a favore di una visione più umana. Numerose sono state le domande raccolte in sala e rivolte ai candidati, segno di attenzione e preoccupazione da parte dei cittadini; dalle risorse europee non utilizzate per incapacità, alla visione identitaria dell’Europa, alla difficoltà di coesione e collaborazione fra i politici nell’ambito dei vari schieramenti. Ancora il dottor Pierangeli ha richiamato l’attenzione su una visione liberale soprattutto del lavoro, perché “… per lavorare dobbiamo trasferire capitali dallo spreco al concreto” e il posto fisso, statale, non motiva il lavoratore e produce assistenzialismo; mentre la Masciopinto, riprendendo la sua esperienza, ha chiarito che il modello economico dell’Europa deve cambiare a partire dalla Banca Centrale Europea che non può essere al servizio delle Banche, ma piuttosto degli Stati.

Sondaggio per l’inconto del 13 maggio

La “Scuola di Formazione alla Cittadinanza attiva – Libertiamoci” ti invita ad un incontro, in par condicio, fra gli esponenti locali delle liste in corsa al voto europeo del 25 maggio p.v.

L’evento, ad ingresso libero, si svolgerà il giorno 13 MAGGIO 2014 – ore 18:00, presso la Sala Consiliare del Comune di Bari (Palazzo di Città – Corso Vittorio Emanuele – Bari)

PARTECIPA AL SONDAGGIO, POTRAI SCEGLIERE LA DOMANDA DA SOTTOPORRE AI CANDIDATI CHE INTERVERRANNO ALL’INCONTRO IN VISTA DELLE PROSSIME ELEZIONI EUROPEE.

 

Il sondaggio lo trovi cliccando su questo link: http://bit.ly/R3uxwH

o su facebook: http://bitly.com/1neW1dc

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